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Lo sai che? Quale familiare convivente può ricevere la posta altrui?

Lo sai che? Pubblicato il 28 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 luglio 2017

Perché la notifica sia valida non è necessaria una convivenza stabile potendo anche essere temporanea ed occasionale.

Tutte le volte in cui il destinatario di una raccomandata – sia essa una multa, un atto giudiziario, una cartella di pagamento, ecc. – non si trova a casa propria al momento dell’arrivo del postino, questi può consegnare la busta a un familiare convivente purché maggiore di 14 anni e capace di intendere e volere. Fermo restando che il familiare è libero di non accettare la busta (leggi Che rischio se accetto le raccomandate di altre persone), è bene chiedersi quale convivente può ricevere la posta altrui e quale invece non è legittimato a farlo. La questione è tutt’altro che di poco conto: in gioco c’è la validità della stessa notifica e, quindi, l’esistenza di interi processi, la possibile prescrizione di debiti, la nullità delle cartelle di pagamento o delle multe stradali. La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione [1] che ha chiarito alcuni importanti aspetti in tema, appunto, di notifica al convivente.

Fermo restando la necessità dell’esistenza di un rapporto di parentela – per cui non è valida la notifica fatta al convivente privo di alcun legame con il destinatario effettivo (si pensi al partner o al compagno universitario di stanza) – il dubbio che si è posto è se la posta debba essere necessariamente consegnata a un familiare con un rapporto di «convivenza stabile e duratura» oppure se si possa trattare anche di una convivenza momentanea. La Cassazione propende per questa seconda tesi. Anche il “convivente temporaneo” può ricevere la notifica diretta all’interessato. Infatti, per «familiari conviventi» devono intendersi non solo le persone che vivono stabilmente con il destinatario della notifica e che risultino (sotto un aspetto anagrafico) parte della sua famiglia, ma anche quelle che si trovino al momento della notificazione nella casa di abitazione dello stesso per una situazione di convivenza meramente temporanea [2].

In ogni caso non è condizione per la validità della notifica l’identificazione del soggetto che riceve la posta: l’ufficiale giudiziario o il postino può limitarsi a scrivere – nel registro o nella relazione di notifica – che la consegna è stata affidata a familiare convivente specificando il rapporto di parentela (padre, madre, fratello, zia, ecc.), senza bisogno di indicare anche il nome e cognome. Grava sul destinatario dell’atto l’onere di fornire la prova della non convivenza con il soggetto resosi materialmente consegnatario della notifica.

Nel 2008 la Cassazione ha precisato che ai fini della validità della notificazione effettuata a mano alla persona convivente, il concetto di convivenza, da interpretarsi estensivamente, può comprendere anche persone collegate con il destinatario della notificazione da relazione in senso lato “familiare”, ovvero di lavoro o di interesse, caratterizzata da continuità ed estrinsecantesi nella frequente compresenza con il medesimo in alcuno dei luoghi stabiliti per le notificazioni, quali, ad esempio, la persona addetta all’impresa, anche non dipendente, il collega di studio, in rapporto al difensore, il collega di lavoro, che svolge la propria attività nella stessa sede indipendentemente da vincoli formali di relazione professionale. (Nella specie è stata ritenuta valida la notificazione effettuata a mano di segretaria di collega di studio del difensore destinatario negli stessi locali) [3].

note

[1] Cass. sent. n. 37239/17 del 26.07.2017.

[2] Cfr. da ultimo, Cass. sent. n. 21362/2010. Sull’operatività della presunzione anche nell’ipotesi in cui l’atto da notificare sia consegnato a persona di famiglia che, pur non avendo uno stabile rapporto di convivenza con il destinatario, sia a questi legato da vincolo di parentela ed abbia sottoscritto la relazione di notifica in cui è qualificata come tale, senza esternare alcuna riserva, v. Cons. St., sent. n. 1352/2002. Per il caso specifico della notificazione eseguita a mezzo del servizio postale, fra le molte, cfr. Cass. sent. n. 22607/2009.

[4] Cass. pen. sent. del 6.04.1998.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 26 aprile – 26 luglio 2017, n. 37239
Presidente Lapalorcia – Relatore Sabeone

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Avellino, con sentenza del 14 gennaio 2016, ha condannato M.R. per il reato di furto aggravato di energia elettrica.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il condannato, personalmente, chiedendo la rescissione del giudicato ai sensi dell’articolo 625 ter cod.proc.pen. in quanto il processo si era celebrato in sua assenza senza che egli ne avesse avuto effettiva conoscenza.
In particolare il decreto di citazione a giudizio era stato notificato, a mezzo posta, con consegna della raccomandata nella sua residenza a persona, non indicata nominativamente, ma qualificata quale “familiare convivente figlio” mentre in realtà, come comprovato da un certificato di stato di famiglia, non vi era alcun figlio con lui convivente.
3. Il Procuratore Generale presso questa Corte di Cassazione, nella sua requisitoria scritta, ha concluso per l’inammissibilità del ricorso in quanto l’identificazione del ricevente l’atto non è adempimento necessario per la validità dell’atto e che lo stato di famiglia non è idoneo a superare l’attestazione della ricevuta di consegna della raccomandata in merito alla convivenza, anche temporanea, che è cosa diversa dalla comune residenza.
4. Risulta, infine, pervenuta memoria redatta nell’interesse del condannato con la quale, in replica della requisitoria del Procuratore Generale, s’insiste per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.
2. In primo luogo, l’identificazione del soggetto che riceve il plico postale contenente il decreto di citazione a giudizio non è requisito di validità dell’atto (v. la citata Sez. II 12 giugno 2015 n. 28081).
3. Analogamente la qualifica di soggetto convivente con il destinatario dell’atto si presume anche nell’ipotesi di presenza temporanea di un soggetto qualificatosi, in ogni caso, quale familiare dello stesso.
Peraltro, questa Corte di legittimità ha in più occasioni precisato che in materia di notificazione all’imputato non detenuto, ai fini dell’applicazione dell’articolo 157 cod.proc.pen., per familiari conviventi devono intendersi non soltanto le persone che vivono stabilmente con il destinatario dell’atto e che anagraficamente facciano parte della sua famiglia, ma anche quelle che, per altri motivi, si trovino al momento della notificazione nella casa di abitazione del medesimo, purché le stesse, per la qualifica declinata rappresentino una situazione di convivenza, sia pure di carattere meramente temporaneo, che legittima nell’agente notificatore il ragionevole affidamento che l’atto perverrà all’interessato (v. Cass. Sez. IV 5 febbraio 2013 n. 9499).
4. A ciò si aggiunga come le asserzioni defensionali dell’odierno ricorrente potrebbero trovare il loro ingresso soltanto nell’ipotesi di promuovimento di una querela di falso, destinata a dimostrare la non veridicità di quanto riportato nell’atto fidefaciente posto in essere dal messo postale (v. Cass. Sez. VI 5 novembre 2013 n. 47164 e Sez. VI 12 gennaio 2016 n. 7865).
5. Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende.

P.T.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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