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Locale notturno: orario di chiusura obbligatorio?

12 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 agosto 2017



Il decreto Salva Italia lascia libera scelta, l’Antitrust lo ribadisce. Ma gli enti locali si oppongono. Si pronuncia perfino la Corte Costituzionale.

Nessuno può imporre ad un locale notturno un orario di chiusura obbligatorio. E nemmeno un orario di apertura. Quello che si può pretendere è che un pub o una discoteca che tengono le porte aperte fino a tardi non rechino disturbo alla quiete pubblica e al riposo dei vicini. Ma se il proprietario del tranquillo bar sotto casa mi vuole servire una bibita alle 4 del mattino perché non riesco a dormire e voglio fare quattro chiacchiere con lui, non glielo può impedire nessuno.

Tutto merito (o colpa, a seconda dal punto di vista di chi si gode o di chi subisce un locale notturno aperto fino a tardi) del decreto «Salva Italia» approvato dal Governo Monti [1] che, dal 2011, ha modificato un’altra normativa, «il decreto Bersani» [2], decreto che delegava ai singoli Comuni la facoltà di imporre gli orari di apertura e di chiusura degli esercizi commerciali nel proprio territorio.

Ora non è più così. Ora – ma solo in teoria – gli enti locali hanno le mani legate da questo punto di vista e non possono porre dei limiti perché, così facendo, violerebbero le norme sulla concorrenza.

Locali notturni: niente più vincoli sugli orari

Dal 1° gennaio 2012 gli orari di apertura e di chiusura dei locali pubblici sono completamente liberi: ristoranti, bar, pub, discoteche (oltre a negozi e supermercati) possono decidere quando tirare su e tirare giù la saracinesca senza che il Comune possa dire nulla in contrario.

Il fatto è questo. Ma quel che c’è dietro è molto più complicato.

La protesta delle Regioni

Le Regioni hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale, lamentando una sorta di «invasione di campo» da parte del governo: ritengono, in sostanza, che il decreto Monti abbia leso le competenze legislative degli Enti sovracomunali e, in particolare, quelle contenute nell’articolo 117 della Costituzione che attribuisce, proprio alle Regioni, la competenza esclusiva di gestire il commercio, compresi gli orari, le chiusure settimanali, ecc.

Il parere della Corte Costituzionale

Interpellata dalle Regioni, la Corte Costituzionale si pronuncia [2] e ribadisce che la liberalizzazione degli orari non determina deroghe rispetto alla tutela di altri interessi costituzionalmente rilevanti: l’ambiente, l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza, la salute e la quiete pubblica. Ed è con questa sentenza che la Corte delega all’autorità amministrativa l’eventuale divieto di vendita di bevande alcoliche in determinati orari oppure disporre la chiusura degli esercizi commerciali per motivi di ordine pubblico.

L’esempio che in alcune città si è vissuto per molti anni è quello delle partite di calcio più delicate, specialmente quelle che riguardano le competizioni europee: quando si prevede un rischio di disordini, il Comune vieta la vendita di alcolici dopo un determinato orario nel giorno della gara.

Il parere del Mise

Il Ministero dello Sviluppo Economico, in una circolare [3] ha ammesso che, per quanto riguarda i locali di somministrazione di alimenti e bevande (come potrebbe essere un locale notturno che, fino a tardi, serve piadine, pizza o kebab insieme ad una bibita), gli orari liberi sono consentiti nei casi in cui sussistano a livello territoriale disposizioni in materia, comprese quelle relative agli obblighi di chiusura. Ma ricorda anche che, per quanto riguarda la chiusura notturna, ci possono essere dei limiti «per motivi di pubblica sicurezza o particolari esigenze di tutela, in quanto vincoli necessari ad evitare danni alla sicurezza o indispensabili per la protezione della salute umana, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale».

Che cosa diceva il Mise con questa circolare? Che quando si può mettere a rischio la sicurezza pubblica, l’ordine pubblico o la quiete dei cittadini, è legittima un’ordinanza che ponga un limite ai locali notturni sull’orario di chiusura. Quando è basta, è basta. Peccato che l’Antitrust non la pensi così.

Il parere dell’Antitrust

Ed ecco che arriva l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, cioè l’Antitrust. Dietro sollecitazioni da parte della Fipe (la Federazione italiana dei pubblici esercizi) stabilisce che il Comune non può imporre limiti di orario agli esercizi pubblici perché, così facendo, viola le norme sulla concorrenza [4].

L’Authority richiama in merito il decreto «Salva Italia», in particolare l’articolo 31 in cui si legge che «le restrizioni alla libertà degli operatori economici in materia di orari e di giornate di apertura e chiusura degli esercizi commerciali ostacolano il normale dispiegarsi delle dinamiche competitive». Insomma: nel rispetto della libera concorrenza, ognuno è libero di aprire e di chiudere quando gli pare.

Due, comunque, i punti fermi. Il primo, gli orari devono essere esposti ai clienti e rispettati. Non vale che scendo alle 4 perché non riesco a dormire e mi trovo il bar chiuso, anche se il cartello dice che è aperto fino alle 5.

Il secondo: la quiete pubblica va rispettata. La Corte di Cassazione ha stabilito che per gli schiamazzi notturni devono rispondere penalmente i gestori dei locali notturni [5]. Infatti, la condotta di chi non impedisce che gli schiamazzi dei propri clienti, all’esterno del locale, rechino disturbo ai residenti della zona, integra il reato di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone. Il reato in parola è punito più o meno severamente: con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro. E, in caso di recidiva, potrebbe il gestore potrebbe trovarsi giù la serranda. Non per una questione di orario, ma perché disposto dall’autorità competente.

note

[1] Dl n. 201/2011 (decreto Salva Italia).

[2] Corte Cost. sent. n. 299 del 19.12.2012.

[3] Circ. Min. Sviluppo Economico n. 3664/2011.

[4] Bollettino Antitrust del 21.09.2015.

[5] Cass. sent. n. 22142/2017.

Autore immagine: 123rf.com


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