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Lo sai che? Nuova convivenza: addio al mantenimento

Lo sai che? Pubblicato il 25 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 luglio 2017

Separazione e divorzio: non può pretendere l’assegno di mantenimento chi, dopo aver divorziato, va a vivere con un’altra persona in modo stabile.

La nascita di un nuovo nucleo familiare, benché non basato sul matrimonio, fa perdere il diritto a richiedere l’assegno divorzile all’ex coniuge. È questo l’indirizzo ormai stabile sposato dalla Cassazione che, con una ordinanza di questi giorni [1], ha ricordato di nuovo come l’avvio di una nuova convivenza determini il definitivo addio al mantenimento. Per perdere però l’assegno erogato dall’ex coniuge non basta una convivenza qualsiasi ma deve trattarsi di un rapporto ormai stabile, duraturo, fondato sugli stessi presupposti del matrimonio: quelli della fedeltà, della contribuzione alla gestione domestica e alla reciproca assistenza materiale e morale. In altre parole si deve essere in presenza di una “famiglia di fatto” e non di una semplice situazione occasionale, frutto magari di un’infatuazione o di un tentativo per vedere se “le cose funzionano”.

Non importa che il nuovo partner con cui si è iniziata la convivenza sia disoccupato o non abbia le risorse economiche sufficienti per mantenere la neonata famiglia. Ad esempio, se l’ex moglie decide di andare a vivere con un altro uomo, senza lavoro e privo di possibilità per assisterla, lo fa a proprio rischio e pericolo: non può pertanto reclamare la prosecuzione del pagamento del mantenimento a carico del precedente marito. È il fatto stesso della convivenza a determinare la cessazione del mantenimento, a prescindere dalle risorse economiche della coppia.

Questa interpretazione si somma al più recente orientamento, varato lo scorso 10 maggio dalla Cassazione, secondo cui l’assegno divorzile deve mirare solo all’autosufficienza economica dell’ex. Con la conseguenza che se quest’ultimo è in grado di mantenersi da solo non ha diritto ad alcun mantenimento, anche se le condizioni economiche del precedente coniuge sono di gran lunga migliori. Insomma, scopo dell’assegno divorzile non è più, oggi, quello di garantire il medesimo tenore di vita, ma il semplice sostentamento (leggi Assegno di mantenimento all’ex coniuge: nuove regole).

Nell’ordinanza in commento la Cassazione ribadisce il consolidato principio secondo cui «l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge».

Che succede poi se la convivenza finisce e l’ex coniuge torna a vivere da solo? Non può comunque più chiedere il mantenimento. Infatti la nascita della nuova famiglia di fatto non determina semplicemente una sospensione del diritto all’assegno di divorzio, ma la “morte” definitiva; sicché esso non può resuscitare neanche se poi l’unione tra i due partner fallisce. Secondo la Corte, infatti, la formazione di una famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole e come tale si caratterizza per l’assunzione piena di un rischio anche di eventuale cessazione del rapporto e va quindi esclusa ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale è ormai esonerato da ogni obbligo verso l’ex coniuge .

Ma come dimostrare la stabile convivenza che fa perdere il mantenimento? Qui le cose possono complicarsi. Sarà necessaria una prova testimoniale che, però, non è spesso in grado di chiarire quali siano i rapporti e le intenzioni delle parti. Bisognerebbe fornire indicazioni certe e documentali come, ad esempio, il cambio di residenza, il pagamento di bollette, i sussidi economici dell’uno versati all’altro e, su tutte, la durata della convivenza.

note

[1] Cass. sent. n. 18111/17 del 21.07.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile- 1, ordinanza 7 giugno – 21 luglio 2017, n. 18111
Presidente Nappi – Relatore Di Virgilio

Fatto e diritto

Rilevato che:
Con sentenza del 18/9 – 2/10/2015, la Corte d’appello di Cagliari ha dichiarato insussistente il diritto di F.G. all’assegno divorzile ed ha confermato in Euro 400 mensili l’assegno a carico di Fr.Re. per il mantenimento del figlio M. .
Per quanto ancora interessa, nello specifico, la Corte del merito, ritenuto la rilevanza, ai fini del diritto all’assegno di divorzio, della verifica della prosecuzione della convivenza con altro compagno della sig. F. , ha evidenziato che nel ricorso introduttivo di primo grado il Fr. aveva fatto riferimento alla convivenza della moglie; questa non aveva sollevato contestazioni e solo in sede di comparizione aveva affermato che detta convivenza era venuta meno nel 2008, ma non aveva provato detta circostanza, come era onerata trattandosi di fatto nuovo allegato “costitutivo del diritto all’assegno divorzile e alla stregua del principio della vicinanza della prova”.
Ne conseguiva la perdita del diritto all’assegno.
Ricorre la F. , sulla base di tre motivi.
L’intimato non ha svolto difese.
Considerato che:
Col primo motivo di ricorso, la ricorrente si duole della violazione dell’art. 2697 cod. civ., degli artt. 115,116, 167 in materia di contestazione e valutazione della prova, e degli artt.183 e 190 cod. proc. civ., in materia di determinazione del thema probandum, sostenendo che nel ricorso introduttivo il sig.Fr. non ha fatto menzione dell’instaurazione o prosecuzione della convivenza more uxorio della sig.F. con altra persona e di avere essa dichiarato, nella comparizione personale del 17/1/2010 avanti al Presidente del Tribunale, che la convivenza extra coniugale era cessata nel 2008 (quindi prima della instaurazione del procedimento di divorzio introdotto col ricorso del 5/10/2010), che il F. aveva fatto valere la mancata prova della cessazione della convivenza solo in comparsa conclusionale, infine che la Corte del merito avrebbe dovuto verificare la stabilità e continuità della eventuale convivenza.
Col secondo motivo, si duole la ricorrente della violazione e falsa applicazione dell’art.5 della 1.898/1970, per avere la Corte del merito omesso di accertare la sussistenza di una nuova famiglia ancorché di fatto, dotata dei caratteri della stabilità e continuità, quale presupposto giustificante l’esclusione dell’assegno. Col terzo motivo, la ricorrente denuncia la nullità della sentenza o del procedimento, per avere la Corte del merito posto a base della decisione una questione rilevata d’ufficio, ovvero l’asserita convivenza more uxorio, senza concedere il termine ex art.101, comma 2, cod. proc. civ., per garantire il contraddittorio.
I tre motivi di ricorso, strettamente collegati, vanno valutati unitariamente e sono da ritenersi manifestamente infondati.
Nel suo nucleo essenziale, la tesi della ricorrente è basata sul rilievo processuale dell’introduzione da parte del Fr. solo in sede di comparsa conclusionale di primo grado della mancata prova della cessazione della convivenza della F. , come accertata in sede di modifica delle condizioni di separazione con il decreto del Tribunale del 21/11/2008, da cui, secondo l’odierna ricorrente, la violazione del principio ex art. 2697 cod. civ., l’introduzione da parte della Corte del merito di una questione rilevata d’ufficio (la prosecuzione della convivenza more uxorio), la violazione dell’art. 5 legge divorzile, per la mancata verifica delle caratteristiche dell’assunta convivenza. Di contro a detta pur articolata prospettazione, va in via assorbente rilevato che deve trovare applicazione il principio espresso nella pronuncia 6855/2015, declinato secondo la specificità del caso.
La pronuncia citata, come è noto, ha affermato che l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso. Infatti, la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Ora, nella specie, il fatto rilevante della convivenza con altri da parte della sig.F. ha fatto parte del giudizio, per quanto dichiarato dalla stessa parte in sede di comparizione personale del 17/1/2010, anche se con l’aggiunta della cessazione della convivenza dal 2008, come poi ribadito anche in sede di costituzione di secondo grado, ma detta ulteriore circostanza non può ritenersi rilevante, volta che si ponga attenzione alla cesura che si è ormai determinata con l’instaurazione della nuova convivenza che non può essere posta nel nulla a seguito della prospettata cessazione della stessa, per il rilievo, già espresso nella pronuncia del 2015, che il diritto all’assegno non entra in fase di quiescenza, ma viene definitivamente eliso, di talché sono irrilevanti le successive evoluzioni del nuovo rapporto.
Ne consegue il rigetto del ricorso, stante la correttezza della decisione impugnata nella sua statuizione finale, pur dovendosi correggere la motivazione nei sensi di cui sopra.
Non v’è luogo alla pronuncia sulle spese, non essendosi costituito l’intimato.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.
Vista l’ammissione della ricorrente al patrocinio a spese dello Stato, non si applica l’art.13, comma 1 quater del d.P.R. 115 del 2002.
Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nell’ordinanza.


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