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Interdizione dai pubblici uffici e concorsi interni

2 settembre 2017


Interdizione dai pubblici uffici e concorsi interni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2017



Sono funzionario tecnico presso il Comune condannato con sentenza definitiva alla reclusione con pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici di anni uno, e sospensione condizionale della pena ai sensi dell’art. 165 c.p. A seguito di provvedimento disciplinare avviato per la suddetta condanna sono stato sospeso dal servizio per alcuni giorni. Chiedo chiarimenti sia per la mia candidatura che per la partecipazione alla selezione interna per incarico dirigenziale ex art. 110, comma 1, D.Lgs. 267/00, preclusa in caso di elettorato passivo, e/o eventuale posizione organizzativa.

Per rispondere al quesito è necessario prima esaminare l’istituto giuridico della sospensione condizionale della pena ed i suoi rapporti con la disciplina vigente in materia di elettorato attivo e passivo.

La sospensione condizionale della pena è il beneficio previsto dall’art. 163 c.p. in favore di coloro che, benché sottoposti ad una condanna alla reclusione o all’arresto, abbiano commesso un reato di minima gravità riportando, quindi, una condanna complessivamente non superiore a due anni, ovvero a pena pecuniaria che, sola o congiunta alla pena detentiva, sia equivalente ad una pena privativa della libertà personale per un tempo non superiore, nel complesso, a due anni.

L’art. 166 c.p., poi, aggiunge che il beneficio derivante dalla concessione della sospensione condizionale della pena si estende anche alle pene accessorie (e, quindi, ai casi di interdizione temporanea dai pubblici uffici).

Ciononostante, non si deve cadere nell’errore di credere che la mancata esecuzione della pena estingua il reato o non abbia conseguenze ulteriori.

Infatti, l’art. 163 c.p. citato aggiunge che la sospensione impedisce la concreta esecuzione della pena per un periodo di cinque anni se la condanna è per delitto e di due anni se la condanna è per contravvenzione.

Al termine del periodo di tempo indicato, qualora il soggetto interessato non abbia compiuto ulteriori delitti o contravvenzioni della stessa indole di quella del reato per cui è stato sottoposto a condanna, il reato si estinguerà ed il condannato potrà richiedere la riabilitazione al fine di eliminare gli effetti negativi derivanti dalla sentenza di condanna.

Tra gli effetti sicuramente sfavorevoli per il reo la cui condanna sia stata sospesa rientra la perdita del diritto all’elettorato passivo.

Al riguardo, infatti, il D.P.R. 20 marzo 1967, n. 223, all’art. 2 lett. e), stabilisce che non possono essere considerati elettori coloro che sono sottoposti all’interdizione temporanea dai pubblici uffici, per tutto il tempo della sua durata.

Inoltre, il comma 2 del medesimo articolo aggiunge che le sentenze penali producono la perdita del diritto elettorale solo quando sono passate in giudicato e che la sospensione condizionale della pena non ha effetto ai fini della privazione del diritto di elettorato.

Alle norme ricordate si affianca il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, rubricato “Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”.

Il D.L. appena richiamato, all’art. 10 lett. c), prevede espressamente che coloro che hanno riportato condanna definitiva per i delitti previsti dagli articoli 314, 316, 316-bis, 316-ter, 317, 318, 319, 319-ter, 319-quater, primo comma, 320, 321, 322, 322-bis, 323, 325, 326, 331, secondo comma, 334, 346-bis del codice penale non possono essere candidati alle elezioni provinciali, comunali e circoscrizionali e non possono comunque ricoprire le cariche di presidente della provincia, sindaco, assessore e consigliere provinciale e comunale, presidente e componente del consiglio circoscrizionale, presidente e componente del consiglio di amministrazione dei consorzi, presidente e componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni, consigliere di amministrazione e presidente delle aziende speciali e delle istituzioni di cui all’articolo 114 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, presidente e componente degli organi delle comunità montane.

Il decreto ora citato, inoltre, precisa al successivo art. 15 che l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità è rappresentata dalla sentenza di riabilitazione.

Sul punto è intervenuto anche il T.A.R. Lazio il quale ha dichiarato che “Non assumono rilievo, ai fini del venir meno della causa di incandidabilità, né il fatto che la condanna sia stata sottoposta a sospensione condizionale (che l’art. 166, comma 1 c.p. oggi estende anche alle pene accessorie), né l’avvenuta concessione dell’indulto di cui alla l. 31 luglio 2006 n. 241, poiché l’incandidabilità non è un aspetto del trattamento sanzionatorio penale del reato, ma si traduce nel difetto di un requisito soggettivo per l’elettorato passivo”.

Nella medesima sentenza il giudice romano aggiunge che “E’ irrilevante la sopravvenuta estinzione del reato, ove non sia intervenuta la sentenza di riabilitazione, ai sensi degli articoli 178 e seguenti del codice penale”.

Tanto premesso quanto alla disciplina vigente in materia di sospensione condizionale della pena e degli effetti che questo istituto giuridico produce in materia di elettorato attivo e passivo, è adesso possibile rispondere al quesito posto dal lettore.

Poiché questi ha subito una condanna ai sensi dell’art. 319 quater c.p. con la conseguente pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici, l’ufficio elettorale del Comune del lettore aveva l’obbligo di adottare la misura della cancellazione dalle liste elettorali come conseguenza automatica del passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

Alla luce della normativa vigente e citata in precedenza, il lettore potrà essere nuovamente inserito nei registri dell’ufficio elettorale soltanto dopo che sia decorso il termine previsto per l’estinzione del reato (che nel caso che lo  riguarda è di cinque anni da quando la sentenza è diventata definitiva) e dopo la pronuncia della sentenza che sancisce la sua riabilitazione.

Tuttavia nell’e-mail inviata dal lettore, questi precisa di voler presentare la propria candidatura ai fini di una “selezione interna per incarico dirigenziale”: ebbene, qualora l’incarico non rientri tra quelli sopra elencati, la scrivente professionista non esclude la possibilità di presentare la domanda di partecipazione.

Gli organi selettivi, nel caso di esito negativo, dovranno motivare specificamente le ragioni del diniego avverso le quali il lettore potrà tutelarsi giudizialmente qualora ne sussistano i presupposti.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Giovanna Pangallo


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