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Lo sai che? Licenziamento via Whatsapp

Lo sai che? Pubblicato il 1 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 agosto 2017

Forme legali di licenziamento e messaggi sul cellulare: è possibile qualsiasi forma purché scritta.

Se in un attimo d’ira col tuo dipendente dovessi scrivergli un messaggio intimandogli di non presentarsi più al lavoro che effetti avrebbe questa comunicazione? Un licenziamento via Whatsapp, con un sms o un messaggio in chat ha valore legale o deve essere comunque seguito da una formale raccomandata? Siamo abituati a interpretazioni molto rigorose da parte dei giudici quando si parla dei diritti dei dipendenti. A primo acchito saremmo quindi portati a dire che un licenziamento via Whatsapp non è valido. E invece la risposta è di tutt’altro tipo, e a scriverla è stato di recente il tribunale di Catania [1]. Secondo i giudici siciliani è valido il licenziamento per sms o messaggio in chat perché, comunque, si tratta di una forma scritta che consente la conoscibilità della comunicazione da parte del destinatario.

Il licenziamento non può mai avvenire oralmente. Dire al dipendente «sei licenziato» come nei film non ha valore e l’azienda è costretta a reintegrare il lavoratore. La legge impone al datore di lavoro di rispettare la forma scritta nella comunicazione del licenziamento, ma non dice con quale strumento tale comunicazione deve avvenire. Quindi, in teoria, potrebbe trattarsi di una raccomandata, di una lettera consegnata a mano (e controfirmata) o persino di una Pec (posta elettronica certificata). Le altre comunicazioni, a differenza di quelle che abbiamo appena elencato, non consentono la certezza circa la prova del ricevimento. Sicché una lettera semplice non avrebbe valore. E l’sms via WhatsApp? C’è la doppia spunta blu, qualche maniaco di tecnologia potrebbe dire. Ma un giurista riderebbe davanti a questa ricostruzione. Non così, invece, il tribunale di Catania, secondo cui il licenziamento tramite Whatsapp è idoneo ad assolvere l’onere della forma scritta in considerazione del fatto che si tratta di un documento informatico. Peraltro, se il dipendente impugna il licenziamento davanti al giudice non fa che dimostrare di averlo ricevuto e di aver imputato il messaggio con certezza al datore di lavoro. Quindi il suo diritto di difesa è assicurato.

Come chiarito dalla Cassazione, in tema di forma scritta del licenziamento, il datore di lavoro non ha l’obbligo di adoperare forme sacramentali per la validità dell’atto, ma è sufficiente che la volontà venga comunicata al lavoratore in una forma chiara. Il messaggio col licenziamento via Whatsapp giunge con chiarezza al dipendente e quindi è idoneo ad assolvere ai requisiti della forma scritta.

note

[1] Trib. Catania, sent. del 27.06.2017.

Tribunale di Catania, sez. II Civile – Lavoro, ordinanza 27 giungo 2017
Giudice Fiorentino

Osserva

Con ricorso depositato telematicamente il 22 luglio 2016 parte ricorrente adiva questo Giudice al fine di ottenere, tra l’altro, l’accertamento della invalidità/inefficacia del licenziamento intimatole il 25.3.2015, con reintegra nel posto di lavoro e condanna alla retribuzione globale di fatto dovuta dal giorno del licenziamento alla reintegra effettiva, oltre l’ulteriore risarcimento del danno.
La convenuta si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto del ricorso ed eccependo preliminarmente l’intervenuta decadenza ex art. 6 L. 604/1966 (art. 32 Collegato Lavoro).
All’esito della riserva assunta all’udienza che precede, la causa, ritenuta matura per la decisione, viene decisa con la pronuncia della presente ordinanza ex l. 92/20121.
La domanda avente ad oggetto il licenziamento appare inammissibile per intervenuta decadenza.
Il recesso intimato mezzo “whatsapp” il 25.3.2015 appare infatti assolvere l’onere della forma scritta (cfr. su fattispecie analoga App. Firenze, 05-07-2016), trattandosi di documento informatico che parte ricorrente ha con certezza imputato al datore di lavoro, tanto da provvedere a formulare tempestiva impugnazione stragiudiziale in data 23.4.2015.
Sul punto va ricordato che, nella materia, da tempo, la Suprema Corte ha evidenziato che “in tema di forma scritta del licenziamento prescritta a pena di inefficacia, non sussiste per il datore di lavoro l’onere di adoperare formule sacramentali”, potendo “ la volontà di licenziare… essere comunicata al lavoratore anche in forma indiretta, purché chiara” (Cass., civ. sez. lav., 13 agosto 2007, n. 17652, ove è stata ritenuta corretta la decisione del giudice di merito, secondo cui “la consegna del libretto di lavoro…da parte della società con l’indicazione della data di cessazione del rapporto deve essere considerato atto formato di recesso”; in tal senso, v. anche Cass., civ. sez. lav., 18 marzo 2009, n. 6553).
La modalità utilizzata dal datore di lavoro, nel caso di specie, appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame, in quanto la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca, come del resto dimostra la reazione da subito manifestata dalla predetta parte.
Quanto alla circostanza che il licenziamento non sarebbe stato sottoscritto dal datore di lavoro, ma da soggetto terzo (nella fattispecie il direttore tecnico), va ricordato che “La disciplina dettata dall’art. 1399 c.c. – che prevede la possibilità di ratifica con effetto retroattivo, ma con salvezza dei diritti dei terzi, del contratto concluso dal soggetto privo del potere di rappresentanza – è applicabile, in virtù dell’art. 1324 c.c., anche a negozi unilaterali come il licenziamento. Pertanto la dichiarazione di recesso proveniente da un organo della società datrice di lavoro sfornito del potere di rappresentanza della medesima può essere efficacemente ratificata dall’organo rappresentativo della società anche in sede di costituzione in giudizio per resistere all’impugnativa del licenziamento proposta dal lavoratore che deduca il detto difetto di rappresentanza, … non potendo il lavoratore essere compreso fra quei terzi di cui il comma 2 dell’art. 1399 fa salvi i diritti” (App. Milano, 28-06-2002; Cass. civ. Sez. lavoro, 05-04-1990, n. 2824).
Nel caso di specie, pertanto, il motivo attinente al presunto difetto di legittimazione del soggetto che ha intimato il licenziamento (peraltro mai esternato in sede stragiudiziale) deve ritenersi irrilevante, avendo la società comunque confermato la volontà di recedere dal rapporto.
Ciò posto, va rilevato che, avendo parte ricorrente impugnato il licenziamento in data 23.4.2015 (con missiva ricevuta in data 15.5.2015), la stessa ha tempestivamente proposto il tentativo di conciliazione in data 13.11.2015.
Tuttavia, dopo l’esito del tentativo di conciliazione, conclusosi con il mancato accordo in data 17.5.2016, ha proposto ricorso solo in data 22.7.2016, dopo l’inutile spirare del termine decadenziale previsto dall’art. 6, comma secondo, L. 604/1966 (come modificato dall’art. 32 Collegato lavoro), di 60 gg.
Dispone infatti tale disposizione che “L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di centottanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso. Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo”.
Il ricorso avverso il licenziamento appare quindi inammissibile per intervenuta decadenza.
La particolarità della fattispecie scrutinata giustifica per la presente fase la compensazione delle spese.

P.Q.M.

Il TRIBUNALE DI CATANIA, disattesa allo stato ogni ulteriore domanda, eccezione o difesa, così statuisce:
1. DICHIARA INAMMISSIBILE il ricorso;
2. COMPENSA le spese processuali;
Si comunichi.

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