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Ecco perché Agenzia Entrate non pignora i mobili del debitore

30 luglio 2017


Ecco perché Agenzia Entrate non pignora i mobili del debitore

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 luglio 2017



Riscossione esattoriale e cartelle di pagamento non saldate: il pignoramento dei beni mobili è più difficoltoso e incerto nell’esito.

Mai come nel processo e nell’esecuzione forzata conta più la paura che non l’effettivo rischio connesso a determinate azioni. L’incombente spada di Damocle di un ufficiale giudiziario che possa pignorare i beni di casa o sfrattare dall’appartamento l’anziano pensionato porta i contribuenti a spremersi fino al midollo pur di racimolare i soldi per pagare i debiti. Ma oltre ad alcune cose che l’Agenzia Entrate Riscossione non ti pignorerà mai, esistono anche degli impedimenti di carattere pratico che conosce solo chi vive quotidianamente i tribunali e le procedure esecutive. Per cui, una cosa è dire «Arriva il fisco e ti pignora la casa», un’altra invece è «Resterai senza un tetto»; una cosa è ricordare che la legge consente all’ufficiale giudiziario di pignorare i mobili di casa, un’altra è invece la possibilità concreta che ciò avvenga davvero. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire perché Agenzia Entrate Riscossione non pignora i mobili del debitore.

«Non posso pagare alcune cartelle esattoriali: l’ufficiale giudiziario potrà pignorare i mobili di casa, i tappeti, i divani, il frigorifero, la televisione?». Per chi vive in affitto o in comodato (ad esempio il figlio che riceve in prestito la casa dai genitori) il rischio è davvero minimo: già ai tempi di Equitalia, infatti, l’Agente della Riscossione aveva emanato una circolare ove si stabiliva che il pignoramento mobiliare deve essere l’ultima spiaggia. L’esattore vi procede solo quando ritiene che ne derivi una sicura utilità, ossia quando «la particolare condizione sociale del debitore (…) faccia fondatamente presumere l’esito fruttuoso di un eventuale accesso nella casa di abitazione, grazie al rinvenimento di cose di particolare pregio» [1]. Insomma, solo quando è molto probabile che, all’interno dell’abitazione del contribuente, vi siano beni di valore di una certa consistenza come quadri quotati, gioielli e altri oggetti d’oro è verosimile il tentativo di un pignoramento mobiliare. Più improbabile è quanto questi sospetti manchino; in tal caso il pignoramento di divani, televisori, scrivanie, stereo sono al riparo.

Ora, se anche è vero che Agenzia Entrate Riscossione può affacciarsi all’anagrafe tributaria e dei conti correnti e sapere quanto guadagna il contribuente, da dove riceve i redditi e quanto ha in banca, è anche vero che non esiste alcun registro per i beni mobili detenuti in casa, sicché il procedimento è sempre una “caccia al tesoro”.

Ricordiamo a tal fine che il pignoramento mobiliare non riguarda solo i mobili d’arredo, ma anche i soldi contanti eventualmente trovati all’interno dell’appartamento (ad esempio quelli custoditi all’interno della cassaforte), i gioielli preziosi e tutto ciò che – dice il codice di procedura – è «di pronta liquidazione» ossia facilmente vendibile. La scelta è rimessa all’ufficiale giudiziario che può essere accompagnato dal creditore o dall’avvocato di quest’ultimo.

La vera ragione per cui l’Agenzia Entrate non pignora i mobili del debitore (così come qualsiasi altro creditore) è che la procedura esecutiva è – sebbene non dispendiosa e anche piuttosto rapida – incerta e spesso inutile. Per comprenderne le ragioni dobbiamo ricordare come avviene il pignoramento mobiliare:

  • il creditore si reca dall’ufficiale giudiziario per concordare un giorno e un orario per tentare l’accesso a casa del debitore;
  • in quell’occasione l’ufficiale giudiziario si reca al luogo di residenza di quest’ultimo e tenta l’accesso. Il debitore non può fare resistenza. Ma se il debitore è assente l’ufficiale giudiziario tenta un successivo accesso nei giorni successivi. Ovviamente il debitore non è in condizione di sapere quando arriverà l’ufficiale;
  • al momento dell’accesso nella casa del debitore, l’ufficiale ispeziona i luoghi e sottopone a pignoramento i beni di valore maggiore e, comunque, più facilmente vendibili;
  • questi beni però non vengono asportati ma restano a casa del debitore. Quest’ultimo ne è nominato custode fino al giorno in cui verrà l’Istituto Vendite Giudiziarie a prelevarli per metterli all’asta;
  • l’asta non viene pubblicizzata, né vi è modo che un terzo sappia quando e dove avverrà. Le date e il luogo sono pubbliche ma comunicate solo al creditore, al debitore e alla cancelleria del tribunale. Questo rende del tutto improbabile che qualcuno possa partecipare alla procedura della vendita forzata;
  • se il bene si vende il ricavato viene ripartito tra i creditori e l’eventuale residuo restituito al debitore; se il bene non si vende viene messo di nuovo nella disponibilità del debitore che, tuttavia, dovrà pagare i diritti di deposito e custodia all’Istituto Vendite Giudiziarie. In ogni caso il creditore può chiedere l’assegnazione diretta del bene piuttosto che la vendita; ne diviene così proprietario dovendo però versare al debitore l’eventuale differenza tra il suo credito (se inferiore) e il valore del bene (se superiore).

L’esperienza dimostra che raramente il pignoramento mobiliare si conclude con la vendita e l’aggiudicazione del bene. Risultato: tutta la procedura, nel 90% dei casi, risulta infruttuosa.

A ciò si aggiunge che non tutti i beni mobili sono pignorabili. Il codice di procedura civile [2], infatti, annovera, tra i beni “assolutamente impignorabili” (ossia che non possono essere pignorati e asportati dall’ufficiale giudiziario, sia per i pignoramenti promossi da Agenzia Entrate Riscossione, che da qualsiasi altro creditore) i letti, i tavoli da pranzo con le relative sedie, gli armadi guardaroba, i cassettoni, il frigorifero, le stufe ed i fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, la lavatrice, gli utensili di casa e di cucina insieme ad un mobile idoneo a contenerli, in quanto indispensabili al debitore ed alle persone della sua famiglia con lui conviventi, a condizione che non abbiano un significativo pregio artistico o di antiquariato.

Nonostante l’incertezza di tale procedura, la vecchia Equitalia ci ha dimostrato di usare il pignoramento mobiliare come mezzo per stimolare il debitore all’immediato pagamento. Chi scrive ha avuto modo di visionare dei “preavvisi” di pignoramento anche a fronte di crediti particolarmente elevati (decine di migliaia di euro), i quali difficilmente avrebbero trovato soddisfazione tramite la vendita di arredi domestici.

Che succede se i beni mobili sono di proprietà di terzi?

Potrebbe accadere, peraltro, che chi sia in affitto utilizzi i beni del proprietario di casa, concessigli in comodato d’uso (sulla scorta di un inventario compilato all’atto della consegna dell’immobile). In tal caso il pignoramento di tali beni di proprietà altrui non è possibile purché ricorrano le due seguenti condizioni [3]:

  • la titolarità del bene da parte del terzo deve risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata;
  • il titolo di proprietà deve avere data anteriore all’anno in cui si è verificato il presupposto che ha dato luogo all’iscrizione a ruolo. La data deve essere “certa”, il che avviene – di norma – con la registrazione dell’atto di comodato.

Su questo punto leggi la nostra guida Sì al pignoramento dei beni mobili in comodato all’inquilino.

note

[1] Equitalia, Circolare 215/E del 27.11.2000.

[2] Art. 514 cod. proc. civ.

[3] Art. 63 del Dpr 29.09.1973, n. 602.

Autore immagine: 123rf.com


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