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Contenuto della cartella: dimostrato solo con raccomandata

18 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 agosto 2017



Il plico consegnato dall’Agenzia delle Entrate Riscossione al contribuente potrebbe contenere altri avvisi, quindi spetta all’esattore vincere la contestazione.

Una cosa è sapere cosa contiene una raccomandata in base al codice scritto sull’avviso di giacenza (se si tratta di un atto giudiziario, della disdetta di un contratto, di una lettera di un privato). Altra cosa ben diversa è sapere esattamente che cosa ci sia scritto nella lettera all’interno della busta. Ammesso che ci sia scritto qualcosa, dato che (perché no?) il destinatario può sempre affermare di aver ricevuto una busta vuota.

Insomma, tutto è relativo. La firma sull’avviso di ricevimento l’ho messa, certo, ma come può essere certo il mittente di avere imbustato e spedito l’atto giusto? Il cittadino può affermare di aver ricevuto un biglietto di auguri di buon Natale, come di avere tra le mani un atto sbagliato. Anche se il mittente è l’Agenzia delle Entrate Riscossione. Tutti possono sbagliare, e l’Ente di riscossione non fa eccezione.

Volete vedere che cosa dice in merito la Corte di Cassazione? Eccovi soddisfatti.

Cosa c’è dentro una raccomandata?

Scena tipo 1: arriva una raccomandata, la si apre e si legge di avere un credito con il Fisco di 1.000 euro. Salti di gioia.

Scena tipo 2: arriva una raccomandata, la si apre e si legge di avere un debito con il Fisco di 10.000 euro. Fiumi di lacrime.

Nel primo caso, sicuramente, nessuno penserà ad un errore ma a come incassare il soldi.

Nel secondo caso, quello del bustone con dentro la cartella esattoriale, il primo pensiero sarà: posso fare finta di non aver ricevuto questo avviso? Posso dire che la busta che ho ricevuto era vuota o c’era un atto sbagliato?

Non è così semplice, ma a riordinare le idee ci pensa la Cassazione [1] con una sentenza a dir poco rivoluzionaria, perché può mettere nel nulla la notifica di tutte le cartelle esattoriali inviate dall’Agenzia delle Entrate Riscossione attraverso le Poste.

Restiamo sulla scena tipo 2, quella in cui il contribuente riceve il bustone per raccomandata e scopre che al suo interno non c’è il calendario di Frate Indovino che aveva ordinato ma una cartella esattoriale. E’ nel suo salotto, solo soletto, e decide di sostituire il contenuto della cartella con una copia del giornaletto parrocchiale (ci sono delle cose molto interessanti anche su quello). Non è una bella cosa, cioè è sicuramente un comportamento fraudolento. Ma come si può dimostrare che sia stato lui a farlo e che non si tratti di un errore dell’Agenzia delle Entrate Riscossione?

Dimostrare il contenuto della cartella: che cosa dice la Cassazione

Nella sentenza, la Suprema Corte precisa che la spedizione effettuata dall’Agenzia delle Entrate Riscossione non dà, di per sé, garanzia che nella busta ci sia effettivamente la cartella di pagamento. Al contrario, nel caso di notifica della cartella esattoriale mediante l’invio diretto di una busta chiusa raccomandata postale, spetta al mittente (appunto l’Agente di riscossione) dimostrare il suo esatto contenuto qualora il destinatario lo contesti (cioè, qualora sostenga che nel plico ci fosse il giornalino parrocchiale). E questo, ovviamente, nell’ipotesi in cui l’Agenzia delle Entrate Riscossione abbia conservato solo la cartolina di ricevimento.

In caso di contestazione relativa al contenuto della busta spedita, l’onere della prova di detto contenuto spetta al mittente, anche quando si tratta del concessionario della riscossione che, come noto, è dotato di poteri pubblici.

In conclusione: se il contribuente nega di avere ricevuto la cartella di pagamento inviata per posta, spetta all’Agenzia delle Entrate Riscossione dimostrare l’esatto contenuto del plico raccomandato.

Che cosa può fare il contribuente

Alla luce di quanto affermato dalla Cassazione nella sua sentenza – che, certamente, è astrattamente conforme al diritto – le conseguenze possono essere imprevedibili: l’Agenzia delle Entrate Riscossione può attendersi una pioggia (macché pioggia, una grandinata) di ricorsi da parte di contribuenti, che potrebbero sostenere, al solo fine di invertire l’onere della prova in giudizio (e di sfruttare le maglie larghe dell’inefficienza dell’amministrazione), di non aver mai ricevuto il contenuto della cartella di pagamento.

In pratica, e facendo leva su questa sentenza, il destinatario di una raccomandata inviata in busta chiusa potrà sempre affermare di aver ricevuto una busta vuota o un atto diverso da quello notificato, invalidando, di fatto, la notifica.

Che cosa può fare lo Stato

Ma davvero il contribuente è sicuro di riuscire a mettere lo Stato alle corde e di averla vinta al 100%? Certo, ci può provare. Ma non è detto che gli vada bene. Anche perché l’Agenzia delle Entrate Riscossione qualche strumento per riuscire a spuntarla ce l’ha.

Il primo, la notifica attraverso la Pec, la posta elettronica certificata: consentirebbe la certezza del contenuto del messaggio.

Il secondo, e restando sul vecchio sistema della «carta canta», lo Stato potrebbe utilizzare la cosiddetta «raccomandata senza busta», quella, cioè, dove il foglio della lettera è anche busta perché piegato tre volte su se stesso e, dopo essere stata spillato e compilato con l’indirizzo del destinatario (evidentemente su un lato bianco), viene affrancato, timbrato e spedito (per vedere come si fa, con le foto passo per passo, leggi: “Come spedire una raccomandata senza busta”). Sempre che l’Agenzia delle Entrate Riscossione ci pensi ed abbia il tempo e la voglia di farlo.

note

[1] Cass. sent. n. 2625/15 dell’11.02.2015.

Autore immagine: 123rf.com

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