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Mantenimento: la moglie deve dimostrare di non potersi mantenere

26 luglio 2017


Mantenimento: la moglie deve dimostrare di non potersi mantenere

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 luglio 2017



Per ottenere l’assegno di divorzio è l’ex moglie che deve dimostrare la non indipendenza economica e di aver fatto di tutto per trovare un lavoro.

Se, durante la causa di divorzio, l’ex moglie non riesce a dimostrare la propria incapacità a mantenersi da sola perde l’assegno di mantenimento. È sul coniuge più debole economicamente che ricade infatti l’onere della prova della cosiddetta «non indipendenza economica». È quanto chiarito dal Tribunale di Roma con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire quale importante chiarimento fornisce la pronuncia in oggetto in tema di mantenimento.

Come ormai a tutti noto, la Cassazione ha riscritto le regole sulla quantificazione dell’assegno di divorzio: non più una misura volta a garantire all’ex col reddito più basso lo stesso «tenore di vita» che aveva quando era ancora sposato, ma solo a consentirgli il sostentamento, ossia l’indipendenza economica. Chi quindi accampa pretese economiche nei confronti dell’ex coniuge deve dimostrare di non potersi mantenere da solo. Se questi, al contrario, dovesse risultare ancora in grado di provvedere a se stesso non ha più diritto all’assegno di mantenimento. È il caso, ad esempio, di chi è nelle condizioni (fisiche, d’età, di formazione e d’esperienza) di trovarsi un lavoro o perché percepisce redditi da altre fonti (ad esempio: uno stipendio di almeno mille euro al mese, l’affitto di un immobile, gli aiuti dai genitori, la disponibilità di un tetto dove andare a dormire, ecc.).

A questo punto si è posto il problema: chi deve dimostrare l’autosufficienza economica della moglie? In altre parole:

  • è la moglie a dover provare, al giudice, di non essere in grado di mantenersi per poter sperare nell’assegno di divorzio
  • o è invece il marito a dover dare dimostrazione che la moglie è indipendente economicamente?

Secondo il Tribunale di Roma è più corretta la prima soluzione. La donna deve dimostrare di essersi attivata per reperire un lavoro consono all’esperienza professionale maturata e al titolo di studi conseguiti. Non può limitarsi a semplici prove generiche e non circostanziate. Deve inoltre dimostrare di essere nell’impossibilità – per impedimento fisico o altro – di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Se dovesse limitarsi a dedurre di aver svolto incarichi occasionali non avrebbe sufficientemente provato quanto sopra e perderebbe il diritto all’assegno di divorzio. Peraltro la scelta di trasferirsi presso la casa dei genitori è, anzi, dimostrazione di avere una ulteriore disponibilità economica derivante dagli aiuti di questi ultimi e dalla disponibilità di un domicilio gratuito. Risultato: se l’ex moglie non dimostra la propria «non indipendenza economica» il giudice non può riconoscerle l’assegno di mantenimento.

Deve essere rigettata la domanda di assegno divorzile sulla base del più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità inaugurato con la sentenza 11504/17, tenuto conto degli indici costitutivi del parametro dell’indipendenza economica enucleati dalla Suprema corte, indici che operano in via concorrenziale e non già alternativa, quale ad esempio la possibilità di usufruire gratuitamente di un’abitazione e, soprattutto, del mancato assolvimento da parte del richiedente dell’onere probatorio della non indipendenza economica.

È allora escluso il contributo economico a carico dell’ex marito in favore della donna in età lavorativa che risulta disoccupata e lascia una città per tornare al sud in una città svantaggiata dove scarseggiano le occasioni di lavoro: si tratta di una decisione unilaterale le cui conseguenze non possono che ricadere su chi ha fatto questa scelta di vita.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 12899/17 del 23.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 5 maggio – 26 luglio 2017, n. 18531
Presidente Nappi – Relatore Bisogni

Rilevato che

1. Con ricorso del 10 maggio 2014 il sig. Ro. Ol. deducendo un peggioramento della propria situazione economica rispetto all’epoca in cui furono raggiunti gli accordi relativi al mantenimento della figlia Gi. To. e deducendo altresì una raggiunta indipendenza economica della stessa chiedeva al Tribunale di Firenze di disporre la revoca dell’assegno di mantenimento in favore della figlia e, in subordine, una riduzione sensibile dell’assegno di mantenimento per le ragioni succitate.
2. Il Tribunale di Firenze, il 1 luglio 2015, pronunciava il decreto n. 7987/2015 con il quale disponeva la rideterminazione del contributo del padre al mantenimento della figlia in Euro 500 mensili in luogo di Euro 650 precedentemente concordati.
3. Avverso tale decreto il sig. Ro. Ol. proponeva reclamo deducendo la raggiunta indipendenza della figlia Gi. To. ventisettenne fuori corso all’università, nonché una drastica riduzione dei propri redditi rispetto all’epoca in cui fu raggiunto l’accordo per il mantenimento della figlia.
4. Avverso tale decreto il sig. Ol. propone ricorso per cassazione deducendo violazione e falsa applicazione di norme di diritto – omesso esame circa un fatto decisivo della controversia.

Ritenuto che

5. Il ricorso difetta di specificità quanto alla deduzione di violazione e falsa applicazione di una norma di legge. Dalla lettura del motivo di ricorso non si evince chiaramente quale sia la norma che il ricorrente assume essere stata violata.
6. Per quanto concerne l’omesso esame circa un fatto decisivo ai fini della decisione ex art 360 n.5 c.p.c secondo la giurisprudenza di questa Corte la parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c, comma 1, n. 6) e all’art. 369 c.p.c, comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso”.(Cassazione Civile, SS.UU., sentenza 22/09/2014 n. 19881). Il ricorso manifestamente non risponde all’osservanza di tali requisiti.
7. Va anche precisato che la Corte d’appello non ha omesso di considerare lo svolgimento dell’attività lavorativa retribuita della To. ma l’ha ritenuta meramente precaria. La Corte ha anche ritenuto legittimo il completamento degli studi universitari per poter ottenere una collocazione sul mercato del lavoro adeguata alle aspettative della To. in relazione alla opportunità di terminare il percorso formativo e compatibilità delle spese che ne derivano con la sua condizione sociale.
8. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile
senza statuizioni sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

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