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I diritti dei soggetti deboli

17 agosto 2017 | Autore:


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Come tutela la legge anziani, bambini, malati, invalidi. Ma anche chi subisce abusi in famiglia o chi perde la propria autonomia ed ha bisogno di aiuto.

 La categoria, purtroppo, è più ampia di quel che si può immaginare. Parlare di soggetti deboli non significa soltanto parlare di anziani, di persone malate, di bambini. Il soggetto debole è anche quello che non ha un soldo per campare, chi viene messo in disparte, chi subisce violenza in famiglia.

Per definizione, i soggetti deboli sono quelli che si trovano nell’impossibilità di gestire i propri interessi o hanno difficoltà a farlo. Sono le persone esposte all’esclusione, all’emarginazione, alla dipendenza, sono quelli destinati a far parte di una minoranza.

Appare evidente, quindi, che parlare dei diritti dei soggetti deboli equivale a parlare dei diritti della persona. Sia da un punto di vista amministrativo sia da un punto di vista giudiziario.

Vediamo, allora, in modo sintetico quali sono i diritti dei soggetti deboli, dai bambini fino agli anziani, passando per chi ha perso in tutto o in parte la propria autonomia.

 

I diritti dei minori

Uno dei pilastri internazionali a difesa dei minori è la Convenzione di New York approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1989, e frutto della Dichiarazione dei diritti del fanciullo che vide la luce 30 anni prima.

La Convenzione, a sostegno dei diritti dei soggetti deboli che non hanno ancora compiuto i 18 anni, impegna gli Stati dell’Onu a garantirli ai minori nel proprio ambito giurisdizionale, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere del fanciullo o dei suoi genitori o tutori, della loro origine nazionale, etnica o sociale, della loro ricchezza, della loro invalidità, della loro nascita o di qualunque altra condizione. Inoltre, vincola gli Stati ad adottare «ogni misura appropriata per assicurare che il fanciullo sia protetto contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivata dallo status, le attività, le opinioni espresse o il credo dei suoi genitori, dei suoi tutori o di membri della sua famiglia».

In Italia, il Codice civile prevede delle norme a tutela dell’infanzia, in particolar modo per quel che riguarda l’assistenza dei minori [1], compresi i figli di genitori non conosciuti oppure riconosciuti soltanto dalla madre che si trovi nell’impossibilità di provvedere al loro allevamento o, ancora, ai minori ricoverati in un istituto di pubblica assistenza o assistiti da questo per il mantenimento, l’educazione o la rieducazione, ovvero in istato di abbandono materiale o morale.

Nel loro interesse, l’istituto di pubblica assistenza esercita i poteri tutelari sul minore ricoverato o assistito, fino a quando non si provveda alla nomina di un tutore, e in tutti i casi nei quali l’esercizio della patria potestà o della tutela sia impedito.

Il giudice può deferire la tutela all’ente di assistenza o all’ospizio, ovvero nominare un tutore. Nel caso in cui il genitore riprenda l’esercizio della patria potestà, l’istituto deve chiedere al giudice tutelare di fissare eventualmente limiti o condizioni a tale esercizio.

Il minore che si trova moralmente o materialmente abbandonato oppure è allevato in locali insalubri o pericolosi, o da persone per negligenza, immoralità, ignoranza o per altri motivi incapaci di provvedere alla sua educazione, la pubblica autorità, ha diritto ad essere collocato in luogo sicuro, fino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione.

Più in generale, i diritti dei minori all’interno di una famiglia sono quelli a:

  • essere mantenuto;
  • essere educato;
  • essere istruito nel rispetto delle proprie capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni;
  • essere assistito moralmente;
  • crescere in famiglia;
  • mantenere rapporti significativi con i parenti.
  • essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano se ha compiuto i 12 anni o anche prima se riconosciuto capace di discernimento;
  • avere un contributo al mantenimento anche in presenza della decadenza della potestà di uno dei genitori.

 

I diritti dei soggetti deboli che perdono autonomia

Parlare dei diritti dei soggetti deboli significa anche parlare di chi, a causa dell’età o di una malattia fisica o psichica, ha perso in toto o in parte la propria autonomia.

Per la loro tutela, esistono in Italia alcuni istituti come l’amministrazione di sostegno, l’interdizione e l’inabilitazione.

L’amministrazione di sostegno

L’istituto dell’amministrazione di sostegno è rivolto a chi, per effetto di un’infermità o menomazione fisica o psichica, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi [2]. L’amministratore viene nominato dal giudice tutelare del luogo in cui la persona ha la residenza o il domicilio con decreto motivato entro 60 giorni dalla data di presentazione della richiesta.

Il decreto di nomina dell’amministratore di sostegno deve contenere l’indicazione:

  • delle generalità della persona beneficiaria e dell’amministratore di sostegno;
  • della durata dell’incarico, che può essere anche a tempo indeterminato;
  • dell’oggetto dell’incarico e degli atti che l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario;
  • degli atti che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno;
  • dei limiti, anche periodici, delle spese che l’amministratore di sostegno può sostenere con utilizzo delle somme di cui il beneficiario ha o può avere la disponibilità;
  • della periodicità con cui l’amministratore di sostegno deve riferire al giudice circa l’attività svolta e le condizioni di vita personale e sociale del beneficiario.

Se ce ne fosse bisogno, il giudice tutelare adotta anche d’ufficio i provvedimenti urgenti per la cura della persona interessata e per la conservazione e l’amministrazione del suo patrimonio, oppure nominare un amministratore di sostegno provvisorio indicando gli atti che è autorizzato a compiere.

Chi può ricoprire l’incarico di amministratore di sostegno per tutelare i diritti dei soggetti deboli che hanno perso l’autonomia? La scelta avviene con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario, il quale può, in prima persona, scegliere il soggetto che si occuperà dei suoi interessi in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Se, invece, deve essere il giudice tutelare a compiere questa scelta, darà priorità, sempre che sia possibile, al coniuge non separato legalmente, alla persona stabilmente convivente, al padre, alla madre, al figlio, al fratello o alla sorella, oppure ad un parente entro il quarto grado. In alternativa, può essere nominato anche un soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Non possono ricoprire le funzioni di amministratore di sostegno gli operatori dei servizi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il beneficiario.

Quali sono i diritti dei soggetti deboli i cui interessi sono gestiti da un amministratore di sostegno? Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore ed ha il diritto di compiere gli atti necessari a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana.

Potete approfondire l’argomento in questo nostro articolo.

L’interdizione e l’inabilitazione

Le persone che soffrono un’infermità mentale che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi, sono interdetti per assicurare la loro adeguata protezione. Si tratta, infatti, di un altro dei diritti dei soggetti deboli.

Chi, invece, ha una malattia mentale non così grave da ricorrere all’interdizione, può essere inabilitato, così come chi espone la propria famigli a seri pregiudizi economici per abuso di alcol o droghe.

Possono infine essere inabilitati il sordomuto e il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia, se non hanno ricevuto un’educazione sufficiente, a meno che siano del tutto incapaci di provvedere ai propri interessi.

Ma è più conveniente l’amministrazione di sostegno o l’interdizione?  Ve lo spieghiamo in maniera più esaustiva in questo articolo.

I diritti degli anziani

Gli anziani, come dicevamo all’inizio, sono tra i soggetti deboli che hanno maggiore bisogno di assistenza e di cure. Si tratta, infatti, della fascia di popolazione con la più alta percentuale di malattie e di degrado fisico.

I diritti di questi soggetti deboli si possono sintetizzare così:

  • il diritto ad essere assistiti dai figli, non solo da un punto di vista morale ma anche economico, in alcuni casi ricevendo da loro gli alimenti. I figli che non rispettano questo vincolo, potrebbero rispondere dei reati di violazione degli obblighi di assistenza familiare o di abbandono di persona incapace. Questo diritto contempla anche la possibilità per i figli di godere dei permessi speciali grazie alla Legge 104, quando le condizioni dell’anziano sono particolarmente gravi o delicate;
  • il diritto all’assistenza in caso di demenza o di Alzheimer. Se le sue condizioni glielo consentono, ha il diritto di decidere quando farsi ricoverare in una Rsa, cioè in una casa di cura. Ha anche il diritto di ricevere quest’assistenza in regime diurno o a domicilio. Inoltre, ha il diritto di ricevere il cosiddetto voucher Alzheimer, un aiuto per le famiglie che non riescono da sole a gestire situazioni di questo tipo;
  • il diritto a non pagare l’Imu quando è ricoverato in una Rsa, purché l’immobile non sia stato affittato;
  • il diritto all’esenzione dal ticket sanitario per età o per reddito (le condizioni per usufruire di questo beneficio cambiano da Regione a Regione).

Qui trovate una guida completa sui diritti degli anziani.

 

I diritti degli invalidi

Altra categoria di soggetti deboli è quella che riguarda gli invalidi che, secondo il nostro ordinamento, sono «coloro che presentano una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione» [3].

Quali sono i principali diritti di questi soggetti deboli? Innanzitutto, quello a ricevere delle prestazioni stabilite in sui favore a seconda della natura e della consistenza della minorazione, della capacità complessiva individuale residua e dell’efficacia delle terapie riabilitative.

Se la minorazione ha ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale, la situazione assume connotazione di gravità. Ed, a questo punto, si determina la priorità nei programmi di interventi e di servizi pubblici.

Nello specifico, i diritti dei soggetti deboli perché invalidi si possono riassumere in quattro aree:

  • aiuti economici: pensione o assegno di invalidità, a seconda della percentuale di riduzione della capacità lavorativa del soggetto, alimenti dai familiari se rimasto senza reddito;
  • aiuti assistenziali: esenzione dal ticket sanitario, fornitura gratuita di protesi, carrozzine o altri ausili sanitari;
  • agevolazioni fiscali: detrazioni per figli portatori di handicap, per badanti o per l’eliminazione delle barriere architettoniche, agevolazione per l’acquisto di auto per disabili e sull’imposta di successione e donazione, maggior detrazione Irpef per le polizze assicurative;
  • agevolazioni sul lavoro: assunzioni obbligatorie e conservazione del posto.

L’approfondimento sui diritti dei soggetti deboli perché invalidi lo potete trovare qui.

I diritti di chi subisce abusi in famiglia

Tra i diritti dei soggetti deboli non possono essere ignorati quelli che spettano a chi subisce abusi in famiglia, sia di tipo fisico, sia di tipo sessuale o psicologico. Succede quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale, ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente. In questo caso, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più provvedimenti [4].

I soggetti deboli, o meglio diventati tali per una condotta violenta di un convivente (coniuge, genitore o figlio, ad esempio), hanno, dunque, diritto ad un intervento da parte della magistratura. Il giudice, innanzitutto, deve ordinare al soggetto violento la cessazione di questa condotta e disporre il suo allontanamento dalla casa familiare. Se fosse necessario, deve anche ordinare a questa persona di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati da chi ha fatto la segnalazione, ed in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone ed in prossimità dei luoghi di istruzione dei figli della coppia, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per esigenze di lavoro.

Questi soggetti deboli hanno il diritto di avere assistenza dai servizi sociali, qualora il giudice lo ritenesse opportuno, oppure da un centro di mediazione familiare, nonché delle associazioni che abbiano come fine statutario il sostegno e l’accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattamenti.

Hanno anche il diritto al pagamento periodico di un assegno nel caso rimanessero prive di mezzi adeguati a causa dell’allontanamento della persona violenta. Verranno fissati modalità e termini di versamento e prescritto, se fosse il caso, che la somma sia versata direttamente all’avente diritto dal datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla sua retribuzione.

I giudice, infine, stabilisce la durata dell’ordine di protezione, che decorre dal giorno dell’avvenuta esecuzione dello stesso. Questa non può essere superiore a un anno, ma può essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario.

Se la situazione dovesse degenerare, cioè se la persona violenta rifiuta di eseguire quanto disposto dal giudice, i soggetti deboli hanno il diritto di ricevere l’ausilio della forza pubblica e dell’ufficiale sanitario, sempre dietro indicazioni del giudice.

Da ricordare che chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui, è punito con la reclusione da due a sei anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni [5].

note

[1] Artt. 400 e ss. cod. civ.

[2] Artt. 404 e ss. cod. civ.

[3] Legge 104/1992.

[4] Art. 342-ter cod. proc. civ.

[5] Art. 572 cod. pen.

Autore immagine: 123rf.com


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2 Commenti

  1. Desidero segnalare alcune mie perplessita’:
    1. per tutti gli anziani non autosufficienti, poiche’ sostanzialmente malati (e non solo per i malati di Alzheimer citati nell’articolo), il primo dovere di intervento e’ prima di tutto del Servizio Sanitario Nazionale, senza togliere nulla al “diritto di chiamare i figli a farsi assistere “, o meglio al diritto dei figli di tutelare i rispettivi genitori contro gli abusi e le omissioni che troppo spesso sono compiuti dagli Enti assistenziali e/o sanitari;
    2. inoltre, se l’anziano non autosufficiente e’ anche povero, devono intervenire obbligatoriamente i Servizi sociali del luogo di residenza (che valuteranno l’Isee e le relative condizioni);
    3. i figli di genitori non autosufficienti POSSONO essere chiamati a fornire gli alimenti o assistenza, ma solo se detti genitori vogliono chiamarli (e nessun ufficio può certo sostituirsi alla volonta’ delle persone anziane non autosufficienti, arrivando a chiedere contributi e/o compartecipazioni alle spese di esclusiva competenza degli Enti assistenziali e/o sanitari).

  2. Desidero segnalare alcune mie perplessita’:
    1. per tutti gli anziani non autosufficienti, poiche’ sostanzialmente malati (e non solo per i malati di Alzheimer citati nell’articolo), il primo dovere di intervento e’ prima di tutto del Servizio Sanitario Nazionale, senza togliere nulla al “diritto di chiamare i figli a farsi assistere “, o meglio al diritto dei figli di tutelare i rispettivi genitori contro gli abusi e le omissioni che troppo spesso sono compiuti dagli Enti assistenziali e/o sanitari;
    2. inoltre, se l’anziano non autosufficiente e’ anche povero, devono intervenire obbligatoriamente i Servizi sociali del luogo di residenza (che valuteranno l’Isee e le relative condizioni);
    3. i figli di genitori non autosufficienti POSSONO essere chiamati a fornire gli alimenti o assistenza, ma solo se detti genitori vogliono chiamarli (e nessun ufficio può certo sostituirsi alla volonta’ delle persone anziane non autosufficienti, arrivando a chiedere contributi e/o compartecipazioni alle spese di esclusiva competenza degli Enti assistenziali e/o sanitari).

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