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Turnisti: i permessi 104 si estendono a tutta la giornata?

16 Agosto 2017


Turnisti: i permessi 104 si estendono a tutta la giornata?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Agosto 2017



Sono titolare della 104 per mia madre. Lavoro in un’azienda privata come turnista. L’obbligo di accudire l’assistito si estende a tutte le 24 ore della giornata? Se lavoro dalle 6 alle 14, il resto posso dedicarlo ai fatti miei?

Preliminarmente è opportuno ricordare che il nostro ordinamento è ispirato a principi di assistenzialismo ed in tale ottica prevede una serie di misure a sostegno sia di coloro che versano in condizioni di bisogno sia dei cittadini che necessitano di prendersi cura dei propri familiari in adempimento dei doveri morali che gravano su ognuno di noi.

Più in particolare con la legge 5 febbraio 1992, n. 104, rubricata «Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate», il legislatore ha individuato le misure assistenziali da riconoscere ai cittadini bisognosi di aiuto ed ai loro familiari.

Le finalità perseguite dal legislatore sono le seguenti:

  • garantire il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata promuovendone la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società;
  • perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali ed assicurare i servizi e le prestazioni per la prevenzione, la cura e la riabilitazione delle minorazioni, nonché la tutela giuridica ed economica della persona handicappata;
  • predisporre interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale della persona handicappata.

È bene, inoltre, precisare cosa intende il legislatore per persona portatrice di handicap. Secondo la legge 104 è persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. I soggetti affetti da handicap hanno diritto a ricevere le prestazioni previste dalla legge citata in base alla natura ed alla consistenza della minorazione, alla capacità complessiva individuale residua ed all’efficacia delle terapie riabilitative. Qualora la minorazione (che può consistere in una sola patologia od in una molteplicità di problematiche) abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale, nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità. Al fine di provvedere alla cura ed al sostegno della persona affetta da handicap o da una patologia considerata grave il legislatore prevede una pluralità di misure volte a consentire al lavoratore dipendente di assentarsi dal posto di lavoro senza temere il rischio del licenziamento. Tra di esse la legge n. 104 del 1992 riconosce al lavoratore il diritto di usufruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, fruibile anche in maniera frazionata. Presupposto fondamentale per poter accedere al beneficio ora indicato è essere un lavoratore dipendente, pubblico o privato, e dover assistere un familiare affetto da handicap in condizione di gravità. I familiari che possono richiedere il permesso sono:

  • il coniuge della persona portatrice di handicap;
  • il parente o affine entro il secondo grado. Una recente modifica alla legge 104 ha ampliato il novero dei soggetti legittimati a fruire del permesso di tre giorni retribuiti estendendo siffatta possibilità anche ai parenti o agli affini entro il terzo grado purché i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Riassumendo, quindi, attualmente i soggetti legittimati a chiedere il permesso di tre giorni sono:

  • il coniuge della persona portatrice di handicap;
  • il parente o affine entro il secondo grado;
  • il parente o affine entro il terzo grado purché i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti.

Per “mancanza” di uno dei familiari indicati nell’elenco richiamato si intende qualunque situazione di assenza, naturale o giuridica, continuativa ed adeguatamente accertata dall’autorità giudiziaria o da altra pubblica autorità. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi di separazione personale dei coniugi o al caso di abbandono del familiare.

Fatta questa debita premessa e passando adesso al quesito posto e cioè se il lettore sia tenuto ad accudire sua madre soltanto per le ore corrispondenti all’orario di lavoro o per l’intera giornata in cui beneficia del permesso, è bene ricordare che la più recente giurisprudenza di legittimità adotta una posizione molto rigida sul punto. La Corte di Cassazione, infatti, riconosce la legittimità del licenziamento disciplinare nei confronti del lavoratore che abbia utilizzato anche solo una parte delle ore di permesso per soddisfare interessi meramente personali. E ciò perché un simile comportamento integra un abuso del diritto che viene considerato particolarmente odioso e grave in quanto si ripercuote sull’elemento fiduciario che connota il rapporto di lavoro ed è idoneo a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti [1]. In altre parole la Suprema Corte condanna non solo il comportamento del lavoratore che chiede un permesso ai sensi della 104 per soddisfare interessi esclusivamente personali (ad esempio per trascorrere un weekend lungo in vacanza), ma anche la condotta di chi utilizza anche solo poche ore del permesso per motivi diversi da quelli di natura assistenziale (ad esempio per andare a fare shopping oppure per trascorrere la serata con amici in un locale pubblico). E ciò vale anche se la maggior parte delle ore del permesso è stata dedicata all’assistenza della persona affetta dalla disabilità. Diverso è, invece, il ragionamento nel caso in cui il permesso venga utilizzato per perseguire una finalità mista cioè per soddisfare contemporaneamente sia l’interesse dell’assistito sia quello del lavoratore. Si pensi, ad esempio, al caso in cui il lavoratore esca per acquistare medicinali o per fare la spesa non solo per il proprio familiare ma anche per se stesso. In quest’ultimo caso, nonostante il silenzio legislativo, la ragionevolezza impone di considerare la condotta del lavoratore legittima poiché l’assistenza dell’invalido implica non solo il soccorso materiale e morale, ma anche il compimento di tutte quelle attività quotidiane necessarie alla sopravvivenza e ad una vita dignitosa del disabile. Di conseguenza, poiché il permesso è finalizzato all’assistenza del familiare disabile, si presume che l’assistenza non debba essere limitata soltanto alle ore di permesso ma debba essere di tipo continuativo non potendo distinguersi tra le ore corrispondenti all’orario di lavoro e la restante parte del giorno.

In conclusione il consiglio che si dà al lettore è di utilizzare il tempo del permesso richiesto con attenzione facendo in modo che i suoi allontanamenti dall’abitazione familiare siano finalizzati a soddisfare contemporaneamente sia l’interesse all’assistenza di sua madre sia eventuali suoi interessi personali.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Giovanna Pangallo

note

[1] Cass. sent. n. 8784 del 30.04.2015.


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