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Come ridurre i debiti grazie al giudice

26 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 luglio 2017



Sovraindebitamento con l’Agenzia delle Entrate Riscossione o con le banche: il magistrato può autorizzare un taglio se il debitore non ha soldi per pagare.

Tutta la vita a lavorare sodo per pareggiare i conti a fine mese, senza nemmeno riuscire a mettere via granché. Debiti contratti e accumulati con l’Agenzia delle Entrate Riscossione e con la banca per poter mandare i figli all’università, non al mare. E adesso? Come si fa a pagare quei debiti, se il conto corrente ha lo stesso colore della bandiera cinese, di un bel rosso acceso? Ci vorrebbe una legge contro il sovraindebitamento per evitare di gettare la definitivamente spugna. Bene: questa legge c’è (era stata soprannominata da qualcuno «legge salva suicidi» proprio per quello che abbiamo appena descritto). Ed è una legge [1] che consente ad un giudice di dare un taglio al debito fino a ridurlo perfino al 25% dell’ammontare. Tre quarti di pensieri se ne vanno via. Al quarto restante, bisogna, comunque, pensarci.

Il primo ad applicare questa norma è stato il tribunale di Busto Arsizio (Varese), che ha osato addirittura autorizzare un saldo e uno stralcio con la defunta Equitalia, oggi Agenzia delle Entrate Riscossione. Ha seguito le sue orme il foro di Napoli, intervenendo su una situazione debitoria con una banca. A questi si sono accodati quelli di Monza e di Como.

Ma com’è possibile ridurre i debiti grazie al giudice? In pratica, con una particolare procedura (detta «piano del consumatore» o «accordo con i creditori», a seconda che sia richiesto o meno il consenso del creditore), il consumatore o il piccolo imprenditore può ristrutturare il proprio debito (anche se con l’Agenzia delle Entrate Riscossione) ottenendo la riduzione dell’importo in base delle proprie capacità economiche.

Dev’essere il debitore a fare il primo passo, presentando una richiesta in tribunale con l’assistenza di un «organismo di composizione della crisi» che, in realtà, può essere anche un semplice professionista come un avvocato o un commercialista.

Chi può ridurre i debiti grazie al giudice

E’ ovvio che il debitore deve meritare questo sconto, nel senso che la sua situazione di morosità non dev’essere stata provocata da uno sperpero senza fine ma da cause non attribuibili a sua colpa. Potrà ridurre i debiti grazie a un giudice chi è stato licenziato o ha visto il proprio stipendio tagliato, oppure chi subisce le conseguenze di una congiuntura economica difficile. Ma non chi ha speso tutti i soldi in Ferrari, champagne e week end a Saint-Tropez e ora dice che non sa come pagare i debiti.

C’è di più: il debitore deve dimostrare la propria buona volontà a voler saldare quel che può del debito. Quindi, da una parte deve dare la prova di poter pagare almeno una minima percentuale del debito, attingendo da propri o altrui beni (si pensi, per esempio, alla vendita della casa dei genitori o alla cessione di parte del Tfr). Dall’altra parte, deve anche attestare che, pur lavorando 24 ore su 24, non sarebbe capace di ricoprire la parte restante.

Il debitore, insomma, deve offrire un «saldo e stralcio» del debito tarato in base alle sue effettive possibilità

A questo punto, la procedura può prendere due risvolti differenti, a seconda della scelta fatta dal debitore.

L’accordo con i creditori

La prima ipotesi, detta «accordo coi creditori», richiede che la proposta di saldo e stralcio ottenga il consenso del 60% dei creditori (se è uno soltanto, il nulla osta è ovviamente unico). Il giudice, preso atto del voto favorevole, autorizza il piano di ristrutturazione e libera il debitore da ciò che gli resta da saldare.

Perché mai il creditore dovrebbe accettare? Perché, attraverso le carte depositate in tribunale dalla controparte, viene messo in grado di comprendere che questa è, per lui, la migliore occasione di recuperare almeno parte del proprio credito.

Come dire: meglio una bistecca in mano che un vitello in paracadute, cioè: meglio poco che niente

Il piano del consumatore

La seconda alternativa è detta «piano del consumatore». Qui, a differenza della prima ipotesi, non è richiesto il consenso del creditore. Il debitore si fa autorizzare direttamente dal giudice che decide in base al proprio convincimento. Se il giudice ritiene che il programma di pagamento sia soddisfacente e commisurato alle effettive possibilità del debitore, lo autorizza, decurtando – anche in questo caso – la residua parte della passività.

Questa ipotesi è ammessa solo per debiti non derivanti da attività professionale, lavorativa o imprenditoriale

Stop ai debiti con l’Agenzia delle Entrate Riscossione

Come noto, il debitore non può presentarsi all’Agenzia delle Entrate Riscossione e chiedere un accordo che riduca il debito. Troppa grazia, Sant’Antonio. Questo perché, trattandosi dello Stato, vige il principio di pari trattamento tra tutti i cittadini, cosa che non sarebbe di certo garantita nell’ipotesi in cui ad alcuni fossero concesse determinate e più favorevoli condizioni di pagamento e ad altri, invece, condizioni meno vantaggiose.

Significa che la richiesta di «saldo e stralcio» in via amministrativa non può essere mai accolta

Tutt’al più, il contribuente può chiedere una rateazione del debito, ossia la dilazione fino a 72 rate (senza dover presentare documenti a giustificazione della propria difficoltà economica) o a 120 rate (in quest’ultimo caso, invece, è necessaria una documentazione più stringente).

Con il piano del consumatore, invece, si supera questo limite e il debitore può ottenere (ma solo grazie al giudice) un forte sconto che può arrivare – benché la legge non ponga espressamente limiti – fino a tre quarti. Il 75% in meno. Altro che briciole. Ovviamente, il tutto è possibile solo se il magistrato ritiene che sussistano i requisiti per omologare il piano del consumatore presentato dalla famiglia in difficoltà. In sostanza, secondo il tribunale, l’attuazione del piano deve rappresentare il massimo sforzo che, considerando le attuali condizioni, il debitore può compiere per uscire dalla crisi.

La decurtazione del debito deve coincidere con la migliore soddisfazione possibile per i creditori

La prima sentenza che ha decurtato il debito di un contribuente con Agenzia delle Entrate Riscossione (scontandolo di circa l’80%) è stata emessa, come dicevamo all’inizio, dal tribunale di Busto Arsizio. Il giudice varesino ha omologato un piano del consumatore. A Como, invece, il giudice ha cancellato del 74% i debiti che una imprenditrice aveva verso Agenzia delle Entrate Riscossione (allora Equitalia) e l’Agenzia delle Entrate, passati da quasi un milione e mezzo di euro a 370 mila. In questo caso, la procedura prescelta è stata quella dell’accordo con i creditori.

Ma la vera notizia è che il Fisco ha accettato la proposta. Costretta, evidentemente, dall’inoppugnabile dimostrazione che il contribuente non avrebbe mai potuto pagare di più. Nel caso di specie, gli enti di riscossione erano consapevoli che, a conti fatti, non avrebbero avuto armi per azionare l’esecuzione forzata, essendo il debitore nullatenente ed essendo l’immobile in cui questi viveva, «prima casa» e, quindi, impignorabile. Il discorso della bistecca in mano ed il vitello in paracadute.

Stop ai debiti con la banca

Il tribunale di Monza, invece, seguendo l’esempio di quello di Napoli, ha omologato un piano del consumatore richiesto da un soggetto che aveva attivato troppe carte revolving e dall’accensione di prestiti mediante cessione del quinto dello stipendio. In questo caso, la decurtazione del debito autorizzata dal tribunale ammonta al 65%. Il rimborso del residuo viene rimborsato utilizzando anche parte del Tfr accantonato presso lìazienda dal lavoratore del nucleo familiare.

note

[1] Legge n. 3/2012.

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