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Infortunio sul lavoro: come si calcola il risarcimento

23 luglio 2017


Infortunio sul lavoro: come si calcola il risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 luglio 2017



Ho avuto un infortunio sul lavoro per il quale il mio datore di lavoro ha subìto un decreto di condanna per non aver osservato le misure di sicurezza. L’Inail mi ha riconosciuto il 20% di inabilità con coefficiente dello 0,4%, oltre alla rendita di 260 euro. La consulenza medico-legale ha confermato l’invalidità. Ho fatto richiesta del danno differenziale al mio datore di lavoro e questi  ha attivato la sua assicurazione. Vorrei sapere se ho diritto realmente a quanto mi è stato riconosciuto e come si calcola la somma in denaro.

 

L’infortunio sul lavoro è definito dalla legge come l’evento, che avviene per una causa violenta, in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa, dal quale deriva una lesione o una malattia del corpo che rende necessaria l’astensione dal lavoro per più di tre giorni.

Per tutelare i lavoratori vittime di infortunio la Legge, con il D.P.R. n. 1124 del 1965, ha previsto una specifica assicurazione obbligatoria che consente di beneficiare di prestazioni sanitarie specifiche e di ottenere un indennizzo tanto più pesante quanto più è stato grave l’evento traumatico e quanto più gravi sono le conseguenze che sono derivate.

L’Inail, Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro, riconosce il danno biologico al lavoratore in presenza di determinati requisiti.

Nel caso che ci occupa, da quanto leggo, il danno biologico è scaturito da incidente durante l’orario di lavoro, in tali casi l’Inail copre il danno avvenuto per causa violenta in occasione del lavoro dal quale derivi una forma di inabilità permanente, assoluta, temporanea per più di tre giorni. Inoltre, quando l’infortunio sul lavoro causa una menomazione fisica, questa può essere risarcita se, a seguito di visita medica ed esami diagnostici, va da un minimo del 6% sino ad un massimo del 100%.

Ai sensi del D.Lgs. 38/2000, l’indennizzo Inail si calcola a seconda del tipo di infortunio e della percentuale di menomazione in base alla tabella di calcolo del danno biologico che si fonda su criteri indipendenti dal reddito del lavoratore, crescenti in funzione della gravità della menomazione per cui più è grave la lesione e maggiore è il danno biologico, variabile in funzione dell’età e cioè più il lavoratore è anziano e minore è l’indennizzo e in base al sesso in quanto tiene conto della maggiore speranza di vita delle donne ed è uguale per tutti i settori lavorativi.

Per la menomazione maggiore del 16%, all’indennizzo del danno biologico in rendita occorre sommare una ulteriore quota per conseguenze patrimoniali, in quanto in tale caso il danno subito è talmente grave da compromettere l’attività lavorativa futura e quindi la sua sopravvivenza, dunque il risarcimento del danno deve essere quantificato sulla tabella dei coefficienti.

Inoltre, a seguito di infortunio sul lavoro, al dipendente va riconosciuto anche il diritto al risarcimento del danno biologico da menomazione permanente eccedente l’ammontare dell’indennizzo erogato dall’Inail: cioè il cosiddetto “danno differenziale”. Esso consiste nella differenza tra la somma che il lavoratore percepisce a titolo di indennizzo dall’istituto previdenziale e la somma che gli spetta a titolo risarcitorio da parte del datore di lavoro (nell’eventualità in cui il danno da infortunio sia derivato dall’acclarata responsabilità di quest’ultimo).

Quindi, nel caso in cui la responsabilità del datore di lavoro del lettore, per il mancato rispetto delle norme di sicurezza, venga accertata, quest’ultimo avrà diritto a ricevere tale importo che verrà conteggiato tenendo conto dell’ammontare già indennizzato dall’Inail, al fine di evitare un doppio risarcimento. La prassi è quella di calcolare il danno biologico secondo i parametri tariffari definiti da apposite tabelle e sottrarre da quest’ultimo la somma già erogata dall’Inail.

Quanto detto viene confermato anche dalla giurisprudenza.

ai fini dell’indennizzabilità dell’infortunio subito dall’assicurato, per “occasione di lavoro” devono intendersi tutte le condizioni, comprese quelle ambientali e socio – economiche, in cui l’attività lavorativa si svolge e nelle quali è insito un rischio di danno per il lavoratore, indipendentemente dal fatto che tale danno provenga dall’apparato produttivo o dipenda da terzi o da fatti e situazioni proprie del lavoratore, col solo limite, in quest’ultimo caso, del c.d. rischio elettivo, ossia derivante da una scelta volontaria del lavoratore diretta a soddisfare esigenze personali (ex plurimis, Cass. n. 2942/2002; di recente, Cass. n. 12779/2012).

Secondo tale orientamento, dunque, l’evento verificatosi “in occasione di lavoro” travalica in senso ampliativo i limiti concettuali della “causa di lavoro”, afferendo nella sua lata accezione ad ogni fatto comunque ricollegabile al rischio specifico connesso all’attività lavorativa cui il soggetto è preposto; il sinistro indennizzabile ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 2 non può essere circoscritto nei limiti dell’evento di esclusiva derivazione eziologica materiale dalla lavorazione specifica espletata dall’assicurato, ma va riferito ad ogni accadimento infortunistico che all’occasione di lavoro sia ascrivibile in concreto, pur se astrattamente possibile in danno di ogni comune soggetto, in quanto configurarle anche al di fuori dell’attività lavorativa tutelata ed afferente ai normali rischi della vita quotidiana privata; pertanto l’evento infortunistico verificatosi in occasione di lavoro non va considerato sotto il profilo della mera oggettività materiale dello stesso, ma, ai fini della sua indennizzabilità, deve essere esaminato in relazione a tutte le circostanze di tempo e di luogo connesse all’attività lavorativa espletata, potendo in siffatto contesto particolare assumere connotati peculiari tali da qualificarlo diversamente dagli accadimenti comuni e farlo rientrare nell’ambito della previsione della normativa di tutela, con l’unico limite della sua ricollegabilità a mere esigenze personali del tutto esulanti dall’ambiente e dalla prestazione di lavoro (c.d. rischio elettivo)” Cassazione civile, Sez. Lav., 13 maggio 2016 n. 9913.

Articolo tratto dalla consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta


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