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Se il genitore aiuta solo un figlio e non l’altro

1 agosto 2017


Se il genitore aiuta solo un figlio e non l’altro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 agosto 2017



Può un genitore aiutare economicamente più un figlio piuttosto che gli altri dandogli piccoli sostegni economici, cucinando per lui e, magari, dandogli un supporto nelle attività quotidiane?

Esiste un dovere per il genitore di non fare discriminazioni tra i figli? Madre e padre sono tenuti a elargire, in modo uguale, aiuti economici e sostegno materiale ai propri figli oppure questi possono essere trattati in modo diverso senza poter recriminare nulla? Cosa prevede la legge se un genitore aiuta solo un figlio e non l’altro?

Quante volte si sente la gente lamentarsi perché magari la madre o il padre ha il debole per uno dei figli e non tratta il fratello nello stesso modo; quante volte si sente dire «lui ha avuto tutto e io nulla». Ma si può fare qualcosa per eliminare queste disparità? Non esiste per i fratelli un diritto al «pari trattamento» da parte dei genitori quando si parla di assistenza materiale ed economica. Almeno fin quando il genitore è in vita. Alla sua morte, però, si possono tirare i conti. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa fare se un genitore preferisce un figlio agli altri.

I genitori possono avere un figlio prediletto?

Gli obblighi dei genitori verso i figli

La legge impone sia al padre che alla madre – ciascuno in proporzione alle proprie possibilità economiche – di mantenere i figli fino all’indipendenza economica. Questo significa che se anche il figlio va a vivere da solo ma non ha un’occupazione stabile, i genitori devono garantirgli lo stesso tenore di vita che aveva quando stava con loro. L’obbligo di mantenimento cessa definitivamente in due casi:

  • quando il figlio si sposa: nel momento in cui il figlio maggiorenne contrae matrimonio perde il diritto al mantenimento solo se la nuova famiglia è indipendente economicamente. Infatti, con la creazione di una famiglia, ciascuno dei due coniugi giura di assistere l’altro (non solo moralmente, ma anche economicamente). Insomma, non è più la “borsetta di mammà” a doversi prendere cura del giovane o della giovane, ma il nuovo familiare più vicino, ossia il coniuge;
  • quando il figlio raggiunge una stabile indipendenza economica: si deve trattare di un lavoro non occasionale e precario. Anche se successivamente il figlio dovesse perdere il lavoro non potrebbe più rivendicare il mantenimento da parte dei genitori;
  • quando i genitori provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso da parte del figlio.

I genitori devono mantenere i figli

Nel mantenimento è compresa ogni prestazione dei mezzi necessari per soddisfare i bisogni fondamentali del minore (vitto, alloggio, ecc.) e ogni ulteriore spesa necessaria per la vita di relazione in conformità al tenore di vita ed alla collocazione sociale della famiglia.

Non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli. L’obbligo non può avere una durata determinata: ad esempio non si può desumere dalla media della durata degli studi e dal tempo occorrente per trovare un lavoro; anche se ad esempio si è precisato che il compimento del 30º anno di età si ritiene in linea tendenziale il limite oltre il quale cessa ogni onere di mantenimento a carico del genitore.

I genitori devono mantenere i figli ma sono liberi di dare di più

La legge non pone un limite quantitativo massimo al dovere di assistenza dei genitori verso i figli, ma solo un “minimo”, che – come abbiamo visto – consiste nel dovere di mantenimento. Questo significa che un genitore è libero di dare di più ad uno figlio piuttosto che ad un altro a condizione che a ciascuno di essi sia garantito il mantenimento. Questa libertà si riferisce non solo agli aiuti economici (come ad esempio un contributo per la spesa quotidiana, il pagamento di una bolletta, una rata del mutuo, i vestiti per i figli, la benzina per l’auto) ma anche a quelli materiali (un soccorso nell’arredare la casa, accompagnare e riprendere i figli da scuola ecc.).

I problemi però, per come vedremo adesso, sono legati solo alle donazioni di rilevante valore nel momento della morte del genitore.

La revoca delle donazioni

Se un genitore fa una donazione ad uno dei figli e questa non è di scarso valore (denaro, arredi, gioielli, case, auto, ecc.) deve essere fatta davanti a un notaio e due testimoni. Senza questa forma la donazione è nulla e gli altri fratelli possono impugnarla in qualsiasi momento, anche se il genitore donante è deceduto o è ancora in vita.

La lesione della legittima

L’unico vero caso in cui il fratello discriminato può tutelarsi quando il genitore aiuta solo un figlio e non l’altro è nel caso di donazioni così consistenti (e documentabili) che abbiano leso la sua quota di legittima. Di cosa si tratta? La legge stabilisce che ogni familiare stretto (figli, genitore e coniuge) ha diritto a una quota minima del patrimonio del defunto. Questa quota si chiama legittima. Leggi a riguardo Quali sono le quote di legittima. Ad esempio, se alla morte del genitore (rimasto vedovo) sono rimasti due o più figli, ai figli vanno i 2/3 dell’eredità divisi per parti uguali; il residuo 1/3 dell’eredità è la quota disponibile di cui il genitore può disporre per come meglio crede.

Quindi, nel caso di lesione di una di queste quote, il fratello che sia stato discriminato dal genitore può agire, alla morte di quest’ultimo, nei confronti dei fratelli “prediletti” per ottenere la quota di eredità da cui è stato estromesso.

Quali sono le quote dei legittimari?

Se c’è:
Legittimari
Quota riservata dalla legge ai legittimari
Residua quota del testamento liberamente disponibile
Coniuge

(o compagno gay da unione civile)
Se non ci sono figli ½ di eredità + il diritto di abitazione sulla casa coniugale ½ di eredità
Se oltre al coniuge c’è un figlio unico (anche se i genitori del defunto sono ancora in vita) – al coniuge va 1/3 dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– al figlio unico va 1/3 dell’eredità

1/3 dell’eredità
Se oltre al coniuge ci sono 2 o più figli (anche se i genitori del defunto sono ancora in vita) – al coniuge va ¼ dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– ½ dell’eredità va diviso tra i figli in parti uguali

¼ dell’eredità
  Se, oltre al coniuge, c’è uno o entrambi i genitori o, in loro mancanza, altri ascendenti (mancano però i figli) – al coniuge va ½ dell’eredità + il diritto di abitazione sulla casa

– ai genitori o altri ascendenti va ¼ dell’eredità

¼ dell’eredità
Se manca il Coniuge

(o compagno gay da unione civile)
Se c’è un solo figlio unico (anche se vivono i genitori del defunto) Al figlio unico va ½ dell’eredità ½ dell’eredità
Se ci sono 2 o più figli (anche se vivono ancora i genitori del defunto) Ai figli vanno i 2/3 dell’eredità divisi per parti uguali 1/3 dell’eredità
Se ci sono solo i genitori (o, in loro mancanza, altri ascendenti) del defunto, ma non ci sono figli Ai genitori (o altri ascendenti) va 1/3 dell’eredità 2/3 dell’eredità
Se non ci sono né figli, né genitori o altri ascendenti Si può liberamente disporre dell’intera eredità
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