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Editoriali C’era una volta l’art. 183: la morte della mediazione obbligatoria e il ritorno al passato

Editoriali Pubblicato il 25 ottobre 2012

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Il vecchio articolo 183 del codice di procedura civile era più efficace rispetto alla norma sulla mediazione obbligatoria, oggi finalmente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.

Nessuno, dotato di buon senso, scommetterebbe sulle possibilità di un accordo tra due persone in lite, ormai approdate agli studi dei rispettivi avvocati, disposte a darsi battaglia a suon di lettere di diffida e finanche a corrispondere un lauto anticipo al proprio difensore pur di affermare i propri interessi (o, per chi ha una visione idilliaca, i propri “diritti”).

Questo stesso buon senso aveva spinto il nostro legislatore – non pochi anni fa – a prevedere un sistema, per dirimere all’origine le cause, un sistema dotato di una certa razionalità: alla prima udienza di trattazione, il giudice doveva invitare le parti a tentare una conciliazione. Ben inteso: lo faceva il giudice e non un soggetto qualsiasi, colui cioè che avrebbe dovuto decidere la controversia; verosimilmente, l’unico dotato di quella forza dissuasiva e di convincimento che solo chi ha il coltello dalla parte del manico può avere.

Ciò perché un magistrato che conosca bene il caso e che davvero voglia far ragionare le parti ha tutti gli strumenti per farlo nel migliore dei modi: lasciando intravedere il proprio convincimento, sia pure astratto e privo ancora di cognizione sui fatti (non essendo stata svolta la fase istruttoria).

Chiunque avrebbe molta più soggezione e considerazione dell’invito a trovare un accordo proveniente proprio dalla persona delegata a decidere la controversia che non da un soggetto esterno alla causa, privo di cognizioni tecniche e di conoscenze sul caso.

Ecco perché il vecchio articolo 183 del codice di procedura civile era più efficace rispetto alla norma sulla mediazione obbligatoria, oggi finalmente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale.

Con il precedente articolo 183, infatti, l’esperimento della conciliazione veniva affidato:

– a un tecnico (il giudice) e non a un soggetto (il mediatore) potenzialmente estraneo alla conoscenza della legge e del processo;

– a una figura istituzionale terza e imparziale (il giudice) e non a un soggetto privato (il mediatore) scelto a piacere da colui che ha iniziato la lite;

– a un soggetto (il giudice) il cui convincimento sarebbe stato alla base della decisione finale e non a colui invece (il mediatore) la cui visione e interpretazione della vicenda avrebbe rilevato solo marginalmente nel successivo giudizio in tribunale;

– a un soggetto (il giudice) tenuto per legge e in virtù del proprio compito a studiare la vicenda e a conoscere casi simili (ivi compresi gli orientamenti della Cassazione sullo stesso tema) e non a un soggetto che prende conoscenza della vertenza solo la mattina stessa della conciliazione (il mediatore);

– a un soggetto (il giudice) il cui ruolo e figura incidono certamente di più, in termini di soggezione, rispetto a un soggetto (il mediatore) che invece, essendo spesso socio dell’organismo di mediazione, è più simile alla figura di un imprenditore;

– a un soggetto (il giudice) che il cittadino ha già pagato con le tasse per iniziare la causa e non a un intermediario privato della giustizia che il cittadino deve pagare a proprie spese.

Tuttavia, per attuare concretamente il vecchio art. 183 c’era bisogno di un magistrato che venisse, alla prima udienza, già preparato sul fascicolo e, quanto meno, sapesse di cosa si stesse parlando: circostanza questa che solo con i giudici più attenti e scrupolosi avveniva.

Poi l’articolo 183 è stato modificato e la conciliazione davanti al giudice è divenuta una mera eventualità, cui si fa luogo solo se c’è la richiesta congiunta delle parti (il che non avviene quasi mai). Al posto di quel tentativo, è subentrata invece la mediazione obbligatoria. Ma questa è ormai storia vecchia che tutti conosciamo.

Se lo scopo della mediazione era togliere lavoro ai giudici, nessuno meglio dei giudici stessi è in grado di fare ciò…

E allora, che ben venga un ritorno al passato e al vecchio articolo 183 se è vero che oggi il Parlamento è moralmente (oltre che giuridicamente) chiamato a mettere ordine al caos fatto qualche anno fa…

 

 


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8 Commenti

  1. Quando mai e’ stato applicato veramente l’art. 183 cpc? Mai, quel 1 comma e’ sempre stato finto. Ho trovato l’applicazione del 420 cpc, xche’ nella lavoro i giudici hanno sempre provato ad esperire il tentativo di conciliazione, ma non ho mai visto applicare il 183cpc relativamente al tentativo di conciliazione.
    Per favore, eviate demagogie assai poco aderenti alla realta’
    (Una avvocato)

    1. Infatti il vero nocciolo non era creare un nuovo sistema, ma attuare meglio il sistema precedente. Il 183 era perfetto, ma era necessario che più giudici venissero “informati” sui fatti di causa. Certo, questo richiedeva tempo e certamente più organico. E allora siamo sempre là: il vero problema non è che la parti non conciliano, ma il default della giustizia.

  2. Scusa, collega, pur concordando con te che il vero problema non riguarda le parti che non conciliano, e che sicuramente il sistema giustizia fa acqua, non possiamo nemmeno nasconderci dietro un dito. Mi spiego: Il ruolo giornaliero dei giudici è talmente elevato, che l’applicazione dell’art. 183 cpc diventava in automatico impossibile, anche per il giudice più volenteroso, (Tempo fa ebbi una causa in cui il giudice poneva rinvii a due anni proprio in ragione dell’enorme numero di cause a ruolo che gli venivano continuamente assegnate).
    Inoltre, se il problema non è delle parti che non conciliano, vien da se che è stata anche responsabilità di noi avvocati la difficile applicazione del 183 cpc. Se siamo, per deontologia e ruolo, i primi mediatori (e di fatto questo lo avremmo dovuto essere sempre) allora qualche responsabilità dobbiamo pur assumercela, anche se continio a ritenere che lo scarso organico dei giudici sia la causa principale del caos che regna sovrano da infinito tempo.
    In ogni caso, se ci soffermiamo ancora sull’assuto che il problema non è quello delle parti che non conciliano, trovo assai ridicolo tutto il caos sulla mediaconciliazione, tacciato di un sistama nuovo inutile che non risolveva il nodo gordiano del caos della giustizia. E lo dico pensando anche ai tentativi obbligatori di conciliazione alla lavoro, condizione di procedibilità fino all’emanazione del Collegato lavoro. Lì il tentativo era obbligatorio, e dunque, in teoria, anche quello doveva considerarsi contrario all’art. 24 della Costituzione, ma…..guarda un pò è andato avanti per 20 anni, senza che venissse mai sollevata alcuna problematica sulla sua costituzionalità. Come mai?
    Perchè, in teoria, non prevedevano obblighi di pagamento? Ma non era così, perchè tutti sappiano che in un modo o in un altro vi era il pagamento della prestazione del legale anche solo per l’invio della richiesta di conciliazione alle, allora, Direzioni provinciali del lavoro.
    In conclusione, sarei pienamente d’accordo sul sano ritorno al vecchio articolo 183 cpc, ben sapendo, però, che da avvocato, non mi avrebbe creato nessun problema adire anche alla mediaconciliazione, quale strumento attraverso cui tentare di permettere al mio assistito di giungere prima ad un risultato, così come ero costretta un tempo ad esperire il tentativo di conciliazione alla lavoro prima di iscrivere qualsiasi ricorso ex art. 414 cpc.
    Siamo sicuri di essere così nel giusto, oggi? Anche perchè, diciamolo, quanti sono stati gli organismi di conciliazione “privati” costituiti da avvocati, alcuni dei quali esimi consiglieri di consigli dell’ordine?

    1. Cara Emanuela. Ti racconto una storia: che ora potrà sembrare favola, e probabilmente non ci crederei io stesso se non l’avessi vissuta in prima persona.
      Un paio di volte sono stato in udienza davanti al giudice di pace di un noto paese della provincia cosentina. Questi, alla prima udienza, esigeva che fossero presenti entrambe le parti e – non so come – faceva già capire loro le probabilità di vittoria che avrebbero rispettivamente avuto. Come dire: “Guardi che se lei non riesce a dimostrarmi questo, potrebbe perdere la causa; e se lei invece non mi dimostra quest’altro le darò torto…!”

      Questa storia metteva così tanto stress nelle parti che alla fine entrambe si guardavano bene nella coscienza e, puntualmente, riconoscendo a sé stesse che alla corda della ragione non si dà mai un taglio netto da un solo lato, finivano per trovare un accordo.

      Ma questo era possibile solo in presenza di un giudice con un ruolo tale da consentirgli lo studio di ogni singolo fascicolo già prima della comparizione delle parti.

  3. IL vero problema è questo. Per quanto i mediatori fossero avvocati (che, in sede di mediazione, avevano semplicemente “cambiato giacca”) e per quanto ogni avvocato tendesse a suggerire al proprio cliente di promuovere la mediazione presso lo stesso organismo al quale era iscritto egli medesimo, permaneva sempre il rischio che le parti venissero “illuminate” sulle reali opportunità o sulle disutilità connesse alla causa in via di radicamento (con ogni intuibile ricaduta in ordine alle parcelle). Ipotesi quindi da rifuggire fermamente. Mentre la conciliazione in corso di causa è finalizzata alla ricerca di un equilibrio fra gli interessi dedotti in giudizio (formali o, se si preferisce, simulati), la mediazione era teleologicamente orientata all’emersione degli interessi reali ed effettivi: se questo fosse mai accaduto e le parti avessero trovato un accordo , addio ricche parcelle. Grazie e saluti. Marco da Torino (nè avvocato, nè mediatore, mero giurista).

  4. È un fatto che mercoledì 24 ottobre 2012, con un comunicato stampa all’osso, la Corte costituzionale abbia «dichiarato la illegittimità costituzionale, per eccesso di delega legislativa, del d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28 nella parte in cui ha previsto il carattere obbligatorio della mediazione».
    È probabile che la Corte costituzione abbia così argomentato: la legge delega del Parlamento, sulla base del combinato disposto dell’art. 76 della Costituzione e dell’art. 60 della legge 69 | 2009 non delegava il governo a stabilire se la mediazione dovesse avere carattere obbligatorio o facoltativo.
    È un fatto che il presidente della Repubblica abbia emanato il d.lgs. 4 marzo 2010 n. 28 senza rinviarlo alle Camere e dunque senza accorgersi del vizio di costituzionalità. Cápita.
    È possibile, ma non so quanto probabile, che questo vizio di costituzionalità sia sanato attraverso un ddl d’iniziativa parlamentare o d’iniziativa governativa o attraverso un dl adducendo ex art. 77 della Costituzione che si tratta di un caso straordinario di necessità e urgenza.
    Cosa mi auguro?
    Mi auguro che la medizione non diventi obbligatoria.
    Con i mediatori ho avuto a che fare poche volte, e spesso non mi sono sembrati all’altezza.
    Ho insegnato in un corso per mediatori: otto ore al giorno per una settimana, escluso il sabato. Un’esperienza per me deludente.
    E dunque quel mio augurio vale per quel che vale: l’augurio di un singolo nella sua assoluta singolarità.

    1. Gentile prof. Cittadini, è sempre un piacere leggere i suoi commenti.
      Credo che la legge dovesse mettere dei requisiti più stringenti alla possibilità di rivestire il ruolo di mediatori. Trovo poi assurdo addebitare sulle tasche del cittadino una doppia spesa solo perché i tribunali non sono capaci di smaltire il contenzioso.

      Certo è che lo Stato dovrebbe fare ammenda dei soldi bruciati a centinaia di organismi che avevano investito così tante risorse e speranze di affari.

  5. salve a tutti,
    ho notato sia nel post che nei commenti una scarsa conoscenza dell’istituto mediazione (magari mi sbaglio e chiedo venia) ma sembra che confondiate la mediazione con una transazione.
    inziamo con ordine.
    prima cosa: la transazione stragiudiziale effettuata dagli avvocati (almeno da una parte di essi).
    prima di intraprendere una causa è buona norma chiamare il collega e cercare di capire se è opportuno arrivare ad una transazione; ciò si traduce in una, due telefonate che il più delle volte non portano a nulla.
    Questa è una transazione.
    Il giudice che invita le parti a conciliare, invita le parti a transare sostanzialmente, ossia trovare un accordo che sta più o meno nel mezzo all’oggetto del contendere e amici come prima.
    anche questo è transare
    Cosa diversa è mediare.
    Intanto c’è un problema fisico.
    seduto attorno ad un tavolo possibilmente senza l’assillo del tempo che scorre, ma con la volontà di (qualora possibile) immaginare situazioni diverse, alternative.
    Allargare la torta si dice in gergo.
    Un giudice in un’aula di tribunale non ha ne il tempo ne la possibilità tecnica di farlo; due avvoati attorno ad un tavolo non hanno il giusto “sinallagma” diciamo così.
    Solo l’intervento del Mediatore può arrivare ad aiutare a approfondire tematiche assolutamente inpensabili in altri contesti.
    un esempio banale: rivendicazione della proprietà con contestuale riconvenzionale per usucapione. In giudizio si valuterebbe semplicemente titolo e durata del possesso con testimoni, annessi e connessi, in mediazione nove volte su dieci si arriva ad una compravendita.
    Oggettivamente parlando, se in mediazione si arriva ad un accordo in cui entrambe le parti si ritengono soddisfatte si può dire che giustizia non è stata fatta?
    La percentuale di mediazioni chiuse positivamente con controparte costituita è di circa il 50%
    una mediazione su due si chiude con un accordo in circa 60 giorni di tempo.
    Ipotizziamo che l’adesione non sia un misero 20% sul totale delle pratiche (in cui la lobby delle assicurazioni auto la fa da padrona infischiandosene) ma che possa arrivare ad un 80% attraverso incentivi/disincentivi, numeri alla mano significherebbe che il 40% delle cause oggetto di mediazione obbligatoria si risolverebbero ancor prima di arrivare dal giudice.
    Giustizia non è stata fatta per quelli che hanno ottenuto un accordo ragionevolmente vantaggioso?
    il rimanente 60% andrebbe in tribunale: uno sconto c’è già sulle spese di mediazione (credito d’imposta fino a 250 euro per mediazioni negative) ossia per le mediazioni fino a 25 mila euro di valore, ( e senza considerare il gratuito patrocinio, che è veramente gratuito in quanto non diventa un costo per la collettività come nel caso degli avvocati ma che viene svolto esclusivamente pro bono…….gratis in tutto e per tutto per intenderci) rimane da sostenere il contributo unificato che si somma alla parte eccedente al costo della mediazione scontata del credito d’imposta…..
    Rapportato al risparmio sia in termini di costo che in termini di minor tempo perso da quelli che hanno chiuso l’accordo di conciliazione per la collettività sarebbe comunque uno scenario a somma positiva.
    Per rendere il sistema assolutamente perfetto basterebbe un unico correttivo: eliminare il credito d’imposta e permettere a chi non ha raggiunto l’accordo in mediazione di scontare il costo dal contributo unificato; cosa peraltro fattibile con poco aggravio se rapportata al “costo sociale” della mediazine facoltativa e praticamente inesistente.
    Anche in questo caso una breve riflessione: chiudere una conciliazione significa creare un vantaggio economico al sistema giustizia ovvero al Paese, ritengo sappiate che il solo contributo unificato non basta a coprire le spese di un processo.
    Aggiungete un risparmio figurato associato ai tempi tecnici di una sentza definitiva con un accordo di conciliazione.
    Il restante 50% delle cause civili troverebbe comunque tribunali meno appesantiti dal numero di cause (40% in meno stimato per difetto) e quindi realisticamente minor tempo necessario per una sentenza definitiva (con ulteriore risparmio per mancanza di presupposti per azioni ex legge Pinto)
    In più il fatto che si muova un’industria di un miliardo di euro (stime mie grossolane) significa che vi saranno introiti per tasse versati dai singoli mediatori, dagli Organismi e dalle sedi secondarie; entrate che potrebbero calmierare la perdita derivante dal mancato pagamento del contributo unificato.
    sommando il tutto penso che il gioco sarebbe a somma zero per le entrate statali, ma dall’altro lato risoverebbe il 50% delle cause civili del nostro paese.
    Insomma per dirla tutta manca ancora un vero contributo che non guardi il solo aspetto ideale della mediazione (peraltro condivisibile) ne tantomeno l’aspetto giuridico strictu sensu ma che ragioni su parametri “allargati”, e non mi riferisco a coloro che (in buona fede e rispettando le leggi del mercato) pensano di fare profitti con la mediazione, ma mi riferisco all’impatto sul sistema Paese di un drastico ridimensionamento della medazione come condizione di procedibilità.
    Evidentemente sono mie riflessioni che nascono da alcuni anni di impegno nella mediazione e che credo di poter ragionevolemente proporvi come spunto di riflessione alternativa alla vostra.
    cordialità
    Giancarlo Causi

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