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Lavoratori in nero: chi viene multato?

21 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 luglio 2017



Se il datore di lavoro assume personale in modo irregolare rischia pensanti sanzioni e un processo. Ma le conseguenze ricadono anche sul lavoratore.

Lavoratori in nero: chi viene multato? A rischiare grosso non è solo il datore di lavoro ma anche il dipendente che potrebbe essere querelato per falso in atto pubblico qualora stia perdendo la disoccupazione. Dunque, se l’azienda assume personale e non lo dichiara al centro per l’impiego, lo Stato punisce l’imprenditore con una maxisanzione per lavoro sommerso, il cui importo varia in base alla durata dell’impiego effettivo (da 1.500 a 36.000 euro per ciascun lavoratore irregolare). Ma anche il dipendente deve stare attento per come chiariremo nel presente articolo.

Il lavoratore in nero è colui che, pur essendo impiegato in un’azienda, agli occhi degli uffici pubblici competenti, non esiste.

Lavoro nero: cos’è?

In genere, quando si parla di lavoro nero si intende la non regolarità dell’occupazione (non a caso si parla di economia sommersa). Andando più nello specifico del diritto del lavoro, il lavoratore in nero è colui che, pur essendo impiegato in un’azienda, agli occhi degli uffici pubblici competenti, non esiste e ciò perché non è stata inviata la comunicazione preventiva di assunzione, cioè il modello telematico Unilav. Qualche esempio? Quante sono le casalinghe che chiamano la vicina di casa per le pulizie domestiche o come baby sitter per badare al figlio mentre sono in ufficio? Quanti sono gli operai che i cantieri edili assumono solo per lavori occasionali, di pochi giorni o di qualche settimana? Sia la vicina che gli operai sono lavoratori in nero come anche il parente o il coniuge che lavora nell’azienda di famiglia in modo non occasionale.

Lavoro nero: cosa rischia l’azienda?

Il datore di lavoro che assume dipendenti irregolari rischia grosso: il lavoratore, infatti, potrà fargli causa per ottenere la regolarizzazione del suo contratto e il pagamento delle eventuali differenze retributive e, cioè, le somme di denaro che gli spettano e che non gli sono state effettivamente liquidate (stipendi, tfr, straordinari). Ma non è tutto: sarà costretto anche a pagare delle grosse somme a titolo di sanzione e non solo se a denunciarlo sono i dipendenti. Molto spesso, infatti, il sommerso emerge a seguito di verifiche compiute dall’Ispettorato del Lavoro. Nel dettaglio, le sanzioni amministrative in questione possono essere di due tipi (e sono, tra loro, alternative):

  • maxisanzione per lavoro sommerso: si tratta di sanzione amministrativa che varia a seconda della durata dell’impiego. Se il lavoratore ha prestato servizio fino a 30 giorni da1.500 a 9.000 euro per ciascun lavoratore irregolare; se il lavoratore ha prestato servizio da 31 e fino a 60 giorni la sanzione va da 3.000 a 18.000 euro per ciascun lavoratore irregolare; per l’impiego effettivo del lavoratore oltre 60 giorni da 6.000 a 36.000 euro per ciascun lavoratore irregolare;
  • se non è applicabile la maxisanzione, una somma da 100 e 500 euro per ciascun lavoratore interessato nel caso in cui il datore non abbia comunicato l’assunzione ai servizi per l’impiego.

Se i lavoratori impiegati in nero sono stranieri o minori in età non lavorativa, le sanzioni sono aumentate del 20%.

Ci sono dei casi particolari in cui la maxisanzione non può essere applicata:

  • per il lavoro domestico;
  • se dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti (ad esempio: dal flusso UniEmens), ci si rende conto che l’intenzione del datore di lavoro non era quella di occultare il rapporto, pur avendolo qualificato in modo diverso rispetto al tipo di lavoro svolto: ad esempio, il dipendete è stato assunto come collaboratore coordinato e continuativo mentre in realtà è un dipendente subordinato a tutti gli effetti. In un’ipotesi di questo genere si applica solo la sanzione ordinaria per mancata comunicazione preventiva e le sanzioni dovute per le differenze di contribuzione;
  • se il datore di lavoro – spontaneamente – procede a regolarizzare il lavoratore (di cui non aveva comunicato l’assunzione) per tutta la durata del rapporto, prima dell’ispezione o dell’accertamento o di un’eventuale convocazione per un tentativo di conciliazione monocratica (è la pratica a cui si ricorre per risolvere la questione senza l’intervento del giudice, nel tentativo di trovare un accordo che possa andar bene al datore e al lavoratore);
  • se il lavoratore in nero è un lavoratore autonomo o parasubordinato (ad esempio, il collaboratori a progetto o quelli occasionali) e non è stata fatta, se prevista, la comunicazione preventiva.

Prima di procedere al pagamento della maxisanzione, l’ispettore del lavoro notifica all’azienda una diffida: in sostanza la ammonisce a regolarizzare le situazioni non conformi alla legge entro 30 giorni, pagando una sanzione ridotta pari al doppio del minimo previsto dalla legge o nella misura pari a un quarto della sanzione stabilita in misura fissa. In questo modo il procedimento sanzionatorio si estingue.

Non è tutto: il lavoratore, i cui diritti sono stati violati, potrà fare causa all’azienda (innanzi al tribunale civile, sezione lavoro) per ottenere:

  • il pagamento degli stipendi che non risultino versati: tipico il caso del datore che ha pagato il dipendente direttamente in contanti senza rendere tracciabile il pagamento;
  • il pagamento delle differenze retributive e, cioè, quelle somme in più che il datore avrebbe dovuto corrispondergli in base al contratto collettivo (se il ccnl per una determinata mansione e qualifica prevede 1000 euro al mese e il datore ha pagato solo 400, il lavoratore ha diritto a chiedere 600 euro di differenze;
  • gli straordinari non pagati;
  • le indennità non pagate (per lavoro notturno, durante il week end o le festività o le ex festività);
  • il tfr (trattamento di fine rapporto), se il lavoro è cessato;
  • i contributi;
  • l’eventuale risarcimento per il licenziamento illegittimo.

Lavoro nero: cosa rischia il dipendente?

Anche il dipendente irregolare non ne esce totalmente pulito: se, infatti, è stato licenziato dalla vecchia azienda e, quindi, percepisce l’assegno di disoccupazione dall’Inps, in caso di segnalazione,  non solo potrà dire addio all’assegno ma potrà essere  denunciato alla Procura della Repubblica per il reato di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico (punto con la reclusione fino a 2 anni) [1], per aver mentito all’Inps nel dichiarare il proprio stato di disoccupato. Non potrà neppure chiedere all’Inail il risarcimento in caso di infortunio in itinere (quello che si verifica nel percorso casa-lavoro) e, se l’attività viene ceduta da una società a un’altra, non ha il diritto a proseguire il lavoro presso la nuova azienda come, invece, la legge prescrive.

note

[1] Art. 483 cod. pen.


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