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I figli possono rinunciare al mantenimento?

11 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 agosto 2017



Mia figlia 18enne vorrebbe rinunciare all’assegno di mantenimento (che le verso sin dalla separazione con la madre) in cambio di una somma di denaro. Sarebbe possibile? E se si, tale accordo potrebbe essere rimesso in discussione in caso di peggioramento delle sue condizioni economiche?

In generale è senz’altro possibile per il genitore sostituire l’assegno di mantenimento, versato dopo la separazione o il divorzio, con il trasferimento della proprietà di beni o di denaro. Ciò comporta una sostanziale rinuncia all’assegno da parte del beneficiario a fronte di un corrispettivo una tantum, ossia in un’unica soluzione. Pur tuttavia tale tipo di scelta non produce effetti identici per coniuge e figli.

Spieghiamoci meglio.

Mantenimento versato in soluzione unica: effetti su coniuge e figli

Nel caso in cui, in sede di divorzio, il coniuge economicamente più debole accetti, in luogo di un assegno mensile, un importo una tantum, a questi è preclusa  la possibilità di formulare una successiva istanza di revisione dell’assegno chiedendo, ad esempio, di tornare a ricevere un contributo periodico.

Al contrario, se l’importo è versato anche per i figli allora va fatta una distinzione.

A riguardo, la Suprema Corte, pur riferendosi all’ipotesi di figlio minore [1] ha affermato un principio che può senz’altro essere esteso al caso del figlio maggiorenne non autosufficiente, il quale, sotto il profilo dell’indipendenza economica, è ritenuto dalla legge parimenti meritevole di tutela.

Rinuncia al mantenimento: l’esempio dell’assegno una tantum

Nel caso di specie i giudici hanno accolto una domanda di modifica delle condizioni economiche del divorzio, avanzata da una ex moglie per conto della figlia, nonostante l’ex marito le avesse trasferito un bene immobile non solo a titolo di una tantum dell’assegno divorzile, ma anche per le esigenze future della minore.

I giudici infatti avevano ristabilito l’obbligo per il padre di versare un assegno periodico in favore della bambina, non ritenendo di dare valore alla tesi dell’uomo secondo cui nessuna circostanza sopravvenuta può avere l’effetto di modificare le condizioni della pronuncia di divorzio emessa sulla base di un accordo che intendeva «escludere qualsiasi ulteriore obbligo di contribuzione economica in favore della madre e della figlia».

L’assegno una tantum esclude richieste ulteriori?

Orbene, ha chiarito la Suprema Corte che, poiché col divorzio e il suddetto versamento una tantum, viene a cessare qualsiasi rapporto tra gli stessi coniugi, l’accordo tra questi ultimi per la corresponsione dell’assegno di divorzio in una unica soluzione esclude che il coniuge beneficiario possa vantare in futuro qualsiasi ulteriore diritto patrimoniale o meno, neanche in caso di peggioramento delle condizioni economiche del beneficiario o al sopravvenire di giustificati motivi cui è subordinata l’ammissibilità della istanza di modifica dell’assegno.

Che succede se l’accordo non soddisfa le esigenze del figlio?

Tuttavia, tale principio – sottolinea la Corte – non può essere esteso all’accordo che stabilisce l’una tantum per i figli minori. Il figlio infatti ha, rispetto all’ex coniuge, un interesse distinto e preminente a vedersi assicurato, sino a quando non raggiunga la propria autonomia economica, un contributo al suo mantenimento, da parte di entrambi i genitori.

Discorso questo che può senz’altro essere trasposto anche al caso di figlio maggiorenne ma non ancora autosufficiente.

Ciò comporta che il versamento di un assegno di divorzio in una unica soluzione e anche in vista delle esigenze di mantenimento del figlio, non esclude la possibilità di richiedere la modifica delle condizioni economiche del divorzio. Sicché, ove intervengano fatti successivi alla sentenza di divorzio, che dimostrino che l’accordo in una unica soluzione non soddisfa “concretamente” le esigenze del figlio, in tal caso il giudice dovrà comunque prevedere un obbligo del genitore al versamento di un contributo economico in favore del figlio non ancora economicamente autonomo.

Da quanto detto emerge che certamente i trasferimenti in sede di separazione e divorzio nei riguardi dei figli non autosufficienti non hanno effetto liberatorio.

Rinuncia al mantenimento: il caso del figlio autosufficiente

Venendo al caso specifico, tuttavia, è naturale che tale principio viene a stemperarsi nel caso di figlio maggiorenne, il quale – a differenza del minore – potrà senz’altro dichiarare la propria emancipazione (ovverossia il raggiungimento dell’ autonomia economica) a fronte della rinuncia all’assegno periodico e del ricevimento da parte del genitore di un importo in un’unica soluzione.

Ove ciò avvenga, gli sarebbe preclusa la possibilità di proporre una ulteriore domanda di revisione, atteso che la giurisprudenza è chiara riguardo al fatto che, una volta che il maggiorenne abbia raggiunto l’ autosufficienza economica, il suo diritto al mantenimento non rinasce qualora la stessa venga persa per qualsiasi ragione. Il figlio potrà semmai formulare, ove ne possegga gli specifici requisiti (stato di bisogno e impossibilità di provvedere a se stesso) domanda per ottenere gli alimenti (ossia quanto necessario a provvedere alle esigenze primarie di vita).

Rinuncia del figlio all’assegno: rileva l’autosufficienza economica

In conclusione, ritengo che nel caso in esame si possano formulare due distinte ipotesi:

  • o quella che la ragazza, al momento della rinuncia all’assegno, non sia economicamente autosufficiente: in tal caso l’ accettazione di un importo una tantum non potrebbe escludere la possibilità per quest’ultima di formulare una successiva richiesta di modifica dell’accordo in caso di peggioramento delle sue condizioni economiche;
  • oppure quella che la giovane, nell’ambito del medesimo accordo, si dichiari emancipata, riconoscendo quindi la propria autonomia economica: in tal caso la suddetta dichiarazione sarebbe, a mio avviso, preclusiva di qualsiasi ulteriore istanza di revisione.

 

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