Diritto e Fisco | Editoriale

Il pubblico ministero e il suo dominio incontrastato

28 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 luglio 2017



Oggi, si fanno ricorsi, querele e denunce pur di accontentare il cliente. Se la causa è avventata, però, deve esser possibile applicare una sanzione immediata ed efficace che funga anche da dissuasore per chi voglia strumentalizzare dolosamente la giustizia.

Di: Vincenzo Musacchio (*)

Mi preoccupa non poco che in questo periodo che chiunque possa rivolgersi a un’autorità giudiziaria senza un filtro reale in partenza. Ritengo che occorra, nell’immediato, una seria, efficace ed energica penalizzazione per la lite temeraria (quei casi in cui si avviano cause civili e penali per futili motivi impegnando le strutture della giustizia senza una buona ragione). Oggi, si fanno ricorsi, querele e denunce pur di accontentare il cliente. Se la causa è avventata, però, deve esser possibile applicare una sanzione immediata ed efficace che funga anche da dissuasore per chi voglia strumentalizzare dolosamente la giustizia. La nostra Costituzione prevede la presunzione di non colpevolezza e il nostro codice di rito l’obbligatorietà dell’azione penale, ma ogni giorno leggo di peripezie investigative incredibili che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei valori costituzionali e che sono attuate solo per incriminare o peggio arrestare qualcuno. In questo momento storico, rilevo una netta prevalenza della cultura del sospetto su quella della garanzia. La custodia cautelare è la regola e non l’eccezione come dovrebbe essere. Manca il giudice terzo e non di rado la linea processuale la detta il pubblico ministero. Quello di cui il cittadino soffre è che l’iniziativa del magistrato inquirente sia accolta troppo spesso dagli organi giudicanti.

Il pubblico ministero, “star televisiva”, ha un’influenza sconfinata, mentre la difesa parte certamente in seconda linea

È capitato non di rado, purtroppo, che siano state emesse sentenze sull’onda delle emozioni create dal pubblico ministero attraverso i media (cfr. per tutti il caso Tortora). Quest’ultimo, oggi è il dominus assoluto delle indagini preliminari e i media l’hanno rafforzato quasi al punto di non ritorno. Il pubblico ministero, “star televisiva”, ha un’influenza sconfinata, mentre la difesa parte certamente in seconda linea e questo squilibrio in un processo di tipo accusatorio è una stortura. Bisogna recuperare al più presto una reale cultura garantista che parta dalla presunzione di innocenza e abbia in se la piena parità tra accusa e difesa e la discrezionalità dell’azione penale. Occorrerà applicare il principio in dubio pro reo, recupere l’efficacia delle conseguenze penali e prevedere una maggiore responsabilità della magistratura requirente. Sarà necessario disciplinare i processi mediatici, fermo restando il rispetto della libera manifestazione del pensiero e della libertà di stampa. Una volta c’era l’insufficienza di prove, oggi abbiamo creato l’art. 530 comma 2 e non lo applichiamo mai. Personalmente noto un’evidente irrazionalità del nostro sistema penale: con una sentenza passata in giudicato, non si va in carcere, con la presunzione d’innocenza sì. L’esigenza sentita da tanti è quella di trovare un efficace equilibrio tra autonomia e responsabilità del pubblico ministero sia nell’iniziativa penale sia nella conduzione delle indagini.

Abbiamo assistito spesso a pubblici ministeri, sedotti dai media e dalle sirene incantatrici della politica

L’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo dove esiste il potere senza il contrappeso della responsabilità. I pubblici ministeri, essendo a capo della polizia giudiziaria, possono dirigere le indagini con una discrezionalità a volte sconfinante anche nell’arbitrio, arrivando persino a condizionare pesantemente la vita di un cittadino o di una persona. Un simile potere, negli altri Paesi, è bilanciato da altrettanta responsabilità. Da noi i pubblici ministeri, oltre ad avere stesse garanzie d’indipendenza e di autonomia dei giudici, non sono tenuti a rispondere a nessuno per i loro eventuali errori. Alla fine, anche dopo lunghi e costosi processi che sono finiti con un nulla di fatto, il pubblico ministero potrà comunque dire di aver fatto il proprio dovere perché “l’azione penale è obbligatoria”. Dall’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale abbiamo assistito spesso a pubblici ministeri, sedotti dai media e dalle sirene incantatrici della politica, che si sono ritrovati non di rado a rilasciare dichiarazioni sconvenienti su procedimenti penali ancora nella fase delle indagini preliminari. Ci sono stati casi in cui dalle Procure sono emerse intercettazioni telefoniche che coinvolgevano persone non indagate. Anche su questo occorrerà fare una riflessione profonda. Giovanni Falcone (in pochi lo sanno) in merito alla separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero era convinto che la regolamentazione delle funzioni e della carriera del pubblico ministero non potesse essere identica a quella dei magistrati giudicanti, essendo diverse le funzioni, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il p.m., arbitro il giudice. Falcone sosteneva che il tema andasse affrontato senza paure e preconcetti, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, puntualmente sbandierate quando si parla di differenziazione delle carriere. Apriamo finalmente un dibattito serio e sereno su questo tema!

(*) Vincenzo Musacchio, giurista e già docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma


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