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Lo sai che? Agenzia Entrate: difesa dal pignoramento del conto corrente

Lo sai che? Pubblicato il 31 luglio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 luglio 2017

L’Agente per la riscossione può ordinare alla banca di versare direttamente allo Stato i soldi depositati dal contribuente sul proprio conto corrente, fino a quando il debito non è stato completamente estinto.

Se hai già letto l’articolo Pignoramento conto corrente Agenzia Entrate Riscossione ti saranno noti certamente i principi con cui il fisco procede al blocco del conto corrente: la procedura non si svolge sotto controllo di un giudice e tutto avviene senza udienza in tribunale. In particolare Agenzia Entrate Riscossione invia una lettera raccomandata sia al contribuente sia alla banca con cui ordina a quest’ultima di trasferire i soldi pignorati nelle casse dello Stato se il debitore non paga entro 60 giorni. C’è quindi una grossa differenza tra il pignoramento presso terzi disciplinato dal codice di procedura civile [1] e quello speciale dell’espropriazione esattoriale [2]. Sicché sono necessari alcuni chiarimenti per stabilire qual è la giusta difesa dal pignoramento del conto corrente da parte di Agenzia Entrate Riscossione.

Il pignoramento del conto corrente da parte del fisco è più insidioso. Non solo perché il blocco avviene senza preavviso, ma anche perché la procedura è più veloce di quella ordinaria. Infatti non è necessaria la nomina di un avvocato, non c’è necessità dell’autorizzazione del giudice, non si provvede alla fissazione di un’udienza, non c’è il conseguente passaggio dal giudice dell’esecuzione. La banca infine è tenuta a eseguire il versamento in base all’atto di pignoramento notificatole da Agenzia Entrate Riscossione, senza un’ordinanza di assegnazione del tribunale.

L’Agente della riscossione è peraltro in grado di sapere con largo anticipo qual è la banca ove il contribuente deposita i soldi. Lo può fare accedendo all’Anagrafe dei rapporti finanziari dell’Agenzia delle Entrate, cui dal 1° luglio 2017 ha accesso; lo può fare anche adottando la cosiddetta procedura preventiva [3], ossia richiedendo ai soggetti terzi che sono debitori del contribuente di comunicare per iscritto le cose o le somme che sono da loro dovute al contribuente debitore.

L’atto di pignoramento presso terzi [4] contiene, come detto, al posto della citazione in udienza prevista dal Codice di procedura civile [5] l’ordine alla banca di pagare la somma pignorata direttamente al concessionario, fino a concorrenza del credito per cui si procede. Il “prelievo” delle somme del contribuente non avviene subito ma dopo 60 giorni, in modo da dare a questi la possibilità di pagare spontaneamente e “sbloccare il conto corrente”. Inoltre, se il pignoramento è per somme superiori rispetto a quelle presenti sul conto corrente, quest’ultimo resta “vincolato”: nel senso che i successivi accrediti verranno trattenuti dalla banca e versati direttamente all’esattore fino a estinzione del debito.

Tutto ciò che abbiamo detto si riassume nel seguente modo: con l’atto di pignoramento, l’Agenzia Entrate Riscossione ordina alla banca di pagare

  • entro 60 giorni a partire dalla data della notifica dell’atto di pignoramento, le somme per le quali il diritto alla percezione sia maturato anteriormente alla data di tale notifica;
  • alle rispettive scadenze, le restanti somme.

In sostanza il termine entro cui il debitore del pignorato deve adempiere al versamento diretto nei confronti del concessionario della riscossione è di 60 giorni, termine che decorre dalla data in cui è stato notificato l’atto di pignoramento [6].

Tale procedura non si applica quando il conto corrente serve per l’accredito della pensione perché in tal caso c’è l’obbligo di passare dal tribunale come per i pignoramenti dei privati.

Come difendersi dal pignoramento del conto corrente

Vediamo ora come difendersi dal blocco del conto corrente se l’atto di pignoramento è stato già notificato. Il controllo del contribuente può attenere a diversi limiti che l’Agenzia Entrate Riscossione è tenuta a rispettare. Vediamo quali.

Limiti di pignorabilità

Le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate dall’agente della riscossione in misura pari ad:

  • 1/10 se la pensione o lo stipendio non superano 2.500 euro [7];
  • 1/7 per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro;
  • 1/5 per importi superiori a 5.000 euro.

Perché si applichino questi limiti è necessario che sul conto corrente non transitino redditi di natura diversa rispetto a quelli appena elencati. Quindi, la prima difesa dal pignoramento del conto corrente è quella di tenere distinte le proprie entrate, almeno quando si tratta di pensionati o di dipendenti: tutte le mensilità corrisposte dall’azienda o dall’Istituto di Previdenza devono confluire in un conto dedicato sul quale non potranno essere pignorate se non nella misura anzidetta.

Resta fermo il divieto di pignoramento per le somme già depositate sul conto all’atto della notifica del pignoramento stesso che siano inferiori a un terzo dell’assegno sociale, ossia a 1.345,56. Per esempio, se su un conto ci sono 2.000 euro, di queste, 1.345,56 non possono essere “bloccate”, mentre le altre verranno pignorate.

Rateazione

La notifica del pignoramento non pregiudica la possibilità di chiedere la rateazione. Il contribuente può così bloccare il blocco del conto accedendo a una dilazione a 72 rate dell’intero debito per il quale Agenzia delle Entrate procede. Per “sbloccare” il conto è necessario versare la prima rata. Di tanto abbiamo già parlato (anche se con riferimento alla “vecchia” Equitalia – ma le regole non sono cambiate) nell’articolo La rateizzazione sospende il pignoramento presso terzi?

Notifica della cartella

Altro modo per difendersi dal pignoramento del conto corrente è verificare che la notifica della cartella sia stata fatta non prima di un anno rispetto al pignoramento medesimo. Se fatta in data antecedente, la procedura è illegittima, salvo che, almeno sei mesi prima, l’Agenzia Entrate Riscossione abbia spedito una intimazione di pagamento (la quale però ha efficacia solo per 180 giorni, dopo i quali deve essere rinnovata).

Chiaramente il pignoramento del conto è illegittimo se il contribuente non ha mai ricevuto alcuna cartella di pagamento. Prima però di avventurarsi in facili opposizioni è sempre meglio fare una verifica delle prove possedute dall’Esattore, chiedendo con una istanza di accesso agli atti di verificare l’avvenuta consegna delle raccomandate.

L’ultima mensilità dello stipendio è salva

Nel caso di pignoramento del conto su cui sono accreditati redditi di lavoro dipendente (quali stipendi, salari o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento), l’obbligo della banca di trattenere le somme per poi girarle ad Agenzia Entrate Riscossione non riguarda l’ultimo emolumento accreditato a favore del debitore. In sostanza, l’Istituto di Credito, nel caso in cui venga accreditato sul conto corrente, già pignorato dall’Agente della riscossione, l’ultimo stipendio deve comunque rendere disponibile tale somma al debitore senza poterla acquisire a scomputo delle iscrizioni a ruolo [8].

Rimane esclusa la pignorabilità delle cosiddette «rimesse», vale a dire i versamenti che nel contratto bancario di apertura di credito vengono effettuati dal titolare del conto corrente per ridurre o estinguere il saldo debitore del conto medesimo.

Mancata notifica dell’atto di pignoramento

L’atto di pignoramento non deve essere notificato solo alla banca ma anche al debitore e a tutti i cointestatari del conto corrente. Se c’è solo una delega alla firma, il delegato non va notiziato del pignoramento.

Come opporsi al pignoramento

Quali azioni può intraprendere il contribuente per opporsi al pignoramento? Secondo l’interpretativa prevalente [9] resterebbero escluse dalla giurisdizione tributaria le controversie relative agli atti dell’esecuzione successivi alla notifica della cartella di pagamento. In campo tributario permane infatti l’esclusione delle ordinarie opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi [10]. Di conseguenza il debitore può difendersi con l’opposizione agli atti esecutivi, impugnando l’atto di pignoramento davanti al giudice ordinario (giudice dell’esecuzione). Per i crediti tributari, tuttavia, le opposizioni [10] sono ammesse solo nei seguenti casi:

  • con l’opposizione all’esecuzione, solo per contestare la pignorabilità dei beni;
  • con l’opposizione agli atti esecutivi, per tutti i casi che non riguardino la regolarità formale e la notificazione della cartella di pagamento.

Non è quindi possibile un’azione di opposizione agli atti esecutivi [11] avente ad oggetto la mancata notifica della cartella di pagamento (titolo esecutivo), o l’irregolarità formale della stessa.

Altra corrente interpretativa sostiene invece che il contribuente può impugnare di fronte alla Commissione Tributaria quello che rappresenta un vero e proprio atto di “esecuzione forzata”, che non contiene la citazione del terzo dinanzi al giudice dell’esecuzione [12]. D’altra parte, nel caso in cui il contribuente eccepisse il difetto di notifica la norma [13] prevede espressamente che la mancata notifica di un atto autonomamente impugnabile (quale ad esempio la cartella esattoriale) ne consente l’impugnazione unitamente all’ultimo atto notificato (ovvero l’atto di pignoramento presso terzi).

Importante: le sezioni unite della Cassazione hanno di recente detto che per l’opposizione al pignoramento in caso di mancata notifica della cartella è sempre competente la Commissione Tributaria.

note

[1] Art. 474 e ss. cod. proc. civ.

[2] D.M. 18.01.2008, n. 40

[3] Di cui all’art. 75 del D.P.R. n. 602/73

[4] Secondo quanto previsto dall’articolo 72-bis, D.P.R. n. 602/73, così come modificato dall’art. 52, Legge n. 98/2013

[5] Art. 543, co. 2, numero 4, cod. proc. civ.

[6] Per effetto delle modifiche apportare all’art. 72-bis del DPR n.602/73

[7] Art. 72-ter D.P.R. n. 602/73

[8] Art. 72-ter D.P.R. n. 602/73, comma 2-bis

[9] A norma dell’articolo 2 del D.lgs. 30/12/1992, n. 546

[10] Anche se previste dagli articoli 615 e 617 del Codice di procedura civile, così come sancito dall’articolo 57 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602

[11] Si veda in proposito l’articolo 57, D.P.R. n. 602/73

[12] Ex articolo 617 del Codice di procedura civile

[13]Trattandosi di un atto prettamente amministrativo esso non sarebbe soggetto alla limitazione di cui all’articolo 2 del Decreto Legislativo n. 546/92

[13] Art. 19, D. Lgs. n. 546/92,


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2 Commenti

  1. Visto che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, è così ligia ai suoi doveri nei riguardi dei cittadini italiani, spero che si attivi anche nei riguardi dell’Ex Premier Renzi, che aveva perso un processo e doveva indennizzare la Corte dei Conti con 5 milioni e mezzo di euro. O la Legge non è uguale per tutti?

  2. Buonasera. Mi scuso, sono del tutto digiuna di questi argomenti. Non capisco questa affermazione: “… inferiori a un terzo dell’assegno sociale, ossia a 1.345,56”. L’assegno sociale è 448,07 mensili per 13 mensilità ossia 5.824,9. Cosa mi sfugge? Grazie, cordiali saluti.

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