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Lo sai che? Prelievi e versamenti: come evitare il fisco

Lo sai che? Pubblicato il 31 luglio 2017

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Accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate e rispetto della normativa antiriciclaggio: così le nuove regole sull’impiego del denaro contante e del conto corrente bancario.

L’utilizzo del denaro contante, in Italia, non è libero. Ci sono restrizioni e limiti volti in parte a contrastare i fenomeni di evasione, in parte a prevenire il riciclaggio. Ecco perché la legge ha imposto, ad esempio, il divieto di pagamento in contanti per somme a partire da 3mila euro in su. A questa condotta, peraltro, a partire dallo scorso 4 luglio 2017, sono collegate nuove sanzioni economiche: non più tra l’1% e il 40% dell’importo trasferito, bensì da 3mila a 50mila euro. L’uso del cash è inevitabilmente collegato a un altro comportamento che si pone a monte del pagamento: il prelievo e il versamento del denaro sul conto corrente (bancario o postale). Stabilire un limite all’utilizzo del contante significa inevitabilmente limitare prelievi e versamenti. Ma come ed in che modo? Fino a che misura gli italiani sono liberi di eseguire operazioni sul proprio conto corrente senza evadere la legge e, soprattutto, attirare le attenzioni dell’Agenzia delle Entrate? Di tanto ci occuperemo in questo articolo dedicato proprio a come evitare il fisco in caso di prelievi e versamenti.

Pagamenti in contanti: quali sono i nuovi limiti?

La disciplina sull’utilizzo dei pagamenti in contanti ha subito, negli ultimi anni, profonde modifiche. L’ultima di queste, entrata in vigore qualche giorno fa, riguarda come anticipato prima, le sanzioni. Prima, pertanto, di spiegare, in caso di prelievi e versamenti, come evitare il fisco, facciamo il punto della situazione sulla normativa attualmente in vigore. Partiamo proprio dai limiti riguardanti i pagamenti in contanti o qualsiasi altro spostamento di denaro tra soggetti diversi.

In Italia non si può dare denaro in contanti a un’altra persona se l’importo è pari o superiore a 3mila euro, a prescindere dalle ragioni per cui detta consegna avviene (se per donazione, vendita, pagamento di un prezzo, un debito o anche per le tasse). Pertanto:

  • fino a 2.999,99 euro è possibile spostare soldi cash da un soggetto a un altro senza forme né vincoli. Anche ai fini della validità di una eventuale donazione, in quanto l’importo può considerarsi di «modico valore» non è necessario il notaio;
  • per importi da 3mila euro in su è necessario procedere con bonifico bancario o postale, assegno non trasferibile, carta di credito o bancomat (cosiddetta carta di debito). Se l’importo poi viene trasferito a titolo di donazione, per la validità dell’atto (da un punto di vista prettamente civilistico e non certo tributario) è necessario il notaio salvo si proceda con una «donazione indiretta» (sul punto leggi l’approfondimento Come donare soldi senza alcun costo).

Se si viola questo divieto si subisce una sanzione amministrativa che va da 3mila a 50mila euro (a partire dal 4 luglio 2017 non vale più la vecchia pena compresa tra l’1% e il 40% dell’importo trasferito).

Si può frazionare un pagamento in rate versate in contanti?

Quando il prezzo di un bene o di un servizio è superiore a 3mila euro, è possibile pagare in contanti frazionando il pagamento a rate, purché ciascuna di esse non sia superiore a 3mila euro. Immaginiamo, ad esempio, l’acquisto di un’auto per un corrispettivo di 20mila euro. Si può pagare in 10 rate da 2mila euro l’una, ciascuna di queste corrisposta in contanti, senza violare la normativa sull’antiriciclaggio. Affinché, tuttavia, ciò sia possibile, è necessario che la dilazione a rate non appaia un artificioso mezzo per violare la normativa, ma corrisponda a prassi commerciali (si pensi, appunto, all’acquisto a rate di un’automobile o al pagamento del canone di affitto di 11mila euro annui attraverso mensilità inferiori a 3mila euro).

Al contrario, frazionare un pagamento in rate versate in contanti (anche se inferiori a 3mila euro) è vietato se ciò non è altro che un modo per superare il limite all’uso dei contanti imposto dalla legge, valutazione questa che viene fatta caso per caso dal giudice oppure quando i pagamenti a rate sono realizzati in momenti diversi «ma in un circoscritto periodo di tempo fissato in sette giorni». Ad esempio, risulta artificioso – e quindi vietato – l’acquisto di un orologio di 6mila euro pagato con tre rate di 2mila euro ciascuna, nei cinque giorni successivi all’acquisto.

Secondo il Ministero, per poter pagare in contanti e a rate un importo complessivamente superiore a 3mila euro è necessario che vi sia un pregresso accordo scritto tra le parti e che ciò corrisponda a una prassi commerciale [1].

In sintesi

Pagamenti in contanti tra soggetti diversi: leciti fino a 2.999,99 euro; illeciti da 3.000 euro in su (obbligo di usare strumenti tracciabili);

Sanzioni per pagamenti in contanti: da 3mila a 50mila euro;

Rate in contanti per pagamenti superiori a 2.999,99 euro: leciti a condizione che la dilazione sia una pratica commerciale e che vi sia un accordo scritto tra le parti.

Versamenti sul conto: cosa si rischia?

Manca poco per poter spiegare come evitare il fisco in caso di prelievi e versamenti sul conto. Prima ancora, però, dobbiamo chiarire cosa si rischia in caso di prelievi e versamenti sul conto corrente: quali sono i limiti e i problemi che si possono nascondere in tali operazioni e se queste possono generare sospetti agli occhi del fisco.

In generale il divieto dei pagamenti in contanti a partire da 3mila euro non riguarda i rapporti con la banca e, quindi, i prelievi e versamenti sul conto: qui, infatti, lo spostamento dei soldi non avviene tra soggetti differenti (la banca si limita a custodire il denaro che resta comunque nella titolarità del correntista). Ma ciò, come vedremo a breve, non significa una completa libertà di versare o prelevare somme superiori a 3mila euro.

Con riferimento specifico ai versamenti sul conto, il contribuente deve stare attento a non destare l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate che potrebbe esigere chiarimenti sulla provenienza del denaro depositato in banca.

La legge [2] consente al fisco di effettuare indagini bancarie sui conti correnti e, su tali dati, basare le proprie rettifiche del reddito e gli accertamenti fiscali. Da un lato, infatti, l’amministrazione finanziaria può sempre accedere alla cosiddetta «Anagrafe dei rapporti finanziari», un database ove è riportata ogni informazione sui conti dei contribuenti; dall’altro lato è autorizzata a richiedere ulteriori notizie all’istituto di credito. Dal canto suo, il contribuente deve essere pronto a spiegare – nei limiti di tempo entro cui si prescrive l’accertamento fiscale – da dove provengono le somme versate sul conto se non sono state “denunciate” nell’annuale dichiarazione dei redditi, specie se di gran lunga superiori alle sue disponibilità economiche (si pensi a un dipendente che guadagna 1.500 euro al mese che, d’un tratto, deposita in banca 100 mila euro).

La mancata giustificazione della provenienza del denaro versato in banca può implicare un accertamento fiscale, ma mai un reato.

La norma in commento è molto generica e – secondo le interpretazioni giurisprudenziali – può essere applicata non solo agli imprenditori, ma a qualsiasi tipo di contribuente, anche al lavoratore subordinato. Quattro sentenze della Cassazione [3] hanno stabilito che tale disposizione non trova applicazione per i professionisti – i quali, quindi, sarebbero liberi di effettuare versamenti al riparo dai controlli fiscali – ma si tratta di una evidente forzatura. Due anni fa, infatti, è intervenuta sul punto la Corte Costituzionale [4] che – come vedremo tra poco – ha escluso le indagini sui professionisti solo per quanto riguarda i prelievi in conto corrente e non anche per i versamenti. Del resto non vi sarebbe ragione di includere nel campo di applicazione di tale legge i lavoratori dipendenti e non gli autonomi che, invece, sono maggiormente a rischio evasione.

In sintesi

Versamenti sul conto corrente: liberi, anche per somme superiori a 3mila euro;

Rischi: il contribuente deve tenere nota della provenienza dei soldi per poter fornire spiegazioni all’Agenzia delle Entrate qualora lo richieda nei normali termini per l’accertamento fiscale (entro il 31 dicembre del 5° anno successivo alla presentazione della dichiarazione dei redditi). In altre parole non si deve trattare di versamenti non giustificati.

Prelievi sul conto: cosa si rischia?

Veniamo ora alla disciplina sui prelievi. Qui la norma è diversa a seconda che il correntista sia un imprenditore o meno.

Imprenditori

Per gli imprenditori: dal 3 dicembre 2016 sono considerati ricavi i prelievi «non giustificati» (cioè senza l’indicazione del nome del beneficiario in contabilità o senza la sua comunicazione alle Entrate in caso di controllo), per importi superiori a mille euro giornalieri e, comunque, a 5mila euro mensili. Il fatto che siano considerati «ricavi» significa che devono essere tassati. Il rischio quindi è quello di un accertamento fiscale e il pagamento di ulteriori imposte sui redditi. Ma attenzione: questa presunzione non opera sempre ma solo se, in caso di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, il correntista non indica il soggetto beneficiario del prelievo, sempre che quest’ultimo non risulti dalle scritture contabili. Inoltre, come abbiamo già detto, tale regola si applica soltanto ai titolari di reddito d’impresa [4] e non ai professionisti [5].

Lavoratori dipendenti e altri contribuenti

Per tutti gli altri contribuenti invece i prelievi dal conto corrente sono liberi. Il dipendente della banca può tuttavia chiedere spiegazioni su come verranno usate le somme. Tali informazioni servono solo per notiziare la direzione della banca in caso di sospetto di uso per fini di riciclaggio di denaro sporco; la direzione a sua volta, ritenendo i sospetti fondati, dovrà dare comunicazione all’Uif (Ufficio Informazioni Finanziarie) il quale a sua volta valuterà l’eventuale segnalazione alla Procura.

Ma attenzione: la somma prelevata dal conto superiore a 3mila euro non può essere impiegata per pagare un unico acquisto di beni o servizi perché, in tal caso, si ricade nel primo dei divieti sopra visto: quello cioè del trasferimento del denaro tra soggetti diversi sopra la soglia limite. Attenzione, quindi, alle risposte da dare alle eventuali domande fatte allo sportello bancario o postale, al momento del prelievo.

Professionisti

Un discorso a parte deve essere fatto per professionisti. Per questi inizialmente, veniva estesa la disciplina applicabile un tempo agli imprenditori (ora riformata), disciplina secondo cui i prelievi non giustificati erano da ritenersi al pari di ricavi e, quindi, giustificavano un accertamento fiscale. Tale equiparazione però è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale [6]. Sicché oggi i professionisti, come i lavoratori dipendenti, sono liberi di effettuare prelievi senza dover tenere traccia del beneficiario delle somme.

In sintesi

Prelievi sul conto corrente: liberi per tutti i contribuenti. Tuttavia, i soli imprenditori, per somme superiori a 1000 euro giornalieri e, comunque, a 5mila euro mensili, devono essere pronti a dimostrare il soggetto beneficiario del prelievo, sempre che quest’ultimo non risulti dalle scritture contabili (diversamente la somma si considera tassata);

Rischi: accertamento fiscale solo per gli imprenditori.

Come evitare il fisco per prelievi e versamenti

Alla luce di quanto detto possiamo offrire una serie di consigli per evitare il fisco in caso di prelievi e versamenti sul conto corrente:

  • nel caso di prelievi superiori a 3mila euro, non utilizzare il denaro per acquistare un unico bene o servizio;
  • nel caso di versamenti di denaro che non derivino da redditi dichiarati, tenere traccia documentale della fonte del reddito, in modo da poter giustificare la provenienza all’Agenzia delle Entrate in caso di controllo;

Gli imprenditori dovranno indicare il beneficiario del prelievo o riportarlo nella contabilità tutte le volte in cui la somma prelevata è superiore a mille euro al giorno o 5mila euro al mese.

note

[1] Mef circolare n. 2/2012.

[2] Art. 32, co. 1, numero 2) Dpr 600/1973.

[3] Cass. sent. n. 23041/2015 e le nn 12779, 12781 e 16440 del 2016.

[4] GdF circolare del 7 aprile 2017, prot. n. 109546.

[5] GdF circolare 8/E/2017, risposta 19.1.

[6] C. Cost. sent. n. 228/2014.

Autore immagine: 123rf com


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