| Editoriale

Entro quanto tempo va comunicato il licenziamento?

31 luglio 2017


Entro quanto tempo va comunicato il licenziamento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 luglio 2017



La contestazione disciplinare deve essere fatta in modo tempestivo, dando però il tempo all’azienda di acquisire le notizie e le prove dell’illecito commesso dal dipendente.

Sbagliare è umano. Ma non sul lavoro. Quando l’errore è grave, specie se commesso in malafede, il datore può procedere al licenziamento. Licenziamento che, nei casi più gravi, può essere «in tronco», ossia senza preavviso (in tal caso si parla di «licenziamento per giusta causa») mentre, in tutti gli altri casi, o si dà il preavviso o si corrisponde l’indennità di preavviso (in tal caso di parla di «licenziamento per giustificato motivo soggettivo»). Ma entro quanto tempo va comunicato il licenziamento? In altri termini, quanto deve aspettare il dipendente per capire se è stato “graziato” o se, invece, il datore non ha alcuna intenzione di perdonargli l’errore? A tanto ha dato chiarimenti una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

Come si intima il licenziamento disciplinare

Prima di chiarire entro quanto tempo va comunicato il licenziamento, bisogna ricordare come avviene la procedura del cosiddetto «licenziamento disciplinare», quello cioè intimato per colpe del lavoratore. L’azienda deve contestare la condotta del dipendente in modo «tempestivo» e «sufficientemente specifico». Le contestazioni, una volta sollevate nella lettera, non possono essere più modificate.

Alcun provvedimento può adottare l’azienda nei 5 giorni successivi, durante i quali la mossa successiva spetta al dipendente. Questi, entro tale termine, può inviare scritti difensivi e/o chiedere di essere sentito oralmente. L’azienda non può decidere di non incontrare il dipendente che ne faccia richiesta. Solo all’esito di tale procedura si può passare all’eventuale licenziamento.

In sintesi, così come troverai meglio specificato nella nostra guida Licenziamento: entro quanto va notificato, affinché la contestazione al dipendente sia valida (e quindi anche il licenziamento) essa deve rispondere alle seguenti caratteristiche:

  • deve essere immediata
  • deve essere specifica
  • non può mutare

Per rispondere quindi alla domanda entro quanto tempo va comunicato il licenziamento bisogna chiarire il primo dei tre aspetti appena evidenziati: quanto «immediata» deve essere la contestazione mossa al dipendente rispetto alla violazione da questi commessa? Ed è proprio su questo punto che interviene la sentenza della Cassazione in commento.

Si può licenziare anche dopo molto tempo

In materia di licenziamento non esiste un numero prefissato di giorni entro cui deve avvenire il licenziamento. Tuttavia il datore non deve lasciar decorrere troppo tempo, da quando è venuto a conoscenza della violazione del dipendente, tanto da ingenerare in quest’ultimo la convinzione di essere stato “perdonato”. In buona sostanza, pur non potendo dare una risposta definita alla domanda « entro quanto tempo va comunicato il licenziamento?» è certo che il datore non può tergiversare, né può differire il procedimento a un momento successivo una volta che sia entrato in possesso di tutte le informazioni necessarie per provvedere alla contestazione.

I tempi di tale contestazione disciplinare e del licenziamento al dipendente possono variare a seconda dei seguenti fattori:

  • scoperta del fatto: ad esempio, il dipendente potrebbe aver occultato la propria colpa e il datore esserne venuto a conoscenza dopo molto tempo; ciò non impedisce il licenziamento anche dopo molto tempo;
  • reperimento delle prove: il datore, non potendo contestare al dipendente fatti generici né circostanze di cui non è certo (essendo poi costretto a non modificare la contestazione), deve prima reperire tutte le informazioni necessarie per una corretta e puntuale diffida;
  • dimensioni dell’azienda: tanto più un’azienda è strutturata, tanto più la decisione sull’eventuale licenziamento può richiedere tempo e passaggi tra i vari organi deputati alla gestione del personale.

Alla luce di questi tre elementi la contestazione disciplinare e il licenziamento possono arrivare anche dopo diversi mesi.

Se però il considerevole lasso di tempo trascorso tra l’accertamento del fatto e l’addebito notificato al dipendente non è dovuto all’esigenza di ricostruire i fatti e di adottare la decisione, il licenziamento è illegittimo.

Il concetto di immediatezza nella contestazione disciplinare

L’orientamento costante della Cassazione, in tema di tempestività della contestazione disciplinare, stabilisce che il concetto di immediatezza, pur dovendo essere inteso in senso relativo, comporta che l’imprenditore porti a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti; egli non può dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di averne assoluta certezza, pena l’illegittimità del licenziamento.

Se il fatto contestato al dipendente costituisce anche un reato, la conseguente denuncia alla Procura della Repubblica o ai carabinieri non fa venire meno l’obbligo di immediata contestazione, sempre che i fatti riscontrati facciano emergere, in termini di ragionevole certezza, significativi elementi di responsabilità a carico del lavoratore.

L’azienda non deve controllare sempre il dipendente

Un’ultima importate precisazione. Il datore di lavoro non ha l’obbligo di sottoporre a continui controlli l’operato del dipendente per verificare la commissione di eventuali illeciti. Questo significa che se l’azienda viene a conoscenza tardi dell’illecito del lavoratore, non perché questi l’ha nascosto, ma perché è la stessa azienda a non essersene accorta prima, questo non implica che si sia ormai “prescritta” la possibilità di procedere al licenziamento. Anche su questo punto, per maggiori chiarimenti, leggi la guida Licenziamento: entro quanto va notificato

note

[1] Cass. sent. n. 15858/17 del 26.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 10069/16.

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile

Sentenza 26 giugno 2017, n. 15858

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere

Dott. CINQUE Gugllielmo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27788-2014 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) C.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 725/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 10/06/2014 R.G.N. 1076/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/12/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS), MAURO CHIESI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA MARCELLO che ha concluso per il ricetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Bologna con la pronuncia n. 725/14, pubblicata il 10 giugno 2014 e notificata il 24 settembre 2014, rigettava il gravame interposto in via principale dalla S.p.a. (OMISSIS) (d’ora in avanti (OMISSIS)) e quello incidentale da (OMISSIS), avverso la sentenza in data 10 luglio 2012 del locale giudice del lavoro, che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento, intimato il tre ottobre 2008, previa contestazione disciplinare del 19 aprile 2008, dalla Banca al direttore di agenzia (OMISSIS), in ordine a operazioni irregolari, per cui il dipendente risultava anche inquisito in sede penale. La gravata pronuncia aveva riconosciuto tutela reintegratoria ex articolo 18 St. lav. (secondo il testo ratione temporis vigente), ma aveva respinto le domande di risarcimento danni non patrimoniali, nonche’ quelle riferite al premio di produttivita’ ed al pacchetto di azioni spettanti al dipendente. Aveva, altresi’, rigettato la domanda riconvenzionale spiegata da (OMISSIS) per danni in relazione alle operazioni riguardo alle quali era stato intimato il recesso per giusta causa. La sentenza di primo grado veniva, quindi, confermata dalla Corte di Appello, che riteneva ingiustificato il ritardo nella contestazione disciplinare L. n. 300 del 1970, ex articolo 7. Veniva, inoltre, respinta la reiterata domanda riconvenzionale di (OMISSIS) circa il lamentato danno patrimoniale, atteso che le operazioni contestate al funzionario erano avvenute con il benestare e/o l’acquiescenza dei superiori gerarchici.

Parimenti, veniva respinto l’appello incidentale del (OMISSIS), volto ad ottenere il premio di produttivita’ e le azioni, domande gia’ disattese in 10 grado.

La sentenza di appello era in seguito impugnata con ricorso per cassazione dalla (OMISSIS) S.p.A. con due motivi, cui resisteva il (OMISSIS) mediante controricorso (ma senza ricorso incidentale relativo alle sue domande non accolte).

Soltanto parte ricorrente risulta aver depositato memoria ex articolo 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due motivi di ricorso attengono sia al licenziamento, sia alla pretesa risarcitoria azionata in via riconvenzionale dalla societa’ convenuta contro il (OMISSIS).

Con il primo motivo, e’ stata dedotta violazione e falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, articolo 7 con particolare riguardo al principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare, nonche’ degli articoli 2119, 1175 e 1375 c.c. anche in relazione all’articolo 38 C.C.N.L. 12 febbraio 2005 per i quadri direttivi e per il personale delle aree professionali dipendenti delle imprese creditizie finanziarie e strumentali (articolo 360 c.p.c., comma 10, n. 3).

Con il secondo motivo, la ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2697 c.c. nonche’ articoli 112, 115 e 116 c.p.c., con riferimento alla ritenuta assenza di responsabilita’ del (OMISSIS) rispetto al pregiudizio economico lamentato dalla banca ed oggetto della sua domanda riconvenzionale tempestivamente proposta (articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in effetti per erronea valutazione delle risultanze istruttorie).

Entrambe le censure vanno disattese in forza delle seguenti considerazioni.

Ed invero, premesso che manca apposito indice dei documenti richiamati a fondamento dell’impugnazione e che difetta altresi’ la riproduzione della contestazione disciplinare circa gli addebiti, per i quali la ricorrente ha sostenuto invece la loro tempestivita’, in effetti le critiche rivolte dalla societa’ riguardano la non condivisa valutazione dei fatti di causa nonche’ la relativa motivazione da parte dei giudici di merito.

Di conseguenza, non si tratta violazioni sussumibili nell’ambito della previsione di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ma di censure rivolte alle argomentazioni svolte in proposito dalla Corte di merito in punto di fatto come tali al piu’ rilevanti ex articolo 360 c.p.c., n. 5, pero’ secondo il testo della nuova versione, applicabile ai provvedimenti pubblicati dall’undici settembre 2012 in avanti (la sentenza de qua risale al maggio – giugno 2014. Cfr. la disciplina transitoria dettata dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, comma 3, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134).

La Corte distrettuale, invece, ha tenuto conto, quanto alla prima doglianza, dei motivi di appello sollevati sul punto dalla banca (v. in particolo il riferimento alla conclusione dell’ispezione interna in data primo giugno 2007, all’inizio delle indagini in sede penale da parte del pubblico ministero in data 18 ottobre 2007, all’avviso di garanzia per il reato di appropriazione indebita in data 11 dicembre 2017 e alla contestazione disciplinare poi avutasi il 4 aprile 2008, richiamando altresi’ la giurisprudenza – Cass. n. 20719 del 10/09/2013, secondo cui l’immediatezza del provvedimento espulsivo rispetto alla mancanza addotta a sua giustificazione ovvero a quello della contestazione, si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore, con la precisazione che detto requisito va inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, piu’ o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessita’ della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo).

Nella specie, quindi, la Corte territoriale rilevava come nella stessa lettera di contestazione – avente ad oggetto una serie di mancanze ulteriori, rispetto al capo d’imputazione relativo al reato di appropriazione indebita in concorso con altri, mancanze fondate sugli accertamenti eseguiti in ambito aziendale – parte datoriale avesse evidenziato un riconoscimento di responsabilita’ da parte del dipendente nelle dichiarazioni rese dal medesimo in data 15 e 17 maggio 2007. Inoltre, le posizioni collegate alla concorrente nel reato apparivano, come dichiarato dalla stessa Banca, irrimediabilmente compromesse gia’ nel mese di luglio 2007, citando pag. 13 della memoria difensiva della resistente in primo grado. Ed era stata sempre la Banca ad ammettere di aver temporeggiato, dopo la conclusione dell’ispezione interna, nella speranza che, come avvenuto a fine ottobre novembre 2007, le criticita’ rientrassero. Era, quindi, poco credibile che il considerevole lasso di tempo trascorso tra l’accertamento ispettivo e la formulazione dell’addebito fosse dovuto all’esigenza di ricostruire i fatti emersi a seguito delle indagini penali. Per di piu’, la datrice di lavoro a seguito della contestazione in data 4 aprile 2008 aveva continuato ad affidare al (OMISSIS) incarichi di fiducia e di rilievo. Pertanto, andavano confermate le conclusioni cui era giunto il giudice di primo grado, tenuto conto soprattutto che la tempestivita’ della contestazione costituisce manifestazione della volonta’ datoriale di esercitare il potere disciplinare.

Dunque, a fronte di tali accertamenti in atto e delle conseguenti corrette argomentazioni sul punto in tema di valutazione, da parte del giudice di merito, non sussiste alcun fondato vizio rilevante, nei sensi di cui all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5, tanto piu’ poi ove si consideri che per la contestazione disciplinare rileva il momento in cui parte datoriale viene a conoscenza dei fatti, e che non occorre anche un loro compiuto accertamento (cfr. sul punto Cass. lav. n. 3532 del 13/02/2013, secondo cui il principio di immediatezza della contestazione, pur dovendo essere inteso in senso relativo, comporta che l’imprenditore porti a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti, non potendo egli legittimamente dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di averne assoluta certezza, pena l’illegittimita’ del licenziamento. Nella specie, quindi, veniva giudicato correttamente applicato il principio dalla Corte di merito, che aveva annullato, in quanto illegittimo, il licenziamento irrogato dopo diverso tempo a dipendente che, in sede ispettiva, immediatamente aveva ammesso gli addebiti, ritenendo che la societa’ sin da tale momento era in possesso di tutti gli elementi per decidere se procedere alla contestazione disciplinare degli stessi e, quindi, di valutare la sanzione disciplinare da irrogare, senza alcuna necessita’ di attendere, come poi era invece avvenuto, l’esito delle indagini svolte in sede penale. Conforme, tra le altre, Cass. n. 21633 del 20/09/2013. Parimenti, Cass. lav. n. 4724 del 27/02/2014 rigettava altro ricorso della (OMISSIS) S.p.a., affermando che in tema di licenziamento disciplinare, la rilevanza penale dei fatti contestati e la conseguente denuncia all’autorita’ inquirente non fanno venire meno l’obbligo di immediata contestazione, in considerazione della rilevanza che esso assume rispetto alla tutela dell’affidamento e del diritto di difesa dell’incolpato, sempre che i fatti riscontrati facciano emergere, in termini di ragionevole certezza, significativi elementi di responsabilita’ a carico del lavoratore; di conseguenza, il differimento dell’incolpazione poteva dirsi giustificato soltanto dalla necessita’, per il datore di lavoro, di acquisire conoscenza della riferibilita’ dei fatti, nelle linee essenziali, al lavoratore e non anche dall’integrale accertamento degli stessi. Nella specie, pertanto, veniva confermata la sentenza di merito, che aveva ritenuto non giustificato un ritardo nell’elevazione della contestazione di quasi sette mesi, dall’inizio degli accertamenti ispettivi, nell’ambito di una filiale di un istituto bancario di notevoli dimensioni.

Ed allo stesso modo Cass. lav. n. 1101 del 18/01/2007 affermava che nel valutare l’immediatezza della contestazione occorre tener conto dei contrapposti interessi del datore di lavoro a non avviare procedimenti senza aver acquisito i dati essenziali della vicenda e del lavoratore a vedersi contestati i fatti in un ragionevole lasso di tempo dalla loro commissione. Quindi, l’aver presentato a carico di un lavoratore denunzia di un fatto penalmente rilevante connesso con la prestazione di lavoro non poteva consentire al datore di attendere gli esiti del processo penale sino alla sentenza irrevocabile prima di procedere alla contestazione dell’addebito, dovendosi valutare la tempestivita’ di tale contestazione in relazione al momento in cui i fatti a carico del lavoratore apparivano ragionevolmente sussistenti).

Analogamente, inconferenti appaiono le doglianze mosse con il secondo motivo, relativamente all’azionata pretesa risarcitoria per le asserite violazioni di legge, laddove in effetti inammissibilmente (OMISSIS) pretende una rivalutazione nel merito di quanto invece diversamente opinato dalla Corte territoriale. Infatti, il collegio giudicante osservava che, contrariamente a quanto lamentato da parte appellante, l’attore fin dalle prime difese aveva sempre sostenuto che la direzione non solo sapeva delle posizioni in questione, relative agli scoperti di conto corrente dell’indicata clientela, ma che era anche consenziente del suo operato. Tale assunto del lavoratore, secondo la Corte d’Appello, aveva trovato riscontro nella documentazione in atti, per cui la Direzione di Bologna non solo era consapevole dell’andamento delle posizioni relative a sconfinamenti, ma aveva sostanzialmente ratificato le irregolari operazioni eseguite dal (OMISSIS) attraverso le quotidiane procedure di controllo. Il fatto che parte datoriale avesse accettato il rischio d’insolvenza connesso all’anomala concessione dei fidi contestati emergeva dalla stessa difesa della Banca, laddove aveva affermato che nel luglio 2007 era ipotizzabile che le posizioni tornassero in bonis, come avvenuto in precedenza. Pertanto, non era ravvisabile la dedotta responsabilita’ del dipendente in ordine al pregiudizio asseritamente patito, essendo la gestione dei fidi in parola avvenuta con il benestare e/o l’acquiescenza dei superiori, i quali non avevano mai disposto la revoca dei fidi e/o imposto la chiusura dei rapporti in oggetto.

Per contro, la ricorrente, a fronte degli anzidetti accertamenti e delle argomentate valutazioni di merito, ha ipotizzato travisati rilievi, estrema genericita’ e carente indicazione degli elementi probatori, distorta applicazione del controverso percorso logico-argomentativo della sentenza del Tribunale, soggettiva rivisitazione di quanto affermato nei propri atti dalla difesa di parte convenuta, eccessiva superficialita’ argomentativa relativamente al subito ingente danno patrimoniale subito a causa dell’operato doloso del (OMISSIS)…, mancata prova delle evocate connivenze, assumendo altresi’ che la eventuale responsabilita’ omissiva di altri non avrebbe potuto eludere la macroscopica responsabilita’ commissiva del (OMISSIS), che aveva erogato le somme. Di tutto cio’, secondo la ricorrente, la sentenza d’appello non aveva incomprensibilmente tenuto conto, avendo intravisto, in spregio dei principio di natura processuale in tema di disponibilita’ delle prove e di ripartizione del rispettivo onere, indizi o principio di prova invece inesistenti.

Dunque, come appare evidentemente dal contenuto effettivo delle anzidette doglianze, (OMISSIS) si e’ doluta delle valutazioni di merito espresse dalla Corte felsinea, nonche’ delle relative motivazioni, piuttosto che della formalmente rubricata violazione e falsa applicazione di leggi. Cosi’ facendo la ricorrente, pero’, ha errato sotto un duplice profilo: in primo luogo perche’ ha finito con il sindacare, ma irritualmente in sede di legittimita’, quanto accertato ed opinato (in termini per giunta non tanto di mero omesso controllo, quanto di benestare e/o acquiescenza) nel merito dalla Corte, sul punto competente in via esclusiva; in secondo luogo, ha contestato in concreto le motivazioni in proposito svolte dalla Corte, che invero non aveva tralasciato di considerare alcun fatto decisivo, di guisa che la censura sotto tale aspetto non integra la previsione di cui al vigente e ratione temporis applicabile articolo 360 c.p.c., n. 5.

Peraltro, va anche osservato come in difetto di chiare ed univoche ammissioni da parte del (OMISSIS) al riguardo, l’onere probatorio ex articolo 2697 c.c. in relazione alla pretesa risarcitoria de qua restava interamente a carico di (OMISSIS), poiche’ attrice in via riconvenzionale. Per giunta, mancando la tempestiva previa contestazione disciplinare, indispensabile ex articolo 7 St. lav., con conseguente illegittimita’ del successivo intimato licenziamento, non si e’ avuto alcun pieno accertamento di merito sui fatti posti a sostegno dell’impugnato recesso in sede di giudizio. Ne deriva che proprio in difetto dell’accertamento della giusta causa o del giustificato motivo del licenziamento, ossia di un grave inadempimento, stante la mancanza del preliminare requisito formale dell’immediatezza, i relativi fatti non potevano considerarsi dimostrati nell’instaurato contenzioso, sicche’ l’onere probatorio restava pienamente a carico di chi in base agli stessi reclamava il risarcimento degli asseriti connessi danni, il tutto peraltro nell’ambito di un rapporto contrattuale inerente a mansioni direttive, con relativi margini di ampia discrezionalita’.

Dunque, il ricorso va respinto, con conseguente condanna alle spese della parte rimasta soccombente, tenuta altresi’ al versamento dell’ulteriore contributo unificato, sussistendone i presupposti di legge.

P.Q.M.

la Corte RIGETTA il ricorso e condanna la societa’ ricorrente al rimborso delle spese, che liquida, a favore del controricorrente, in Euro 5000,00 (cinquemila/00) per compensi professionali ed in Euro 100,00 (cento/00) per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1-bis.

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