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Lo sai che? Il figlio studente lavoratore va mantenuto?

Lo sai che? Pubblicato il 26 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 luglio 2017

Ha diritto al mantenimento per poter completare gli studi all’università il figlio che ha solo un semplice lavoro precario.

Non ci sono scuse per il padre che non vuol più versare il mantenimento al figlio maggiorenne solo perché ha un piccolo guadagno: il giovane, ancora all’università e con un lavoro precario, ha comunque diritto a ricevere l’assegno mensile dal genitore per poter proseguire gli studi. A firmare questo principio è la Cassazione con una ordinanza di poche ore fa [1]. Secondo la Corte il figlio studente-lavoratore va mantenuto atteso che il diritto allo studio è riconosciuto dalla nostra Costituzione e non può essere certo un piccolo guadagno a far cessare il sostegno paterno. Se così fosse, questi non avrebbe più di che vivere e sarebbe costretto a lasciare il corso di laurea.

È doveroso – scrivono i giudici – garantire il completamento degli studi al giovane con un lavoro precario che solo così può collocarsi meglio sul mercato del lavoro secondo le proprie aspirazioni e con la possibilità di sperare in una futura carriera. Non importa che, proprio a causa di tale lavoro, lo studente universitario sia fuori corso: il ritardo nel completamento degli studi non è dovuto a indolenza, ma dimostra proprio la sua buona volontà a trovarsi un guadagno. È vero anzi il contrario: se il figlio maggiorenne dipende dai genitori perché non svolge un’attività lavorativa per inerzia nella ricerca o perché rifiuta ingiustificatamente offerte o abbandona volontariamente i posti di lavoro, non ha più diritto al mantenimento.

Del resto è proprio il fatto che si tratta di un lavoro precario a escludere che il giovane possa vantare l’indipendenza economica, indipendenza che solo consente al genitore di lavarsi le mani del figlio e di non versargli più l’assegno. In pratica, al di là del sacrosanto diritto allo studio che va comunque tutelato, è obbligo dei genitori mantenere il figlio fino a quando questi non è in grado di provvedere a sé stesso in modo stabile e continuo, circostanza che, se anche non richiede un lavoro perfettamente in linea con le aspirazioni del giovane, quantomeno deve essere stabile (anche con part-time). Un lavoro a tempo determinato, per un breve periodo, non può certo garantire l’indipendenza economica e, quindi, non determina il venir meno del mantenimento.

Opposta è la conclusione se il ragazzo, prima assunto con contratto a tempo indeterminato, perde per qualsiasi ragione il lavoro; a seguito del licenziamento infatti il diritto al mantenimento non può rivivere. Il figlio potrà, tutt’al più, rivendicare solo gli alimenti qualora si trovi in condizioni di indigenza (come nel caso di una grave malattia che non gli consenta di lavorare).

Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore [2].

Tuttavia l’attività lavorativa non sempre consente di raggiungere l’indipendenza economica; pertanto i genitori restano obbligati a versare l’assegno di mantenimento. È il caso ad esempio in cui il figlio maggiorenne:

  • pur avendo ottenuto un’assunzione e quindi abbia una retribuzione da lavoro dipendente, stia ancora completando la propria formazione universitaria [3];
  • svolge un lavoro precario e limitato nel tempo: in tal caso non si può considerare raggiunta l’indipendenza economica proprio perché richiede una prospettiva concreta di continuità [4].

note

[1] Cass. ord. n. 18531/17 del 26.07.17.

[2] Cass. sent. n. 20137/2013, n. 18974/2013.

[3] Cass. sent. n. 8714/2008.

[4] Cass. sent. n. 8227/2009.

Autore immagine: 123rf com


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