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Eredità: se vendo e compro oro eludo il Fisco?

19 agosto 2017


Eredità: se vendo e compro oro eludo il Fisco?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 agosto 2017



T. ha debiti col fisco e erediterà un immobile. Se vende il bene e usa i soldi per comprare lingotti presso un banco metalli autorizzato con segnalazione antiriciclaggio, sottrae beni al fisco?

La compravendita di un bene acquistato in virtù di successione ereditaria non costituisce, di per sé, un atto illecito. Potrebbe, invece, costituire la condotta materiale del reato [1] previsto dalla legge secondo cui è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l’ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni ove il contratto di compravendita fosse simulato (e tale ipotesi, nel caso in questione, pare potersi escludere in radice), ovvero essere atto fraudolento.

Come la giurisprudenza di legittimità ha chiarito, affinché una compravendita (o un qualsiasi altro atto) possa costituire atto fraudolento ed essere sanzionata come sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte ai sensi della norma testé riportata, occorre (con prova ovviamente a carico dell’autorità procedente) la sussistenza del dolo specifico, rappresentato dal fine di sottrarsi al pagamento del debito tributario, ponendo in essere una condotta fraudolenta diretta a rendere inefficace la procedura di riscossione coattiva [2]. Ciò vuol dire che deve essere dimostrata (da chi sostiene l’accusa) la volontà di sottrarsi al pagamento delle imposte attraverso la realizzazione di un’attività fraudolenta, che anche se consentita dalla normativa vigente (come è la compravendita), sia concretamente idonea a porre in pericolo la pretesa del fisco. È pure necessario, quindi, che la condotta realizzata con il fine di sottrarsi al pagamento delle imposte, sia poi effettivamente idonea a porre in pericolo la riscossione delle imposte (non è più invece necessario, per la configurabilità del reato, che una riscossione esattoriale sia già in corso [3]).

Il dolo, quale elemento essenziale per l’integrazione della fattispecie penalmente rilevante (cioè la volontà di sottrarsi al pagamento delle imposte attraverso l’atto posto in essere) deve in qualche modo emergere con evidenza e non solo per presunzione, dovendo altrimenti ritenersi applicabile la fattispecie de qua ad ipotesi del tutto fisiologiche e non patologiche, quali, ad esempio, quella del soggetto che pur dispone di altri beni sui quali poter affermare le pretese creditorie del fisco senza aggredire i beni “sottratti” o del soggetto che, solo dopo alcuni anni dalla stipula dell’atto sottrattivo, e per cause sopravvenute ed imprevedibili al momento della stipula stessa, si trovasse nella materiale impossibilità di adempire ad un’obbligazione tributaria. Un’applicazione così ampia della norma penale in questione sarebbe in aperto contrasto con il principio costituzionale di ragionevolezza e comporterebbe una inaccettabile dilatazione delle ipotesi di punibilità, nonché di compressione del principio di determinatezza della fattispecie penale. Limitata entro questi confini la portata del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, è chiaro che anche nel caso in questione l’elemento ulteriore necessario per poter definire l’atto “fraudolento” non potrà essere semplicemente presunto sulla base del solo effetto pregiudizievole dell’atto per i terzi (fisco compreso), ma dovrà essere dimostrato sulla scorta degli elementi desumibili dal contratto in modo tale che dovrà emergere in modo oggettivo dall’atto stesso che l’unico apprezzabile interesse perseguito dalle parti sia la frode delle pretese del fisco.

La stessa Corte di Cassazione [4] afferma il principio (discutendo di abuso del diritto) per cui l’individuazione dell’impiego abusivo di una forma giuridica incombe all’amministrazione finanziaria, la quale non potrà certamente limitarsi ad una mera e generica affermazione, ma dovrà individuare e precisare gli aspetti e le particolarità che fanno ritenere l’operazione priva di reale contenuto economico diverso dal risparmio d’imposta. Ne consegue, perciò, che anche nel nostro caso vi dovrà essere la puntuale dimostrazione, da parte dell’amministrazione finanziaria prima e del giudice penale poi, che il contratto sia stato posto in essere con l’unica finalità di sottrarsi al pagamento delle imposte nell’assenza di altro apprezzabile interesse perseguito dalle parti. Solo se fosse dimostrata (nei termini sopra individuati) la commissione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, potrà considerarsi (a cascata) illecita la successiva eventuale condotta di reimpiego (nell’acquisto di lingotti) del danaro ricavato dalla compravendita. E, infatti, il reato di cosiddetto auto riciclaggio [5] punisce chiunque impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro (o beni o altre utilità) che siano frutto di attività delittuose e non, ovviamente, di attività lecite. Ne consegue che non sarà perseguibile come auto riciclaggio l’acquisto di lingotti d’oro a mezzo dell’impiego del danaro incassato a seguito della compravendita di un bene (ottenuto nella specie in virtù di successione ereditaria) che non costituisca atto penalmente perseguibile in quanto atto non simulato, né fraudolento.

Infine, la rinuncia all’eredità, essendo esercizio di una facoltà legittima riconosciuta al chiamato all’eredità, non potrà costituire violazione di legge. Invero, nel nostro ordinamento non esiste un obbligo di accollo dei debiti ereditari (ivi compresi quelli di natura tributaria), con la conseguenza che con la rinuncia all’eredità (anche al fine di non rispondere dei debiti del de cuius) non si fa che esercitare una facoltà riconosciuta dalla legge e nell’esercitarla è, ad abundantiam, evidente che non si sta ponendo in essere alcuna attività fraudolenta tesa unicamente ad impedire la riscossione dei tributi.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

note

[1] Art. 11, co. 1, d.lgs. n. 74 del 10.03.2000.

[2] Cass. sent. n. 15449 dello 08.04.2015.

[3] Cass. sent. n. 39079 del 23.09.2013.

[4] Cass. sent. n. 25374, del 17.10.2008.

[5] art. 648 ter 1 cod. pen.

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