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Lo sai che? Casa coniugale in comodato o proprietà: a chi va con la separazione?

Lo sai che? Pubblicato il 1 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 agosto 2017

Sto per separarmi da mia moglie con un figlio 15enne. La casa in cui viviamo l’ho avuta in comodato da mia madre (ora deceduta) e presto mi sarà assegnata per successione. Il giudice potrebbe assegnarla a mia moglie, visto che non lavora? E se si, per quanto tempo?

Prima di rispondere al quesito del lettore, è opportuno fare un seppur breve cenno a quello che è lo scopo dell’assegnazione.

Assegnazione della casa coniugale: a che serve?

L’assegnazione della casa coniugale dopo la separazione viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma solo allo scopo di tutelare i figli, garantendo loro di continuare a vivere nello stesso ambiente domestico in cui sono cresciuti quando i genitori erano uniti; essa pertanto può ben essere prevista anche rispetto al coniuge che guadagna di più se questi è ritenuto dal giudice (per i più svariati motivi) il genitore più idoneo a vivere stabilmente con la prole.

Nel caso in esame, ad esempio, non parliamo più di un figlio in tenera età e non è possibile escludere che i giovane, ascoltato dal giudice, mostri la preferenza a vivere col padre piuttosto che con la madre (sul tema si rinvia all’articolo Separazione: chi decide con quale genitore deve stare il figlio?).

L’assegnazione persegue tale obiettivo indipendentemente dal titolo di proprietà sull’immobile di uno o dell’altro genitore e ciò comporta che il coniuge che dovrà lasciare la casa potrebbe ben esserne anche il legittimo titolare.

A bilanciamento di questa situazione, la legge prevede che dell’assegnazione il giudice debba tenere conto nel regolare i rapporti economici tra i genitori considerato l’eventuale titolo di proprietà. Cosa che in parole povere significa che, nel caso in cui egli decida di assegnare la casa a chi non ne sia proprietario (o anche comproprietario) dovrà valutare tale circostanza al fine della quantificazione dell’ eventuale assegno di mantenimento in favore del coniuge assegnatario; assegno che potrà, di conseguenza, essere ridotto o (nei casi di parziale autosufficienza economica del coniuge più debole) anche escluso.

La assegnazione della casa data in comodato

Tra l’altro, anche se la separazione del lettore fosse intervenuta prima del decesso della madre (e quindi nella qualità di comodatario e non di proprietario del bene), la situazione non sarebbe cambiata di molto in quanto, proprio con riferimento al frequente caso del terzo (solitamente un genitore o altro familiare) che abbia concesso in comodato un immobile di sua proprietà ad un congiunto per destinarlo alle esigenze abitative della famiglia di quest’ultimo, si è pronunciata la Cassazione con una sentenza a sezioni unite [1]. In detta pronuncia la Suprema Corte ha chiarito che non è sufficiente che i coniugi (o i genitori conviventi) si separino per ritenere che dette esigenze siano cessate; in presenza di figli non autosufficienti, infatti, non cessa la necessità che vengano comunque soddisfatte le loro necessità abitative.

Pertanto, i supremi giudici hanno spiegato che, in questo caso, la lunga durata e la stabilità, che caratterizzano il bisogno dei figli di continuare a godere dell’habitat domestico, escludono che si possa applicare la disciplina sul comodato precario, in base alla quale il comodante (la madre del lettore se fosse ancora in vita) avrebbe il diritto di chiedere, in qualsiasi momento e senza la necessaria la sussistenza di un motivo specifico, la immediata restituzione dell’immobile concesso in comodato.

Ciò significa, all’atto pratico che, anche se anche alla stipula del contratto di comodato le parti non avevano indicato un termine di durata, il comodato avente ad oggetto un immobile destinato alle esigenze abitative della famiglia deve intendersi di lunga durata, e quindi soggetto alle regole del comodato tradizionale. E dunque il comodante potrà chiedere la restituzione dell’immobile solo qualora le esigenze abitative della famiglia siano cessate (cosa che di solito non avviene per la coppia separata con figli minori o non autosufficienti) oppure sorga un suo bisogno urgente e imprevisto di riavere l’immobile.

Separazione: quanto tempo dura la assegnazione della casa?

Quanto poi alla durata della assegnazione della casa coniugale, va precisato che il provvedimento di assegnazione può essere revocato quando i figli:

  • raggiungano l’ autosufficienza economica
  • o quando questi cessino di vivere in modo stabile col genitore assegnatario dell’immobile,

oppure quando l’altro genitore:

  • non abiti o cessi di abitare nella casa (si pensi al caso in cui questi preferisca tornare a stare dai propri genitori o si trasferisca per motivi di lavoro)
  • oppure intraprenda una nuova relazione e vada a convivere stabilmente con il nuovo compagno/a oppure si risposi.

In ogni caso, in tutte le predette ipotesi, il diritto all’assegnazione non viene meno in modo automatico, ma dovrà essere formulata (a mezzo di un avvocato) dal coniuge escluso dal godimento del bene, un’apposita istanza al giudice, corredata dalle prove a fondamento della stessa (prova della raggiunta autosufficienza del figlio, del trasferimento definitivo dell’assegnatario, ecc.).

Assegnazione della casa coniugale: gli accordi oltre la legge

Naturalmente quanto detto vale solo nella misura in cui il lettore e sua moglie non dovessero riuscire a trovare un accordo di separazione, perché in caso contrario (e quindi nell’ambito di una separazione consensuale) sarebbero ipotizzabili anche soluzioni differenti rispetto all’assegnazione e per le quali la capacità di collaborare può aprire le porte a soluzioni che, invece, un giudice non avrebbe il potere di prendere. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla soluzione dell’ affidamento alternato in casa, dove i figli  restano ad abitare nella casa familiare e sono i genitori ad alternarsi nello stare con loro.

In conclusione, e per rispondere in breve ai quesiti posti in tema di assegnazione dell’immobile, se la moglie del lettore dovesse ottenere il godimento della casa in quanto genitore collocatario del  figlio minore, tale provvedimento durerebbe fino a che il ragazzo non raggiunga l’autonomia economica e non oltre. Spetterebbe, in ogni caso, al padre agire in giudizio per provare l’intervenuta autonomia del giovane e riottenere il pieno godimento del bene.

note

[1] Cass. Sez. Un. sent. n. 20448/14.


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