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Come costringere il debitore a pagare?

24 luglio 2017


Come costringere il debitore a pagare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 luglio 2017



Scatta il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni nei confronti di chi agisce con minaccia o con violenza nei confronti del debitore per farsi pagare un credito.

Facilmente si può passare dalla ragione al torto quando l’esercizio di un diritto viene minacciato con le maniere forti. Per ottenere un pagamento dovuto, ad esempio, non si può costringere il debitore usando parole che incutano in lui un timore fondato: non c’è infatti bisogno di passare ai fatti per integrare, in tali ipotesi, un reato. È quanto ricorda la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ma, se anche quando si ha ragione non è possibile usare le maniere forti, come costringere il debitore a pagare? Un interrogativo che si pongono molte persone che, di fatto, nel nostro Paese, non riescono ad azionare i sistemi di recupero dei crediti. Cerchiamo quindi di capire cosa si può fare e cosa invece è vietato.

Quando si è creditori di una somma di denaro, l’unico mezzo di autotutela che esiste è quello di non fornire – se mai dovuta o se non già eseguita completamente – la controprestazione. Se, ad esempio, due soggetti hanno stabilito (a voce o con un contratto scritto), quale corrispettivo per degli interventi di ristrutturazione, dei pagamenti a stato di avanzamento d’opera, in caso di mancato versamento di una delle rate la ditta può bloccare i lavori. Se una persona commissiona ad un professionista un lavoro e poi si rifiuta di pagarlo, quest’ultimo può a sua volta negargli l’opera ormai completata. Tuttavia non è concesso, una volta consegnato il bene, riprenderselo con la forza o impedirne l’utilizzo. Ad esempio, se una persona commissiona a un tecnico la realizzazione di un sito e poi non gli versa il corrispettivo, il primo, quando già abbia fornito le chiavi di accesso alla piattaforma e consegnato il lavoro ormai completo, non può poi cancellare tutto il codice. Così, il venditore che accetta di anticipare la consegna della merce accettando un assegno postdatato non può poi riprendersi con la forza il bene se il titolo viene protestato.

L’esercizio dell’autotutela, costituita dall’interruzione della prestazione, è quindi possibile solo se detta prestazione non è stata ormai eseguita e consegnata.

In alternativa, per costringere il debitore a pagare l’unico mezzo è quello di rivolgersi al giudice e chiedere un decreto ingiuntivo o avviare un’azione giudiziale di recupero del credito. Se si è in possesso di un «titolo esecutivo» (una sentenza di condanna, un decreto ingiuntivo non opposto, una cambiale o un assegno) si può procedere direttamente al pignoramento, previa notifica dell’ultima diffida a pagare (cosiddetto «atto di precetto»). Dal precetto il debitore ha 10 giorni per pagare. Dopo si può avviare l’esecuzione forzata. Per sapere dove il debitore ha i beni da pignorare si può consultare – su autorizzazione del Presidente del Tribunale – l’anagrafe tributaria o quella dei conti correnti (i database del fisco che consentono di conoscere le ricchezze di cui è titolare il debitore).

Se il debitore non ha beni intestati si può procedere a pignorare il 50% dei beni dell’eventuale coniuge, ma solo se i due sono in comunione dei beni. Non si può invece agire nei confronti dei genitori o dei figli o degli altri conviventi.

Non è possibile – e qui veniamo alla sentenza della Cassazione in commento – farsi giustizia da sé e minacciare il debitore con mezzi illegali. Non ci si riferisce solo al caso di chi prende una pistola o un bastone e li indirizza verso il debitore con l’intento di spaventarlo. Anche lo stalking telefonico può essere considerato un atto illecito. Non è consentito dire in pubblico o scrivere su un profilo Facebook che un soggetto è debitore di una somma, così come non si può farlo con affissione alla bacheca condominiale; è tuttavia possibile citare in assemblea di condominio i nomi dei morosi.

Il creditore non può neanche intimorire il debitore prospettandogli delle conseguenze inverosimili per il diritto, confidando nell’ignoranza di questi. Ad esempio, dire al debitore che se non paga arriverà, il giorno dopo, l’ufficiale giudiziario a buttarlo fuori di casa è illecito; più volte, le società di recupero crediti sono state sanzionate per condotte di questo tipo.

Il codice penale [2] punisce chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé, usando violenza o minaccia alle persone; la pena consiste nella reclusione fino a un anno. Se il fatto è commesso anche con violenza sulle cose, alla pena della reclusione è aggiunta la multa fino a euro 206. La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.

La norma punisce colui il quale, pur avendo in astratto la possibilità di rivolgersi al giudice, decide di «farsi giustizia da sé», minacciando il debitore oppure usando violenza sulle sue cose o sulla sua persona. Il reato contestato è quello di «esercizio arbitrario delle proprie ragioni». È ad esempio chi strappa il portafogli di mano dal debitore, chi gli buca una ruota dell’auto, chi suona a ripetizione al citofono di casa, chi lascia dei cartelli minatori sulla sua porta, chi utilizzi un’arma come mezzo di persuasione.

note

[1] Cass. sent. n. 35342/17 del 18.07.2017.

[2] Art. 393 cod. pen.


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