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Lo sai che? Se la figlia si sposa il genitore deve mantenerla?

Lo sai che? Pubblicato il 2 agosto 2017

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L’obbligo di mantenimento dei genitori verso i figli non cessa né con il compimento, da parte di questi, di 18 anni né con il matrimonio.

Comunemente si crede che quando una figlia si sposa, “si sistema”. Un’affermazione che mai come in questo periodo non è vera. Un po’ perché – come ha detto la Cassazione lo scorso 10 maggio – in caso di divorzio si recide completamente ogni legame tra i due ex coniugi, per cui anche l’ex marito non ha più il dovere di garantire alla donna lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio (leggi Assegno di mantenimento all’ex moglie: nuove regole); un po’ perché anche il matrimonio non fa cessare in automatico il dovere di mantenimento dei genitori verso il figlio se la nuova famiglia non è in grado di raggiungere un’autonomia economica. Insomma, secondo l’orientamento sposato da gran parte dei giudici, ivi compresa la Cassazione [1], se la figlia si sposa il genitore deve mantenerla. Lo stesso discorso vale ovviamente anche se si tratta del figlio maschio: anche per quest’ultimo vale il diritto di ricevere un contributo mensile dalla madre e dal padre – ciascuno in relazione alle proprie possibilità economiche – fino a quando non è completamente indipendente.

Secondo la Suprema Corte [1] il genitore deve mantenere il figlio sposato: anche il fatto che il figlio contragga matrimonio non vale a esonerare il genitore dall’obbligo di mantenimento se la nuova entità familiare non è autonoma finanziariamente, né autosufficiente. Se però il genitore riesce a dimostrare che l’insufficienza economica del figlio dipende da sua inerzia e indolenza nella ricerca di un lavoro, non deve più versargli l’assegno non essendo questi esposto all’obbligo di mantenimento perpetuo [2].

Al genitore spetta quindi di continuare ad erogare l’assegno di mantenimento fino a quando il figlio non avrà raggiunto l’indipendenza economica sempre che ciò non dipenda da sua colpa. Permane l’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne anche se questi si sposa. Infatti, il matrimonio del figlio maggiorenne, già destinatario del contributo del mantenimento a carico di ciascuno dei genitori, determina l’automatica cessazione del contributo solo se la costituzione del nuovo nucleo familiare esclude la necessità di mezzi di sostegno adeguati per vivere (nella specie la figlia, di giovanissima età, pur essendosi sposata, aveva continuato a vivere con la madre e a frequentare il corso di laurea intrapreso. Pertanto lo stato coniugale acquisito non aveva apportato alcun miglioramento al suo tenore di vita).

Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

note

[1] Cass. sent. n. 1830/2011

[2] Trib. Bari, sent. del 30.10.2006.

Cass. sent. n. 1830/2011

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Ferrara con decreto del 21 febbraio 2006 ha modificato le condizioni della separazione personale tra P. B. e B.M., esonerando quest’ultimo dal contributo di Euro 436 mensili al mantenimento della figlia S., ormai maggiorenne, perché ritenuta autosufficiente.

Il reclamo della P. è stato respinto dalla Corte di appello di Bologna con decreto del 12 luglio 2006, perché la figlia aveva già conseguito un titolo di laurea spendibile nel mondo del lavoro;e soprattutto perché aveva contratto matrimonio perciò dimostrando di avere raggiunto piena indipendenza economica.

Per la cassazione del provvedimento P.B. ha proposto ricorso per tre motivi illustrati da memoria; mentre il B. non ha spiegato difese.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la P., deducendo violazione degli artt. 147, 148 e 155 cod. civ., censura il provvedimento impugnato per aver escluso l’obbligo della controparte di contribuire al mantenimento della figlia erroneamente ritenuta autosufficiente in mancanza di adeguata occupazione, in quanto la stessa: a) pur avendo conseguito un diploma di laurea in scienze motorie, aveva preferito iscriversi alla facoltà di medicina invece di reperire un’occupazione attraverso il titolo ottenuto; b) aveva contratto matrimonio con un giovane di (OMISSIS) pur esso non indipendente perché ancora studente: senza considerare che le nozze non potevano essere equiparate alla raggiunta autosufficienza richiesta dalla legge.

Con il secondo, deducendo violazione dell’art. 2697 cod. civ., lamenta che il decreto abbia violato il principio relativo all’onere della prova che nel caso poneva a carico del genitore non affidatario la dimostrazione invece non fornita, che la figlia maggiorenne era divenuta autosufficiente.

Le censure sono fondate.

Pur non menzionando gli artt. 147 e 155 cod. civ. espressamente i figli maggiorenni fra i destinatari dell’obbligo di mantenimento posto a carico dei genitori, la prevalente dottrina e la giurisprudenza di legittimità dall’ampia formulazione di dette norme, nonché dal riscontro e conferma che le stesse trovano nell’art. 30 Cost., trassero la regola che la relativa obbligazione non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte dei figli, ma perdura indipendentemente dall’età di costoro, per un periodo di tempo che, pur non potendo essere predeterminato, fu sistematicamente fatto coincidere con il completamento degli studi e con il conseguimento del titolo relativo;

ovvero con l’avviamento degli stessi ad una professione, ad un arte, o ad un mestiere confacente, per quanto possibile, alla condizione sociale della famiglia (Cass. 87 e 124/1962).

Questi principi furono estesi alla disciplina del divorzio introdotto dalla L. n. 898 del 1970, il cui art. 6 ha riprodotto in termini nuovamente generici – e senza alcun’altra specificazione – l’obbligo (anche) del genitore non affidatario di contribuire al mantenimento dei figli.

La giurisprudenza successiva ha ulteriormente approfondito il regime dell’obbligazione dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli maggiorenni secondo le regole dell’art. 148 cod. civ. pervenendo ai seguenti principi, più volte ribaditi: 1) il giudice di merito non può prefissare un termine a tale obbligo di mantenimento, atteso che il limite di persistenza dello stesso va determinato, non sulla base di un termine astratto (pur se desunto dalla media della durata degli studi in una determinata facoltà universitaria e/o dalla normalità del tempo mediamente occorrente ad un giovane laureato, in una data realtà economica, affinché questo possa trovare impiego), bensì sulla base (soltanto) del fatto che il figlio, malgrado i genitori gli abbiano assicurato le condizioni necessarie (e sufficienti) per concludere gli studi intrapresi e conseguire il titolo indispensabile ai fini dell’accesso alla professione auspicata, non abbia saputo trame profitto, per inescusabile trascuratezza o per libera (ma discutibile) scelta delle opportunità offertegli; ovvero non sia stato in grado di raggiungere l’autosufficienza economica per propria colpa; 2) configurandosi quest’ultima quale fatto estintivo di una obbligazione “ex lege”, spetta al genitore interessato alla declaratoria della sua cessazione, fornire la prova di uno “status” di autosufficienza economica del figlio, consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato; ovvero che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da un suo atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato (Cass. 407/2007; 15756/2006; 8221/2006); 3) il relativo accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post – universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione, investendo impegno personale ed economie familiari (Cass. 23673/2006; 4765/2002). E d’altra parte la prova dell’indipendenza economica può fondarsi su presunzioni, quali esemplificativamente i mezzi economici di cui il figlio si avvale unitamente al suo tenore di vita, l’essere stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica, o comunque posto nelle concrete condizioni per poter addivenire alla autosufficienza economica, di cui egli non abbia, poi, tratto profitto per sua colpa;o ancora, il matrimonio e la convivenza in altro autonomo nucleo familiare (Cass. 24498/2006); 4) Per converso, una volta legittimamente cessato l’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne – per avere espletato attività lavorativa, ovvero per altre cause che hanno determinato il venir meno del relativo presupposto (matrimonio o altro) – esso non può risorgere che nella forma del più ristretto dovere degli alimenti, fondato su condizioni sostanziali e procedurali affatto diverse (Cass. 22477/2006, – 26259/2005, – 12477/2004).

Questo quadro normativo è stato sostanzialmente recepito dal nuovo art. 155 quinquies cod. civ. introdotto dalla L. n. 54 del 2006, secondo cui “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”.

Nel caso concreto costituiscono circostanze fattuali del tutto pacifiche e supposte dal provvedimento impugnato che la giovane B.S. ha ottenuto un titolo di laurea breve in scienze motorie; e che tuttavia non ha svolto successivamente alcuna attività lavorativa, ma è stata ammessa alla facoltà di medicina e chirurgia alla quale la stessa aspirava fin da giovane età, che attualmente frequenta con profitto, perciò non avendo raggiunto ancora l’autosufficienza economica.

Nessuna di esse è stata del resto contestata dal B., il quale non ha mai dubitato neppure del fatto che il titolo in questione non avesse ancora consentito alla figlia concrete possibilità di inserimento nel mercato del lavoro; non le ha addebitato colpe o inerzie per il protrarsi di tale situazione; e neppure ha mai posto in discussione l’intendimento della giovane di trarre profitto anche ai fini professionali del nuovo corso di laurea intrapreso. Ma ha chiesto (ed ottenuto) l’esonero dal contributo al mantenimento della figlia maggiorenne per il solo fatto che aveva contratto matrimonio con un giovane studente originario della Repubblica dominicana, e dalla data del matrimonio stesso (maggio 2005).

Ritiene questa Corte che il principio anche di recente affermato nella giurisprudenza di legittimità secondo il quale il matrimonio del figlio maggiorenne già destinatario del contributo di mantenimento a carico di ciascuno dei genitori ne comporta l’automatica cessazione debba essere in questa sede ribadito, in quanto trae fondamento da un lato negli obblighi e nei diritti che derivano dal matrimonio, dall’altro lato nel rilievo, sul piano fattuale, che con la costituzione del nuovo nucleo, i coniugi attuano una comunione materiale e spirituale di vita realizzando i molteplici effetti stabiliti dalla legge.

Viene pertanto in risalto, ai fini che qui interessano, il matrimonio- rapporto che all’atto di celebrazione di norma effettivamente consegue, e che dà vita ad un nuovo organismo familiare distinto, pur se convivente con quelli di origine di ciascuno dei coniugi, perciò autonomo, una volta che nel suo ambito questi ultimi divengono titolari del governo della nuova entità e sono legati dall’obbligo alla reciproca assistenza morale e materiale costituente il necessario svolgimento di quell’impegno di vita assieme che hanno assunto con le nozze. Tant’è che l’art. 143 c.p.c., comma 3 enuncia espressamente il dovere di entrambi di contribuire ai bisogni della famiglia “in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo” che dunque presuppone, attribuendo alla contribuzione una configurazione paritaria e reciproca che si identifica nell’obbligo di soddisfare le necessità della famiglia: intesa dunque come formazione sociale nuova ed autonoma.

Peraltro, nessuno di detti elementi è ravvisabile nella vicenda prospettata dalla ricorrente senza alcuna contestazione del B., né accertamenti di contenuto diverso da parte dei giudici di merito così che deve considerarsi acquisito che la figlia, di giovanissima età, a seguito di una relazione sentimentale con il giovane suddetto ha contratto con lo stesso un primo matrimonio con rito civile in (OMISSIS) nel (OMISSIS) ed uno successivo con rito canonico nel (OMISSIS), onde consentirne l’espatrio dalla Repubblica dominicana e la regolare permanenza nel territorio nazionale. Alla quale non è dunque seguito alcun mutamento sostanziale per la giovane che ha continuato a vivere, come in passato, con la madre ed a frequentare il corso di laurea intrapreso; neppure in relazione allo stato coniugale acquisito, essendo il marito anch’egli studente, privo di mezzi economici ed iscritto all’istituto per perito elettrotecnico ITIS di Ferrara onde completare a sua volta il proprio ciclo di studi.

In tale peculiare situazione non è configurabile neppure la fattispecie più volte esaminata da questa Corte, del figlio maggiorenne tornato a vivere con uno dei genitori perché non più economicamente autosufficiente dopo esserlo stato in passato per aver svolto attività lavorativa o per altre cause (quali l’aver contratto matrimonio, poi fallito); bensì quella affatto diversa del figlio che non ha mai cessato di convivere con detto genitore pur dopo la maggiore età, e che malgrado il conseguimento di un titolo di studio universitario non ha potuto trame utile profitto non per sua colpa o per sua scelta; e non ha nel caso raggiunto l’indipendenza economica neppure con la mera celebrazione del matrimonio, diretta nella specie a raggiungere la finalità di cui si è detto avanti: senza per questo aver costituito una nuova entità familiare autonoma e finanziariamente indipendente.

Pertanto il Collegio deve alla stessa applicare la consueta regola generale tratta dall’art. 148 cod. civ. ed affermare che sul B. continua a gravare l’obbligo di contribuire al mantenimento della figlia S., non avendo egli fornito la dimostrazione che costei è divenuta autosufficiente (anche attraverso l’attività lavorativa del marito), ovvero che il mancato svolgimento di un’attività professionale dipende da un suo atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato di avvalersi del titolo conseguito.

Assorbito pertanto l’ultimo motivo del ricorso, la sentenza impugnata va cassata; e poiché non necessitano ulteriori accertamenti il Collegio deve decidere nel merito ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ. respingendo le domande avanzate dal B..

La novità delle questioni trattate induce la Corte a compensare tra le parti le spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte, accoglie i primi due motivi del ricorso e dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta le domande del B.. Dichiara interamente compensate tra le parti le spese dell’intero giudizio.


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