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Mantenimento: come incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare

23 luglio 2017


Mantenimento: come incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 luglio 2017



Non conta solo il reddito dichiarato dall’ex marito o la perdita del lavoro quanto le spese sostenute e il tenore di vita. Anche la richiesta di un finanziamento può far scattare il versamento del mantenimento.

Che esistano tanti metodi per dichiarare un reddito inferiore al proprio tenore di vita è un fatto talmente noto – e, in alcuni casi, difficilmente contrastabile – che gli stessi giudici ne sono consapevoli. Tanto consapevoli che, quando c’è da determinare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge, all’esito della separazione o del divorzio, non basta più esibire la busta paga o l’eventuale certificato di disoccupazione. Il tribunale potrebbe richiedere gli estratti conto con la lista dei prelievi e dei versamenti e quelli della carta di credito che “denunciano” tutti gli acquisti sopportati in un determinato periodo. Non solo: anche la richiesta di un finanziamento particolarmente oneroso, sebbene da un lato denunci l’assenza di liquidità, dall’altro manifesta la capacità dell’interessato a pagare le relative rate. Sono questi alcuni dei metodi comunemente usati per incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare il mantenimento. E a confermarlo è la Cassazione con una recente sentenza [1]. Nel caso di specie, a inchiodare il marito che voleva ottenere uno sconto sull’assegno divorzile era stato soprattutto un prestito – per una cifra pari a quasi 23mila euro – contratto con una finanziaria per «comprare un’auto nuova», operazione richiesta quando il soggetto era già a conoscenza della «precarietà del proprio lavoro». Logico dedurne, sempre secondo i giudici, che «avesse coscienza di poter contare su redditi ulteriori oltre quelli derivanti dal suo impiego precario quale dipendente».

La parola d’ordine è «spese». Sono queste, più dei dati fiscali, a contare di più per i tribunali. Chi riesce a dimostrare che l’ex coniuge spende di più di quello che guadagna può anche ottenere un assegno più cospicuo. Non è la prima volta che il giudice ordina, ai coniugi che si vogliono separare, l’esibizione di tutta la documentazione bancaria. Questo perché l’indirizzo della giurisprudenza è ormai quello di non basarsi più solo sulla dichiarazione dei redditi ma sul tenore di vita sostanziale goduto dal soggetto. Così, ben potrebbe essere che una persona, formalmente nullatenente, sia poi habitué di viaggi, ristoranti e auto di lusso. Nel caso poi di sospetti di attività evasive (come lavori in nero) il giudice potrebbe anche richiedere alla polizia tributaria le indagini sul reddito del coniuge. Con la conseguenza che il semplice stato di disoccupazione non rileva più per poter chiedere la cancellazione o la riduzione dell’assegno di mantenimento.

Insomma, sono numerosi gli strumenti per incastrare il marito disoccupato che non vuol pagare il mantenimento.

note

[1] Cass. ord. n. 17862/17 del 19.07.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 aprile – 19 luglio 2017,n. 17862
Presidente/Relatore Dogliotti

Fatto e Diritto

Contesta il ricorrente, con il primo motivo d’impugnazione, la mancata attivazione da parte del giudice del proprio potere “di disporre indagini tributarie nel corso del giudizio di separazione”. Si tratta, come riferito dal ricorrente, di una separazione consensuale. La Suprema Corte ha comunque chiarito che “in tema di determinazione dell’assegno di mantenimento, l’esercizio del potere di disporre indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito; l’eventuale omissione di motivazione sul diniego di esercizio del relativo potere, pertanto, non è censurabile in sede di legittimità, ove, sia pure per implicito, tale diniego sia logicamente correlabile ad una valutazione sulla superfluità dell’iniziativa per ritenuta sufficienza dei dati istruttori acquisiti” (Cass. 16575/08, cfr. anche: Cass. 2098/11). Le indagini di polizia tributaria, infatti, non sono l’unico strumento a disposizione del giudice per valutare le condizioni economiche delle parti, e la Corte d’Appello ha compiutamente motivato le ragioni della valutazione effettuata. Ha rilevato la Corte di merito, tra l’altro, che il Po. ha contratto nel 2009 – quando è documentalmente provato che conoscesse la precarietà del proprio impiego -un prestito per l’acquisto di un’autovettura nuova per complessivi Euro 22.919,16, ponendo in essere una condotta che non avrebbe tenuto se non avesse avuto la coscienza di poter contare su redditi ulteriori oltre quelli derivanti dal suo impiego precario quale dipendente. La Corte territoriale ha pure rilevato che il Po. provvede a mantenere agli studi due figlie nate da precedente matrimonio, e non ha neppure allegato di ricevere contributi da estranei. Inoltre, l’assegno mensile di Euro 300,00, concordato tra le parti in sede di separazione, quando il Po. già conosceva la precarietà del proprio impiego quale dipendente, appare quantificato in misura contenuta, e si risolve in un modesto contributo al mantenimento della moglie separata. Quest’ultima gode di redditi che lo stesso ricorrente indica come molto esigui, ed è gravata anche dall’esigenza di provvedere al mantenimento di un figlio nato da precedente relazione.
Con il secondo motivo di impugnazione il ricorrente critica “l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ossia la titolarità di reddito per svolgimento di attività lavorativa” da parte della moglie separata resistente. All’evidenza, la Corte di merito ha tenuto conto implicitamente del documento Inps che indica una attività limitata nel 2011 e per due settimane nel 2012, come chiarisce lo stesso ricorrente.
Non si ravvisano violazioni di legge, in ordine alle quali le censure sono peraltro proposte in modo inadeguato.
In sostanza il ricorrente, pur invocando anche la violazione di norme di diritto, propone essenzialmente contestazioni in ordine a profili e situazioni di fatto, per larga parte insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una decisione impugnata che appare invece caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica.
Il ricorso appare pertanto manifestamente infondato.
Nulla sulle spese, non essendosi costituita la controparte.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Omettere dati anagrafici e identificativi.

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