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Scappare al posto di blocco

27 luglio 2017


Scappare al posto di blocco

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 luglio 2017



Fare marcia indietro all’alt della polizia non è reato se non si mette in pericolo la circolazione.

Immagina di trovare un posto di blocco e di aver dimenticato la patente a casa o di aver bevuto quel bicchierino in più che potrebbe farti rischiare la patente. Se dovessi fare marcia indietro e non fermarti all’alt della polizia, cosa rischieresti? Scappare al posto di blocco non è reato – sostiene la giurisprudenza consolidata e, di recente, anche la Corte di Appello di Taranto [1] – ma solo a condizione che non si compiano manovre pericolose e ci si limiti a cambiare strada. In quest’ultimo caso scatta il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

Come abbiamo già spiegato in Non fermarsi al posto di blocco della polizia: cosa rischio? l’illecito penale di resistenza a pubblico ufficiale richiede una condotta attiva con violenza sulle cose o sulle persone. La semplice «resistenza passiva» come il darsi alla fuga, non integra il reato. Ne consegue che fare marcia indietro all’alt della polizia o dei carabinieri non è un comportamento che determina alcuna sanzione penale. Il comportamento vietato dalla norma penale è quello del conducente che, per evitare il blocco delle autorità, inizia una manovra spericolata determinando pericolo per il traffico e commettendo infrazioni al codice della strada: si pensi a una inversione di marcia, al passaggio col rosso o con lo stop, alla mancata precedenza, all’eccesso di velocità, alla traiettoria a slalom nel traffico.

Dunque, l’automobilista che decide di scappare al posto di blocco commette il reato di resistenza a pubblico ufficiale, se non si limita a sottrarsi ai controlli, ma per allontanarsi dalla pattuglia mette in pericolo gli agenti e gli utenti della strada.

note

[1] C. App. Taranto sent. n. 3 del 6.04.2017.

Corte d’appello di Taranto – Sezione penale – Sentenza 6 aprile 2017 n. 3

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI LECCE

SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO

SEZIONE PENALE

composta dai signori:

Dr. Antonio DEL COCO Presidente estensore

Dr.ssa Susanna DE FELICE Consigliere

Dr. Luciano CA VALLONE Consigliere

all’udienza del 12/01/2017

con l’intervento del Pubblico Ministero dr. Ma.Ba.; con l’assistenza del Cancelliere sig. Ra.Ca.; ha pronunciato la seguente

SENTENZA

DIBATTIMENTALE

nel processo penale a carico di:

DE.EG., nato il (…) a Taranto – attualmente detenuto p.a.c. c/o la Casa Circondariale “Pa.” – Palermo

– PRESENTE –

appellante avverso la sentenza n. 658/2013 emessa il 22/03/2013 dal Tribunale di Taranto – con la quale, imputato per il reato p. e p.:

  1. A) dall’art. 9 L. 1423/56 perché, essendo sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di P.S. con obbligo di soggiorno, non ne rispettava le prescrizioni guidando un autoveicolo senza essere munito di patente e associandosi a persone sottoposte a procedimenti penali;
  2. B) dall’art. 337 c.p. perché, mentre era alla guida del veicolo (…) targato (…) usava violenza contro gli agenti della stazione carabinieri di Statte per opporsi ad essi mentre gli intimavano di fermarsi, effettuando una manovra di retromarcia a forte velocità nonostante la presenza di veicoli che lo seguivano e numerosi pedoni e allontanandosi repentinamente, mettendo in pericolo l’incolumità degli agenti operanti e delle altre persone presenti. (In Statte il 19/06/07. Recidiva reiterata infraquinquennale), veniva ritenuto responsabile dei reati ascrittigli ai capi A) e B) della rubrica e applicata la contestata recidiva con il vincolo della

continuazione condannato alla pena di anni due mesi due e giorni venti di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza del Tribunale di Taranto, resa in data 22.3.2013, DE BIASIO Egidio veniva ritenuto colpevole dei reati di cui agli artt. 9 l. 1423/56 – così come modificato dall’art. 75 D.Lgs. n. 159/2011 – e 337 c.p., ascrittigli rispettivamente ai capi A) e B) dell’imputazione.

Sulla scorta dell’istruttoria dibattimentale, articolatasi nell’acquisizione dei documenti prodotti dal P.M. (decreti applicativi della misura della sorveglianza speciale) e, sull’accordo delle parti, della C.N.R. del 3.07.2007, era emerso che l’imputato, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale di P.S. con obbligo di soggiorno, non ne aveva rispettato le prescrizioni, violando sia l’obbligo specifico di rispettare le leggi che il divieto di associarsi abitualmente con persone pregiudicate. Quanto al primo profilo ponendosi alla guida di un autoveicolo senza essere munito di titolo abilitativo, revocatogli in conseguenza della sottoposizione della misura, mentre, quanto al secondo, era stato trovato, nei giorni 20.10.2006, 1.3.2007 e 11.3.2007, in compagnia dei pregiudicati Ro.Co., Sp.Fr. e Sp.Al.. Inoltre, la (…) rossa, condotta dal prevenuto, era risultata intestata a Gu.An., altra persona con numerosi precedenti penali a carico, deceduta, ma con la quale vi erano stati rapporti di frequentazione.

Dall’informativa dei Carabinieri del Comando di Statte era risultato, altresì, che l’imputato si era posto alla guida del suddetto veicolo nel mentre i militari gli intimavano l’alt, opponendosi all’ordine impartitogli con l’effettuazione di una manovra in retromarcia a forte velocità, che aveva posto in pericolo la salute dei pedoni presenti.

Alla luce delle suindicate risultanze, il Giudice di primo grado riteneva accertata la responsabilità dell’imputato che condannava alla pena di giustizia, con le statuizioni conseguenti.

Avverso tale pronuncia interpone tempestivo appello il difensore del prevenuto deduce, in primo luogo, l’insufficienza del materiale probatorio acquisito a fondare la responsabilità dell’imputato in ordine ai reati ascrittigli.

Quanto alla ipotesi di cui al capo a) dell’imputazione la difesa sostiene che il De. avesse intrattenuto frequentazioni con persone pregiudicate in quanto ad esse legato da vincoli di parentela. Quanto invece al reato di cui al capo B), la difesa sottolinea che sebbene l’imputato avesse attuato una fuga con manovre repentine e spericolate, ovvero violando le regole della circolazione stradale, tuttavia tale condotta violenta non era stata diretta contro i militari al fine di metterne in pericolo l’incolumità ovvero per ostacolarne il servizio.

Infine il difensore, contestando l’eccessività del trattamento sanzionatorio riservato al proprio assistito, chiede un ridimensionamento della pena inflitta previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da ritenersi prevalenti, o almeno equivalenti, alla contestata recidiva.

In data odierna il Procuratore Generale ed il difensore dell’imputato, previa discussione, hanno concluso nei termini riportati in epigrafe.

L’appello è infondato.

La Corte, richiamando qui le argomentazioni logico giuridiche poste a sostegno della decisione di primo grado che condivide appieno, sulla scorta del materiale probatorio in atti, ritiene dimostrata la colpevolezza del prevenuto in ordine alle ipotesi di reato addebitategli.

Invero: in relazione al delitto di cui all’art. 75 co. 2 d. lgs 1569/2011, come modificato l’art. 9 l. 1423/56 di cui al capo A) dell’imputazione, principio di diritto consolidato è quello secondo cui non è richiesta una costante ed assidua relazione interpersonale con persone pregiudicate (ex multis: Cass. sez. 6 n. 28985/2014).

La ratio giustificatrice della norma è quella di prevenire attività criminose ovvero di vagliare l’attualità della pericolosità sociale del sorvegliato vietando allo stesso di frequentare persone inclini al crimine che potrebbero indurlo a commettere ulteriori reati.

Sicché, è ininfluente, ai fini della sussistenza della violazione della norma precettiva, la circostanza che la persona frequentata fosse un parente non essendo essa suscettibile di eccezioni (Cass. sez. 1 n. 23261/2016), né vi sarebbe motivo, trattandosi della tutela dell’ordine pubblico, di introdurre distinzioni di sorta.

Conseguentemente le giustificazioni addotte rimangono del tutto irrilevanti.

Inoltre, in data 19.06.2007, il De. era stato sorpreso dai militari alla guida dell’autovettura (…) di colore rosso, tg. (…), nonostante fosse sfornito di patente di guida perché ritiratagli a seguito dell’applicazione della misura di prevenzione personale, così violando l’obbligo di rispettare la legge.

Infine, in relazione all’ipotesi di cui all’art. 337 c.p., è errato l’assunto difensivo secondo cui la fuga intrapresa dall’imputato non potrebbe integrare l’elemento della violenza richiesto dalla norma in quanto non diretta al pubblico ufficiale.

Sul punto la Corte condivide l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, in tema di resistenza a pubblico ufficiale, integra l’elemento materiale della violenza la condotta del soggetto che si da alla fuga, alla guida di una autovettura, non limitandosi a cercare di sottrarsi all’inseguimento, bensì ponendo deliberatamente in pericolo, con una condotta di guida obiettivamente pericolosa, l’incolumità personale degli agenti inseguitori o degli altri utenti della strada (Cass. sez. 2 n. 41419/2009; Cass. sez. F, n. 40/2013).

Tale principio trova applicazione nel caso in esame.

Dalle ricostruzione dei fatti effettuata dal M.llo Calderone e dal V. Br. Co., cioè coloro che avevano intimato l’Alt all’appellante, emerge, infatti, che al fine di procedere al fermo del mezzo e del suo conducente avevano altresì azionato i dispositivi di emergenza luminosi. Ciononostante l’imputato, alla vista dei militari, aveva effettuato, a forte velocità, una repentina manovra in retromarcia dandosi ad una precipitosa fuga, inseguito dai suddetti

militari. In tal modo mettendo a repentaglio non solo l’incolumità dei pubblici ufficiali, ostacolandone il doveroso servizio, ma anche e soprattutto quella dei passanti e degli altri veicoli ivi presenti, trattandosi di zona particolarmente frequentata in quanto sede di numerosi esercizi commerciali tra cui un grosso supermercato.

Dalle modalità dell’azione si evince altresì la consapevolezza del prevenuto di opporsi ai controlli dei carabinieri, non solo dandosi alla fuga ma anche vanificando l’inseguimento dei militari facendo perdere le sue tracce.

Pertanto, non può che ritenersi corretta la decisione assunta dal Giudice di prime cure stante, alla luce delle ragioni fin qui esposte.

Quanto al trattamento sanzionatorio, le modalità della condotta, la gravità del fatto ed i numerosi precedenti penali specifici a carico del De. (sia di violazione degli obblighi di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel 2001 e nel 2003 che di resistenza a pubblico ufficiale nel 2004), giustificano l’applicazione della contestata recidiva reiterata infraquinquennale poiché la condotta oggetto del presente giudizio appare essere espressione di una pericolosità sociale mai sopita in ragione della quale peraltro era sottoposto alla citata misura. Di talché il chiesto riconoscimento delle circostanze attenuati generiche non solo non trova alcuna ragion d’essere non sussistendo elementi in tal senso favorevoli all’imputato ma essi sarebbero comunque soccombenti rispetto alla valutazione fortemente negativa della sua personalità.

Le spese seguono la soccombenza

P.Q.M.

La Corte, visti gli artt. 605 e 592 c.p.p., conferma la sentenza del Tribunale di Taranto, in data 22.03.2013, appellata da De.Eg. che condanna al pagamento delle spese processuali verso l’Erario.

Termine di 90 giorni per il deposito della motivazione. Così deciso in Taranto il 12 gennaio 2017.

Depositata in Cancelleria il 6 aprile 2017.

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