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Consigli per un ricorso in Cassazione contro cartella esattoriale?

5 agosto 2017


Consigli per un ricorso in Cassazione contro cartella esattoriale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 agosto 2017



Ho ricevuto da Equitalia una cartella esattoriale dopo due gradi di giudizio di cui il primo favorevole. Ora sto preparando il ricorso in Cassazione. Consigli?

Non tutte le questioni che riguardano il ricorso possono formare oggetto di ricorso in Cassazione. La Cassazione viene, infatti, definita giudice di legittimità. Ciò significa che le questioni riguardanti il merito dei precedenti giudizi (i fatti che giustificano, per esempio, l’acquisto di un’autovettura, la prova dell’utilizzo di redditi esterni al nucleo familiare, ecc.) non possono nuovamente essere esaminati, dovendo la Cassazione controllare solo se vi è stato un errore nell’applicazione di norme sia concernenti il procedimento svoltosi avanti le commissioni tributarie, che la sentenza stessa del grado di appello. Ai sensi del codice di procedura civile [1], infatti, il ricorso per Cassazione può riguardare:

  • il fatto che la sentenza impugnata sia stata emessa da un giudice diverso da quello stabilito dalla legge per ogni tipo di questione (giudice ordinario, invece del giudice tributario, per esempio);
  • il fatto che il giudice che ha emesso la sentenza fosse incompetente a farlo;
  • il fatto che il giudice di secondo grado abbia applicato una norma sbagliando (errore di diritto);
  • il fatto che la sentenza di secondo grado sia nulla per mancanza di un requisito essenziale (la firma del giudice, per esempio) o che il procedimento sia nullo, per esempio per l’omessa notifica di un avviso da parte della segreteria della commissione tributaria;
  • il fatto che il giudice di appello non abbia esaminato un fatto decisivo per la controversia, sebbene esso sia stato regolarmente proposto da una delle parti.

Il ricorso per Cassazione deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da un avvocato iscritto nell’apposito albo dei patrocinanti nelle giurisdizioni superiori, munito di procura speciale.

Nel caso del lettore, i motivi per cui si potrebbe proporre il ricorso potrebbero essere, in via teorica, o l’errore nell’applicazione di una legge o l’omesso esame di qualche questione sollevata da una delle parti e che appariva decisiva per le ragioni dell’una o dell’altra parte o un vizio nella procedura. Per poter esprimere un giudizio completo sarebbe necessario, pertanto, conoscere tutto il procedimento, i vari atti sottoposti dalle parti alle commissioni tributarie di primo e secondo grado; bisognerebbe fare un controllo di tutte le fasi del procedimento d’appello per verificare se vi siano state delle omissioni o degli errori che giustificano il ricorso in Cassazione.

Nel caso che ci interessa, l’ufficio ha la possibilità di determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta [2]. Ciò che si potrebbe obiettare, rispetto alla decisione della commissione di secondo grado, è che la commissione regionale ha errato le motivazioni che la hanno indotta nella presunzione che i beni posseduti dal lettore, cioè l’autovettura o gli immobili, presuppongano che né lui, né il suo nucleo familiare avevano la possibilità di affrontare con i redditi che sono stati dichiarati, le spese relative. Chi dice che chi acquista un’autovettura, ne faccia un uso intensivo o non, piuttosto, che essa venga tenuta in garage ed utilizzata solo ogni tanto? Solo la spesa per tassa di circolazione e quella per l’assicurazione, in teoria, potrebbero trovare un riscontro in presunzioni ragionevolmente certe circa l’ammontare dei costi di gestione. In questo caso, ci si troverebbe di fronte ad un vizio della decisione: o perché vi è stata una erronea applicazione di leggi o perché la motivazione è errata. Si potrebbe, infatti, obiettare che la motivazione è erronea o illogica, rilevando che nel ragionamento fatto per giungere alla decisione sono state violate le norme che riguardano l’esame delle prove inserite dalle parti o che le suddette prove non sono state valutate adeguatamente con un percorso logico chiaro e corretto. Per quanto riguarda gli immobili, alcuni sono stati acquistati molto tempo prima ed altri sarebbero il frutto di eredità o, comunque, di acquisti che non ricadono sul reddito. Anche qui: quali sono le spese di gestione di un immobile? Sono certe solo quelle per le tasse e basta, perché non è possibile affermare che si siano affrontate delle spese per gli immobili senza indicare di quali spese si tratti. Dal punto di vista della motivazione della sentenza di secondo grado, potrebbero riscontrarsi degli appigli per un eventuale ricorso. Sono state applicate, infatti, presunzioni che non sono state adeguatamente riscontrate con indicazioni specifiche di quali siano le spese che, a parere dei giudici tributari, implicano il possesso di un reddito adeguato e maggiore di quello dichiarato. Le uniche spese certe sono quelle per le imposte; le altre sono solo frutto di un ragionamento non supportato da alcun riscontro. A questo punto, e solo considerando le spese certe, si potrà stabilire se vi sia stato uno scostamento di oltre il 25% tra il reddito dichiarato e quello presunto. È chiaro che l’Agenzia delle Entrate in caso di ricorso sosterrà le sue ragioni in senso diverso. In una circolare del 2013 [3], la stessa Agenzia, a proposito dei parametri – cioè l’attribuzione di un reddito sulla base di una “presunzione” – distingue tra:

  1. spese certe, cioè quelle che risultano senza possibilità di contestazione;
  2. spese che derivano da elementi certi come la proprietà, per esempio, dell’autovettura, che è un elemento certo, nel caso del lettore;
  3. quota di spesa, sostenuta nell’anno in esame, per l’acquisto di beni e servizi destinati a durare per molti anni.
  4. ammontare dei risparmi riscontrati (depositi in banca, titoli, polizze assicurative, ecc.).

Nel caso del lettore i valori determinati possono essere ricondotti alla seconda ipotesi: cioè da un elemento certo (la proprietà di auto e immobili) il Fisco ha desunto il probabile costo annuale per il loro mantenimento. Il reddito è stato calcolato su tutto il valore dell’auto? Il lettore è proprietario esclusivo dell’autovettura o è in comunione dei beni? In questo secondo caso, solo il 50% delle spese presunte possono essere a lui ricondotte. Gli immobili: in che stato si trovano? Da quanto tempo sono stati acquistati? Provengono da eredità o donazioni? Un’altra riflessione: le spese per gli immobili. La circolare del 2013 prende in considerazione non genericamente le spese per mantenere gli immobili di proprietà (o in comproprietà), ma “la casa di abitazione”. Lo fa perché presume che, sulla base del tipo di abitazione, è necessario sostenere costi per l’arredamento, per il riscaldamento, per il telefono, per il condominio, ecc. Orbene: una cosa è l’abitazione, dove queste spese hanno un senso logico ed altra cosa sono gli immobili diversi nei quali moltissime delle spese necessarie per la propria casa di abitazione non esistono: si potrebbe pensare ad una casa sfornita di contatore per la luce o di telefono, per fare un esempio.

Vi sono elementi che potrebbero confutare le presunzioni dell’Agenzia delle Entrate e rendere non congrua la motivazione della sentenza della commissione regionale, suggerendo di proporre ricorso? È chiaro che un giudizio complessivo potrebbe essere dato visionando tutta la documentazione. Ci sono elementi utili a sostenere un ulteriore ricorso. Un altro aspetto che andrebbe esaminato, è il procedimento svoltosi nei gradi precedenti. Sarebbe necessario accertare se vi sono state nullità. La motivazione della decisione di secondo grado. Corrispondenza tra la decisione ed i motivi di impugnazione da parte dell’Agenzia delle Entrate. Un altro tema di indagine, ancora, riguarda i ragionamenti fatti dalla commissione regionale per determinare il reddito presunto: si tratta di questioni che erano state sollevate dagli uffici finanziari nel ricorso alla commissione di secondo grado? Un principio pacifico è che il giudice di appello si deve pronunciare solo sulle questioni che gli vengono sottoposte dalle parti. La commissione di secondo grado è andata per conto suo. Basta leggere i motivi dell’appello dell’Agenzia come vengono riportati nella sentenza ed i motivi che vengono utilizzati nella decisione. L’appello aveva riguardato la composizione del nucleo familiare? Forse sbagliando, la commissione di primo grado aveva ritenuto il reddito della suocera del lettore come rientrante in quello familiare. La Commissione di secondo grado entra in questo argomento: era stato questo uno dei motivi del ricorso in secondo grado? E poi: i ragionamenti sugli estratti conto. Erano stati addotti dall’Agenzia delle Entrate come motivo di errore del giudice di primo grado? O è stata la Commissione di secondo grado ad entrare in questo esame senza che le fosse stato richiesto? Vi potrebbe essere, probabilmente, una mancanza di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, per dirla nel gergo degli avvocati. E questo è un vizio della sentenza che consente il ricorso in Cassazione. La commissione di secondo grado, piuttosto che esaminare le motivazioni del ricorso dell’Ufficio, si è limitata a confutare le motivazioni difensive sviluppate dal lettore nelle sue difese, seguendo un filo logico non giustificato e che potrebbe essere oggetto di rilievi in sede di impugnazione. In definitiva, possono esserci dei margini per andare in Cassazione. Tra l’altro, visto l’importo da pagare, potrebbe valerne anche la pena. Dopo la decisione della commissione tributaria regionale, la sentenza sfavorevole al contribuente può essere messa in riscossione per la differenza tra quanto si versò in sede di dichiarazione dei redditi e quanto è stato accertato dalla commissione tributaria. L’Agenzia, sulla scorta delle leggi vigenti, può pertanto chiedere il pagamento. Tale pagamento può essere però rateizzato. La rateizzazione può arrivare fino a 72 rate e, nel caso di grave e comprovata difficoltà fino a 120 rate con scadenza mensile. L’effetto principale della presentazione di domanda di rateizzazione è che vengono sospese fin da subito le procedure per il recupero coattivo delle somme, l’eventuale iscrizione di ipoteca su immobili di proprietà, il fermo amministrativo dell’autovettura. Si può chiedere che le rate siano fisse, o prevedere anche che siano variabili e crescenti, se vi è la prospettiva di un miglioramento delle condizioni economiche in futuro. Per quanto riguarda la rateizzazione decennale, il Decreto Ministeriale che la ha regolamentata , ne ha fissate le condizioni. Ove il debitore si trovi, per ragioni estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica, la rateizzazione ordinaria (sei anni) può essere aumentata fino a centoventi rate mensili.

Ai fini della concessione di tale maggiore rateazione occorrono le seguenti condizioni:

  1. accertata impossibilità per il contribuente di assolvere il pagamento del credito tributario secondo un piano di rateazione ordinario;
  2. valutazione della solvibilità del contribuente in relazione al piano di rateazione concedibile.

Per usufruire della rateizzazione più lunga occorre predisporre istanza molto dettagliata e motivata, da produrre all’Agente della riscossione (unitamente alla documentazione comprovante i requisiti), nella quale siano illustrate le ragioni poste a fondamento dell’istanza. Le condizioni che devono sussistere congiuntamente sono per le persone fisiche che la rata normale (sei anni) è superiore al 20% del reddito mensile del nucleo familiare del richiedente, avuto riguardo ai dati dell’Isee dello stesso nucleo, da allegare all’istanza. Occorre sottolineare che la concessione della dilazione in 120 rate non è automatica, ma che potrebbe essere concessa una rateizzazione inferiore a seconda dei risultati delle operazioni contabili che l’Equitalia farà con i documenti da allegare. Le rateizzazioni concesse, possono essere ulteriormente prorogate in casi particolari. Per quel che concerne gli effetti della rateazione, è utile sottolineare che, una volta concesso il beneficio:

  • l’Agente della riscossione non può iscrivere il fermo dei beni mobili o l’ipoteca nei confronti di un contribuente che ha chiesto e ottenuto di pagare a rate;
  • l’ipoteca è iscrivibile solo se l’istanza è respinta o se il debitore decade dal beneficio della rateazione;
  • il contribuente che ha ottenuto la rateazione non è più considerato inadempiente e può partecipare alle gare di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi, con Durc perfettamente in regola.

Da segnalare infine che in costanza di pagamento del debito rateale, le Pubbliche Amministrazioni non possono effettuare il blocco dei pagamenti, altrimenti previsto: se il lettore svolge prestazioni a favore di Enti pubblici, la cosa ha una qualche importanza, perchè pagamenti superiori a 10.000,00 euro sono preventivamente sottoposti al visto di Equitalia e nel caso di rateazione in corso non possono essere pignorati. La rateizzazione decade con il mancato pagamento di otto rate: ma come abbiamo visto, è possibile già prima chiedere una ulteriore proroga delle rate.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Vincenzo Rizza

note

[1] Art. 360 cod. proc. civ.

[2] L. 600 del 29.09.1973.

[3] Circ. Ag. Entr. n. 24/E del 31.07.2013.

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