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Lo sai che? I diritti di chi è vittima di molestie sessuali

Lo sai che? Pubblicato il 25 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 agosto 2017

A lavoro, a scuola, sul bus: quando la gentilezza sconfina nella molestia o la violenza. Come reagire e cosa fare se ad esagerare sono il collega o il capo.

C’è una sottile linea che separa l’eccesso di confidenza dalla molestia sessuale. Un bacio tra amici non è la stessa cosa che una carezza tra conoscenti: se il primo viene considerato un gesto d’affetto tra due persone che si vogliono bene, la seconda spesso viene vista come il primo passo per oltrepassare quella sottile linea di confine.

E’ vero, spesso si esagera nell’interpretare quello che vuol semplicemente essere un gesto «carino»: dipende dal modo in cui lo si dà e dalla sensibilità di chi lo riceve. Ad ogni modo, oggi anche una semplice carezza non desiderata rientra tra i comportamenti classificati come «molestie sessuali». E chi ne è vittima, deve avere ben chiaro quali sono i suoi diritti.

Le molestie sessuali vengono ritenute una forma di discriminazione, in quanto possono offendere la dignità di una persona, aumentare la sua insicurezza o impedirle di essere pienamente se stessa. Accadono molto spesso nel mondo del lavoro e a scuola. Nella maggior parte di questi casi, arrivano da chi ha più autorità della vittima, sperando che, intimorita, scelga la via del silenzio e della sottomissione.

Ma, purtroppo, succede anche in famiglia. Qui, le vittime più frequenti di molestie sessuali (se non di vere e proprie violenze) sono i bambini, magari figli di uno solo dei coniugi e oggetto dei perversi desideri di chi non è il padre o la madre.

Tutto questo, ovviamente, non è legale

Vediamo come vengono definite le molestie sessuali e quali sono i diritti di chi ne rimane vittima.

Che cosa sono le molestie sessuali

La definizione delle molestie sessuali ce la fornisce il codice penale [1]: vengono considerati tali le espressioni volgari a sfondo sessuale ovvero di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale.

Insomma, quello che comunemente viene chiamato «provarci di brutto»

Ma attenzione, perché da lì al tentativo di violenza sessuale il passo è davvero breve. La Cassazione, infatti, ha avuto modo di stabilire [2] che la tentata violenza scatta nel momento in cui, pur in mancanza di contatto fisico tra molestatore e persona offesa, la condotta tenuta dal primo denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo dell’idoneità a violare la libertà di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale. In altre parole: se il corteggiamento molesto si esprime attraverso gesti a sfondo sessuale e ad allusioni tanto esplicite quanto pesanti e la vittima non ha possibilità di fuga, si è in presenza di una tentata violenza e non di una semplice molestia sessuale.

Per fare un esempio, la molestia potrebbe consistere nel fare pesanti e insistenti apprezzamenti sulla minigonna o sulla camicetta scollata della collega, quando questi commenti non sono né richiesti né tanto meno apprezzati. Diventerebbe un tentativo di violenza se quei commenti, accompagnati da gesti poco decenti e da proposte esplicite, avviene in un ufficio che il molestatore ha volutamente chiuso tenendo in tasca la chiave. Anche se entrambi non si sfiorano.

Come nei mancati regali di compleanno, «l’intenzione è quella che conta»

La vera e propria violenza viene ritenuta la condotta che comporta un contatto, anche se fugace ed estemporaneo, tra il soggetto attivo e quello passivo. Condotta, quindi, che coinvolge la sfera fisica della vittima e la mette in grado di rischiare la libera autodeterminazione [2]. Insomma, si sente toccare o afferrare anche se non vuole essere toccata e vorrebbe soltanto scappare

I casi di molestie sessuali

Partendo dunque, dalla definizione che abbiamo visto, possono essere ritenute molestie sessuali:

  • le richieste di prestazioni sessuali in cambio di qualcosa (un voto più alto al liceo o all’università, una promozione al lavoro, ecc.);
  • il rifiuto di eseguire un atto dovuto per non avere in cambio delle prestazioni sessuali (ad esempio, l’idraulico chi «ci ha provato» e, quando si è sentito dire di no, decide di non sistemare il rubinetto del lavandino);
  • la richiesta di un appuntamento galante senza accettare un rifiuto;
  • la richiesta inopportuna di un abbraccio o di un bacio;
  • il contatto fisico non desiderato dall’altra persona;
  • l’uso di un linguaggio volgare o insultante in modo stereotipato nei confronti di un’altra persona («quello lì sarà di malumore questa mattina perché sua moglie stanotte avrà avuto il mal di testa…»);
  • le ingiurie personali che riguardano l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona;
  • i commenti relativi all’aspetto fisico di una persona (cambia tra dire «caspita, hai visto che bella ragazza?» a dire «guarda lì che…». Ci siamo capiti);
  • le affermazioni o gli atti sul fatto che si considera una persona nelle categorie sessuali stereotipate;
  • invio o condivisione di materiale pornografico, fotografie a contenuto sessuale, graffiti o altre immagini erotiche (compreso l’invio online);
  • il racconto fuori luogo di barzellette a sfondo sessuale;
  • l’atteggiamento presuntuoso circa le proprie prestazioni sessuali;
  • gli atti di bullismo basati su sesso o genere;
  • i pettegolezzi di natura sessuale, diffusi anche online.

I diritti di chi è vittima di molestie al lavoro

E’ lo scenario più abituale in cui avvengono questi comportamenti, forse perché è il luogo in cui si passa la maggior parte della giornata. La prima cosa da fare quando si è vittima di molestie sessuali al lavoro è quella di far capire al collega o al capo inopportuno che la carezza, il bacio o la mano sulla spalla non sono graditi. Meglio se via e-mail e non solo verbalmente, in modo da avere una prima prova nero su bianco del rifiuto espresso.

Se il molestatore non si arrende, è meglio chiedere aiuto. In alcuni posti di lavoro privati o pubblici, chi è vittima di molestie sessuali ha il diritto di rivolgersi al «consigliere di fiducia», una figura creata proprio per dare una mano a chi, per questo o per altri motivi, si sente in difficoltà in azienda. Questo può essere un primo valido interlocutore che cercherà, in base al codice etico interno, una soluzione. I dipendenti pubblici, inoltre, hanno il diritto di rivolgersi al Comitato unico di garanzia.

Altra figura utile in questi casi è il consigliere territoriale di parità. Agisce gratuitamente insieme ad un avvocato di fiducia. Nei casi più disperati, è opportuno sentire il sindacato o, direttamente, il proprio avvocato.

Non è sbagliato nemmeno parlare con colleghi o ex colleghi di fiducia. Anche perché si potrebbe scoprire di non essere l’unica persona a subire delle molestie sessuali da parte dello stesso collega. Si può, in questo modo, agire insieme. In più, gli ex colleghi potrebbero testimoniare senza temere alcuna ritorsione.

È molto importante avere il maggior numero possibile di prove delle molestie subite: messaggi al cellulare o di posta elettronica, registrazioni di telefonate esplicite, note con ora e luogo in cui è avvenuta la molestia, eventuale presenza di testimoni. Prove che non sempre vengono ammesse ad un processo ma che servono a trattare prima di arrivare in aula. Le aziende, infatti, preferiscono quasi sempre arrivare ad un accordo pur di non compromettere il loro nome.

Di fronte ad una denuncia per molestie sessuali non provate, la vittima rischia il licenziamento

Molestie sessuali: i diritti del lavoratore che si licenzia

Chi ha subìto delle molestie sessuali e si dimette per giusta causa ha diritto all’indennità sostitutiva del preavviso e al risarcimento dei danni biologici e morali per la mancata prevenzione e repressione da parte dell’azienda di questo tipo di condotte [3].

La legge, dunque, riconosce la responsabilità del datore di lavoro per violazione dell’art. 2087 del codice civile, secondo cui l’imprenditore deve adottare necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei suoi dipendenti e collaboratori.

note

[1] Art. 660 cod. pen.

[2] Art. 609-bis cod. pen.

[3] Trib. Firenze, sez. lav., sent. del 20 aprile 2016.


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1 Commento

  1. solo una curiosità, le parole sono belle, ma i fatti sono diversi! La domanda è: Quel giudice italiano, che ha condannato ai domiciliari quel pakistano, avrebbe usato lo stesso metro di misura con un italiano? Oppure, lo avrebbe incarcerato e buttato via la chiave??

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