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Lo sai che? Mano sulla coscia: che rischio?

Lo sai che? Pubblicato il 25 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 luglio 2017

Non c’è bisogno di tentare un approccio sessuale per rispondere del reato di violenza sessuale.

C’è chi ha un approccio timido con le donne; chi invece è più spregiudicato e si dichiara in modo esplicito. C’è infine chi non si fa problemi e passa direttamente “ai fatti”: un tentativo di bacio sulla bocca, un pizzicotto sulle natiche, una mano sulla coscia o sul seno. Espedienti questi ultimi che rivelano una mascolinità grezza, affettata, poco sensibile quando non del tutto prepotente. Ma a prescindere dall’intento perseguito dall’uomo, dal fattore culturale o dall’eventuale uso della violenza, in questi casi si scade facilmente nel reato. «Che rischio se le metto una mano sulla coscia?» potrà pensare chi ha vicino una ragazza in minigonna piacente, magari seduta sul posto accanto dell’auto. E in quel momento forse ciò che più teme è un rifiuto o uno schiaffo. Nulla magari gli fa pensare che il rischio peggiore è una denuncia per violenza sessuale. Possibile? Sì: chi mette una mano sulla coscia a una donna ne risponde penalmente. A chiarirlo è la Cassazione con una sentenza di ieri [1].

Un fugace toccata sulla coscia può costare un procedimento penale

Provarci con una ragazza può essere violenza sessuale? La risposta è sì, se “provarci” significa invadere la sua sfera fisica più intima, con ciò intendendosi qualsiasi zona erogena (non quindi solo gli organi sessuali).

La mano sulla coscia, sui glutei o all’interno della scollatura hanno una connotazione sessuale ed un chiaro «significato erotico»: rendono cioè evidente il «desiderio» dell’uomo di «soddisfare un impulso sessuale» e non possono essere considerati una semplice «espressione di ammirazione».

La violenza sessuale non è soltanto quella che impone alla vittima di opporre la resistenza voluta, tanto da realizzare un vero e proprio costringimento fisico, ma anche quella che si manifesta nel compimento «insidiosamente rapido» dell’azione criminosa, consentendo in tal modo di superare la contraria volontà del soggetto passivo [2].

È sempre la Cassazione che ricorda che:

  • Integra violenza sessuale la condotta dell’imputato che si era reso responsabile, nei confronti di una bambina, sia di averle dato un bacio sulle labbra mentre la cingeva con le braccia, sia di averle toccato, contestualmente, l’interno della coscia [3];
  • coscia e glutei costituiscono, secondo consolidato indirizzo di giurisprudenza, una zone erogene di interesse sessuale [4];
  • sussiste il reato di violenza sessuale tentata e non consumata allorquando l’atto posto in essere dal soggetto agente, indirizzato verso una zona erogena della persona offesa, raggiunga invece una zona non erogena per la pronta reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente (nella specie la Corte ha ritenuto sussistente il tentativo in un caso in cui, per la reazione della vittima, il toccamento, indirizzato alla coscia e alla zona genitale, aveva attinto la gamba) [5];
  • risponde del reato di violenza sessuale colui il quale, durante un viaggio in corriera, approfittando dello spazio ristretto tra due sedili, palpeggi, a seguito di una iniziale pressione, la coscia della ragazza che gli sia seduta accanto.

note

[1] Cass. sent. n. 36627/17 del 24.07.2017.

[2] Cass. sent. n. 12157/2008.

[3] Cass. sent. n. 29235/2017.

[4] Cass. sent. n. 38326/2012.

[5] Cass. sent. n. 27469/2008. « In tema di reati sessuali, se il contatto corporeo posto in essere dall’agente nei confronti della vittima riguardi una zona diversa da quelle qualificabili come erogene, secondo la scienza medica, psicologica, antropologica, o comunque diversa da quella effettivamente presa di mira dall’agente, perché quest’ultimo è stato costretto a interrompere l’azione criminosa per la reazione della vittima o per altre ragioni, l’agente risponderà del solo tentativo del reato di violenza sessuale, se l’intenzione era comunque libidinosa. Diversamente opinando, del resto, dovrebbe essere chiamato a rispondere del reato consumato colui il quale afferri per le braccia una ragazza per baciarla senza raggiungere lo scopo per la reazione della vittima o per altre ragioni. In definitiva, deve ravvisarsi esclusivamente il tentativo del reato di violenza sessuale non solo quando gli atti idonei diretti in modo non equivoco alla perpetrazione dell’abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto corporeo, superficiale e fugace, non abbia potuto raggiungere una zona erogena, o comunque considerata tale e presa di mira dal reo, per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla sua volontà. (Da queste premesse, la Corte ha ritenuto qualificabile come tentativo di violenza sessuale, e non come reato consumato, la condotta dell’imputato che si era limitato a toccare la gamba sinistra della persona offesa, avendo di mira la coscia e la zona genitale o comunque una zona erogena, ma desistendo subito dopo per la pronta reazione della vittima)».

[6] Cass. sent. n. 12157/2008.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 22 febbraio – 24 luglio 2017, n. 36627
Presidente Cavallo – Relatore Renoldi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 9/11/2011 all’esito del giudizio abbreviato, il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Roma aveva condannato Mo. Ab. Ma., con le attenuanti generiche e con l’attenuante del fatto di minore gravità ritenute prevalenti sull’aggravante contestata all’art. 609-ter, comma 1, n. 1 cod. pen., alla pena di due anni di reclusione in relazione al delitto di cui all’art. 609-bis cod. pen. per avere, con violenza consistita nella repentinità ed insidiosità della condotta, tale da superare la contraria volontà della vittima, costretto Jessica Santangelo, minore di quattordici anni (in quanto nata il 7/05/1998), a subire atti sessuali consistiti, mentre i due si trovavano a bordo di un autobus di linea, nel metterle una mano sulla coscia, nel contempo dicendole: “sei bellissima”; e, quindi, mentre la ragazza scendeva dal mezzo pubblico, nel metterle una mano nei glutei; fatti accertati in Roma in data 8/05/2011.
2. Con sentenza emessa in data 19/06/2015 la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarò l’inammissibilità della costituzione di parte civile, revocando la condanna dell’imputato al risarcimento dei danni in favore della stessa, con conferma, nel resto, delle precedenti statuizioni.
3. Avverso la sentenza di appello Ma. ha proposto ricorso per cassazione, a mezzo del proprio difensore fiduciario, deducendo tre distinti motivi di censura, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen..
3.1. Con il primo motivo, la difesa dell’imputato deduce, ex art. 606, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., l’inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza in relazione agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen.. In particolare, secondo quanto denunciato dal ricorrente, mentre l’imputazione aveva fatto riferimento soltanto alla condotta consistente nel toccare, con la mano, la coscia della ragazza, le sentenze di merito avrebbero esteso l’affermazione di responsabilità anche a quella, ad essa successiva, del palpeggiamento dei glutei. E in tal modo sarebbe stato violato il principio della corrispondenza tra l’imputazione e la condanna, con inosservanza degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. e conseguente nullità della sentenza.
3.2. Con il secondo motivo, Ma. censura, ex art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione, atteso che nel corso del giudizio sarebbe stato al più dimostrato un mero toccamento dei glutei della ragazza e non anche il loro palpeggiamento, sicché non sarebbe stato accertato il carattere volontario dell’azione e la sua connotazione sessuale.
3.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta, ex art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale con riferimento all’art. 609-bis cod. pen.. L’integrazione della condotta di reato avrebbe dovuto essere esclusa alla luce delle dichiarazioni della stessa persona offesa, avendo costei riferito che l’imputato si era limitato ad appoggiarle la mano sulla coscia; condotta, questa, concettualmente distinta dal “toccamento” e priva di un conclamato significato erotico.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.
2. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione del principio della correlazione tra l’imputazione e la sentenza.
In proposito, giova rilevare che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, detta violazione non integra una nullità assoluta e insanabile, quanto piuttosto una nullità a regime intermedio, che non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità (Sez. 5, n. 572 del 30/09/2013, dep. 9/01/2014, Scano e altro, in motivazione; Sez. 5, n. 9281 del 8/01/2009, dep. 2/03/2009, Pa., Rv. 243161; Sez. 5, n. 44008 del 28/09/2005, dep. 2/12/2005, Di Be. ed altro, Rv. 232805; Sez. 5, n. 14101 del 5/10/1999, dep. 10/12/1999, Mo., Rv. 215797).
Nel caso di specie, tuttavia, la questione non/mai stata dedotta in sede di appello avverso la sentenza di primo grado (secondo quanto emerge, oltre che dal fatto che il ricorso non fa alcun cenno alla proposizione della questione in sede di gravame e dall’assenza di ogni riferimento a tale questione da parte della Corte territoriale, dalla stessa lettura dell’atto di appello, cui il Collegio può accedere in considerazione della natura processuale della relativa questione).
Ne consegue l’inammissibilità del relativo motivo, in ragione della manifesta infondatezza della questione posta, che peraltro sarebbe stata tale anche nel merito.
Occorre, infatti, ricordare che secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, le norme che disciplinano la correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza, avendo lo scopo di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell’accusa e, quindi, il pieno esercizio del diritto di difesa dell’imputato, vanno interpretate con riferimento alle finalità alle quali sono dirette. Pertanto, esse non possono ritenersi violate in presenza di una qualsiasi modificazione dell’accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui la modificazione dell’imputazione pregiudichi la possibilità di difesa dell’imputato. In altri termini, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione, da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa (Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli, Rv. 248051).
Su tali basi, la violazione del principio in questione sussiste solo quando, nella ricostruzione del fatto posta a fondamento della decisione, la struttura dell’imputazione sia modificata quanto alla condotta, al nesso causale ed all’elemento soggettivo del reato, al punto che, per effetto delle divergenze introdotte, la difesa apprestata dall’imputato non abbia potuto utilmente sostenere la propria estraneità ai fatti criminosi globalmente considerati (Sez. 6, n. 34879 del 10/01/2007, Sartori e altri, Rv. 237415; Sez. 6, n. 12175 del 21/01/2005, Ta. e altri, Rv. 231483; Sez. 1, n. 4655 del 10/12/2005, Addis, Rv. 230771; Sez. 6, n. 40538 del 6/02/2004, Lo., Rv. 229950). E dunque, ai fini della valutazione di corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione (Sez. 6, n. 47527 del 13/11/2013, Di Gu. e altro, Rv. 257278; Sez. 6, n. 5890 del 22/01/2013, Lucera e altri, Rv. 254419; Sez. 3, n. 15655 del 27/02/2008, Fo., Rv. 239866).
Tanto premesso, è appena il caso di rilevare come la tesi difensiva sia stata smentita dallo stesso verbale di sommarie informazioni rese in data 8/05/2011 dalla persona offesa, allegato al ricorso introduttivo del presente giudizio e contenuto nel fascicolo del pubblico ministero utilizzabile in sede di giudizio abbreviato. Infatti, nello stesso atto, che aveva costituito il principale elemento di riscontro probatorio dell’accusa, la giovane aveva fatto riferimento espresso alla circostanza che l’imputato le avesse toccato i glutei mentre ella si apprestava a scendere dall’autobus. Con ciò dovendo escludersi in toto che tale condotta fosse stata ascritta all’imputato “a sorpresa”, senza alcuna possibilità di interloquire sul punto e, dunque, in violazione del suo diritto di difesa.
3. Venendo, poi, al secondo motivo di doglianza, l’ampia disamina critica della sentenza compiuta dalla difesa, si incentra, con specifico riferimento al secondo episodio, sulla differenza che esisterebbe tra le nozioni di toccamento e di palpeggiamento, per inferire da tale distinzione concettuale la mancata dimostrazione che il contatto sia stato volontario e che, dunque, con esso sia stata realizzata una deliberata intrusione della sfera sessuale della vittima.
Tale assunto si pone in stretta correlazione logica con il terzo motivo di impugnazione, con il quale l’imputato censura la riconduzione al novero degli atti sessuali dell’ulteriore contatto, precedentemente realizzatosi tra l’imputato e la ragazza, allorché l’uomo si era seduto accanto a lei, sul mezzo pubblico, nonostante che esso fosse “semivuoto”, e le aveva appoggiato la mano sinistra sulla coscia.
Secondo la difesa, infatti, tale ulteriore condotta non si configurerebbe come “una espressione univoca della estrinsecazione dell’istinto sessuale attraverso un contatto corporeo (…) rappresentando quest’ultima, invece, un’espressione di ammirazione o di affetto, se si vuole anche di tipo paternalistico”. In particolare, non avendo il contatto interessato una zona erogena, per poter assumere il significato di atto sessuale esso avrebbe dovuto essere “accompagnato da precise ed inequivoche modalità tali da richiamare in maniera evidente l’attività sessuale vera e propria”.
3.1. Tanto premesso, osserva innanzitutto il Collegio che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, rientrano nella nozione di “atti sessuali” tutte le condotte finalizzate a soddisfare la concupiscenza dell’autore o, comunque, a realizzare una volontaria intrusione nella sfera sessuale della persona offesa incidendo sulla sua libera autodeterminazione; con la conseguenza che il giudice, al fine di valutare la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato, non deve fare riferimento unicamente alle parti anatomiche aggredite ma deve tenere conto, con un approccio interpretativo di tipo sintetico, dell’intero contesto in cui il contatto si è realizzato e della dinamica intersoggettiva (Sez. 3, n. 24683 del 17/02/2015, dep. 11/06/2015, V., Rv. 263881; Sez. 1, n. 7369 del 25/01/2006, dep. 1/03/2006, P.M. in proc. Ca.., Rv. 234070; Sez. 3, n. 37395 del 2/07/2004, dep. 23/09/2004, An., Rv. 230041). In particolare, in presenza di atti che, in quanto non direttamente indirizzati a zone chiaramente definibili come erogene, possono essere rivolti al soggetto passivo, anche con finalità del tutto diverse, come nel caso dei baci, degli abbracci o dei toccamenti, la natura sessuale dell’atto deve costituire oggetto di accertamento da parte del giudice del merito, secondo una valutazione che tenga conto della condotta nel suo complesso, del contesto sociale e culturale in cui l’azione è stata realizzata, della sua incidenza sulla libertà sessuale della persona offesa, del contesto relazionale intercorrente tra i soggetti coinvolti e di ogni altro dato fattuale qualificante (v., tra le altre, Sez. 3, n. 964 del 26/11/2014, dep. 13/01/2015, R., Rv. 261634); potendo detta connotazione essere esclusa, secondo \’id quod plerumque accidit, solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali tali atti risultino privi di valenza erotica (Sez.-3, n. 25112 del 13/02/2007, dep. 2/07/2007, Greco, Rv. 236964).
3.2. In questa prospettiva, la Corte di appello ha sottolineato come il significato da attribuire alle distinte condotte dell’imputato sia ricavabile da una lettura di insieme dell’intera sequenza comportamentale riferibile al medesimo, caratterizzata dapprima dall’avvicinamento, quindi dal sedersi nel posto a fianco della ragazza, nonostante la presenza di numerosi posti disponibili, essendo l’autobus semivuoto (v. imputazione), quindi nel primo contatto fisico, consistito nell’appoggiarle la mano sulla gamba e nel rivolgere una frase di apprezzamento sull’aspetto fisico della giovane (“sei bellissima”); poi, a fronte del chiaro non gradimento da parte della ragazza, nel seguirla mentre ella si apprestava ad uscire dal mezzo e nel frapporsi tra lei e l’uscita, tentando di impedirle di scendere e, infine, nel toccarle i glutei.
In presenza di una siffatta condotta complessiva da parte dell’imputato, i giudici di appello hanno ritenuto che essa non si prestasse a qualunque “possibilità di equivoco da parte della ragazza circa le reali intenzioni dell’uomo”, dovendo la stessa, dunque, ricondursi al reato di violenza sessuale, avuto riguardo alla “natura dell’atto” e alla “zona erogena del corpo attinta”; elementi rivelatori di un “evidente desiderio di soddisfare l’impulso sessuale dell’imputato”.
Tale motivazione, del tutto immune da smagliature del tessuto logico, si sottrae a qualunque censura da parte del giudice di legittimità, chiamato a vagliare la coerenza del complessivo discorso argomentativo senza poter sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali rispetto a quella compiuta nei precedenti gradi (Sez. Un., n. 12 del 31/05/2000, Ja., Rv. 216260; in termini v. Sez. 2, n. 20806 del 5/05/2011, Tosto, Rv. 250362), accedendo a una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o comunque di attendibilità delle fonti di prova (Sez. 3, n. 12226 del 22/01/2015, G.F.S., non massimata; Sez. 3, n. 40350, del 5/06/2014, P. civ. C.C. in proc. M.M., Rv. non massimata; Sez. 3, n. 30908 del 3/06/2014, I.S., Rv. non massimata; Sez. 3, n. 13976 del 12/02/2014, da P.G., Rv. non massimata; Sez. 2, n. 7380 in data 11/01/2007, Messina ed altro, Rv. 235716).
Ne consegue che le censure svolte dal ricorrente in ordine alla mancata dimostrazione della volontà di invadere abusivamente la sfera intima della persona offesa devono essere decisamente respinte, in quanto manifestamente infondate.
4. Alla stregua delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere, dunque, dichiarato inammissibile.
Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in 2.000,00 Euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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1 Commento

  1. Come al solito si trascura un particolare: il reato di violenza sessuale non scatta in automatico per via del contatto fisico, ma solo se manca il consenso della donna.

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