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Lo sai che? Riesumazione per test Dna: quando richiederla?

Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2017

Che succede quando si vuole essere riconosciuti come figli ma il padre è deceduto. Come funziona il test del Dna su un cadavere. E se la salma è stata cremata?

Il caso di Salvador Dalí è solo il più recente, oltre ad essere quello di maggiore impatto mediatico. La riesumazione per test Dna del cadavere dell’artista spagnolo, su richiesta di una donna che, soltanto ora, 28 anni dopo il decesso di Dalí si è accorta di essere la presunta figlia, richiama la domanda su quando è possibile richiedere la riesumazione.

Perché il test del Dna

In un caso di presunta paternità, cioè quando si ha il dubbio ma non la certezza matematica di chi sia il proprio padre e si ha una curiosità tremenda (o c’è di mezzo un’eredità da capogiro, come può essere il caso di Dalí), il test del Dna è l’unico modo scientificamente valido per stabilire una relazione biologica tra due individui. Il perché è molto semplice: ciascuno di noi ha ereditato il Dna dai genitori, metà dal padre e metà dalla madre. Il che significa che un uomo deve avere per forza lo stesso Dna del figlio biologico.

C’è un margine di errore sul test del Dna? E’ praticamente inesistente. Se il Dna di padre e figlio combaciano, al 99,99% esiste una relazione biologica (non si scappa: il padre è quello). Il test, inoltre, è in grado di escludere al 100% che quella relazione biologica esista, nel caso l’esame risulti negativo.

Come fare il test del Dna quando il presunto padre è morto

Finché il presunto padre è in vita, lo si può tentare di convincere (con le buone o con le cattive, cioè con il dialogo o con un’ordinanza del tribunale) a sottoporsi al test del Dna. Basta un semplice tampone orale strofinato sulla bocca e sulla lingua per qualche minuto in modo da raccogliere il campione di Dna.

Ma quando il presunto padre è deceduto la situazione diventa un po’ più complicata. Intanto, bisogna vedere da quanto è morto. Se il decesso è avvenuto di recente, è possibile raccogliere alcuni campioni di tessuto o di capelli direttamente dal corpo per confrontare il Dna con quello del presunto figlio. Nell’arco di una settimana dal decesso, il Dna non è ancora così deteriorato.

Altrimenti, si può provare con l’uso di campioni indiretti, cioè con oggetti che sono stati di recente a contatto con il defunto. Un mozzicone di sigaretta, ad esempio, oppure un rasoio, un pettine, ecc.

 

Quando chiedere la riesumazione per il test del Dna

Il problema arriva quando il decesso è avvenuto in tempi non recenti, cioè quando sono passati addirittura degli anni. In questo caso, per il test del Dna è necessario chiedere la riesumazione del cadavere del presunto padre. Cioè, del cadavere o di quel che resta, perché, con molta probabilità, all’apertura della bara si troveranno soltanto delle ossa.

In questo caso è possibile raccogliere un frammento di osso, possibilmente dal femore o dall’omero del peso di circa 2 grammi, oppure almeno due denti. La procedura è complicata ed i costi non sono indifferenti (tra riesumazione e test si superano anche abbondantemente i 1.000 euro, a seconda di quale laboratorio esegue l’esame).

Naturalmente, a chiedere la riesumazione di un cadavere per prelevare dei campioni di Dna non deve essere per forza un presunto parente troppo curioso o a caccia di un’eredità. E’ possibile che venga chiesto anche dal tribunale in un caso di cronaca nera in cui il risultato del test può essere determinante per le indagini.

In realtà ci può essere un terzo caso in cui richiedere la riesumazione per il test del Dna. Ed è quello opposto a quello che abbiamo visto prima, cioè non per ottenere il riconoscimento della paternità ma per avere il disconoscimento della paternità. Quando può succedere?

Mettiamo il caso che Tizio sia nato da una relazione extraconiugale ma che il marito della madre (quindi non il suo vero padre) lo abbia accettato e gli abbia dato il proprio cognome fin dalla nascita. Ad un certo punto, sia il padre che lo ha cresciuto muore. E Tizio, venuto a sapere di chi è veramente figlio, vuole entrare a far parte della famiglia del padre biologico e chiedere la parte di eredità che gli spetta. Prima, però, dovrà disconoscere come padre l’uomo che gli ha dato il cognome. Se il padre biologico ed i fratelli si rifiutano di eseguire il test del Dna, non resta che riesumare il cadavere del padre che lo ha cresciuto per fare il test, dimostrare che non c’è relazione biologica e procedere al disconoscimento.

E se la salma è stata cremata?

Nessun problema. La Corte di Cassazione [1] ha stabilito che è possibile configurare come elementi di prova rilevanti ai fini del riconoscimento della paternità il fatto che la salma del padre sia stata cremata e che gli altri figli non vogliano, senza alcun motivo giustificato, sottoporsi al test del Dna.

La Suprema Corte si è così pronunciata esaminando il caso di una donna che sarebbe nata dalla relazione extraconiugale del padre, sposato e con altri figli. Il giudice di primo grado aveva riconosciuto quella paternità.

I presunti fratellastri avevano impugnato la sentenza e presentato ricorso in Appello. Qui, la Corte aveva deciso di rigettare l’impugnazione spiegando che l’ingiustificato rifiuto di sottoporsi all’esame del Dna andava correttamente valorizzato come elemento di prova.

Si era arrivati, così in Cassazione. Dove, oltre al rifiuto del test del Dna, i giudici supremi hanno argomentato altre questioni, come la cremazione (avvenuta in circostanze anomale) e la provata sussistenza di una relazione sentimentale e sessuale tra il defunto e la madre della donna che ha agito in tribunale.

note

[1] Cass. sent. n. 24444/2015


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