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L’avvocato può farsi pubblicità su internet?

12 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 agosto 2017



Avvocati e web: entro che limiti gli avvocati possono farsi pubblicità in rete?

Il problema della pubblicità on line costituisce il nodo centrale della modernizzazione dell’Avvocatura. Ieri come oggi è il c.d. “passaparola” a far da padrone e a decretare il successo (e spesso anche l’insuccesso) di un avvocato. Oggi, a differenza di ieri, però “il passaparola si fa su Internet“, che indicizza e, molte volte, decide le sorti di tanti avvocati (e tra questi, soprattutto, “le nuove leve”).

Ciò posto, spesso ci si domanda: l’avvocato può farsi pubblicità su internet? E se la risposta è sì, entro che limiti gli avvocati possono farsi pubblicità in rete?

Cominciamo col rispondere subito alla prima domanda: ad oggi e secondo la vigente normativa [1], gli avvocati possono (finalmente) farsi pubblicità su internet. La pubblicità dell’avvocato sul web, però, non è del tutto libera. Detto ciò, prima di analizzare entro che limiti gli avvocati possono farsi pubblicità in rete, facciamo un passo indietro.

Sino a non molto tempo fa l’avvocato che si “auto-sponsorizzava” non era visto di “buon occhio”. Pubblicizzare la propria attività significava – secondo alcuni – svenderla, mercificarla, svilirla. Si riteneva, forse con una punta di “snobismo“, che la professione forense fosse troppo “intellettualmente pregiata” per essere oggetto di propaganda popolare.

Si consideri, inoltre, che all’epoca non esistevano né gli smartphone, né i social network. La tecnologia non aveva ancora preso il sopravvento e la “carta bianca” andava per la maggiore. Gli avvocati, quindi, per “sponsorizzarsi” erano soliti predisporre delle lettere cartacee per poi diffonderle. Facile intuire che detta attività “propagandistica” era posta in essere soprattutto da chi non aveva alle spalle uno “studio a conduzione familiare” già avviato e doveva cercare in qualche modo di accaparrarsi dei clienti.

Tale modus operandi – tuttavia –  fu fortemente osteggiato dal Consiglio Nazionale Forense, il quale ebbe a dire addirittura che: «il ripudio di mezzi pubblicitari di ogni genere costituisce tradizione e vanto dell’Avvocatura italiana, che nel corso di decenni ha sempre confermato il rifiuto di forme di emulazione diverse  da una dignitosa gara di meriti dimostrati attraverso le opere e lo studio» [2].

Leggendo quanto sopra una cosa risulta chiara: di sicuro l’avvocato non era visto come “un soggetto imprenditorialmente evoluto”. Era dipinto, piuttosto, come una figura posta esclusivamente dietro ad una scrivania, piegato sulle sue sudate carte. Ricercare i clienti attraverso più o meno velate forme di auto-propaganda, quindi, era vietato, con il risultato che le chances di successo per un giovane avvocato erano direttamente proporzionali al numero di generazioni forensi che lo precedevano.

Per fortuna con il passare del tempo, il tradizionale atteggiamento di chiusura dimostrato dall’ordinamento professionale italiano si è andato via via smorzando e da una posizione restrittiva [3] che vietava recisamente qualsiasi forma di pubblicità dell’attività professionale si è passati al concetto di pubblicità informativa [4]. L’impostazione classica cominciava a mutare: se prima si parlava di divieto di qualsiasi forma di pubblicità, in seguito si cominciarono ad indicare tutta una serie di informazioni che l’avvocato poteva fornire circa l’esercizio della propria attività.

Tuttavia, nonostante fossero stati fatti numerosi passi in avanti, per alcuni la pubblicità dell’avvocato continuava ad essere considerata una indecorosa attività mercantile, tanto che nel 2012 [5] il Consiglio Nazionale Forense si rese autore di un clamoroso passo in dietro: si esclusero i prezzi dalle informazioni che il legale poteva liberamente fornire al pubblico: l’avvocato, in altri termini, poteva esplicitare in quali attività fosse specializzato, ma non poteva assolutamente pubblicizzarne i costi.

Tale tentativo di ritorno al passato non riuscì e l’atteggiamento di chiusura dimostrato dal Consiglio Nazionale Forense, fu sanzionato anche dall’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) [6].

Ed infatti, tutti sanno che l’economia è al centro di ogni valutazione. Per concorrere sul mercato è necessario promuoversi e per farlo è necessario parlare anche del “vile denaro”.

La natura restrittiva della posizione assunta dal CNF verso la pubblicità dell’avvocato si poneva, inoltre, in aperto contrasto con i principi comunitari della concorrenza e del libero mercato [7], di talché l’Antitrust multò pesantemente il CNF [8] e la condanna (benché pecuniariamente ridotta) fu poi confermata sia dal Tar [9] che dal Consiglio di Stato [10].

Dopo la sanzione, il Consiglio Nazionale Forense  – quasi costretto ad adeguarsi ai tempi che corrono – ha adottato la normativa attualmente vigente [11]. Alla luce di detta normativa, l’avvocato ad oggi ha piena facoltà di farsi pubblicità, non solo sul proprio sito web, ma anche “postando” i contenuti afferenti alla propria attività professionale su facebook, twitter o linkedin.

Entro che limiti gli avvocati possono farsi pubblicità in rete?

Detto ciò, è ora di parlare dei limiti entro i quali gli avvocati possono farsi pubblicità in rete.

Dare agli avvocati – personalità quasi sempre eccentriche e talvolta prive di scrupoli – la piena libertà di farsi pubblicità in rete, infatti, potrebbe anche  portare a risultati disastrosi: in Italia non siamo ancora giunti a manifestazioni simili a quella di un avvocato tedesco, che ha ben pensato di pubblicizzare il proprio studio con una clip horror (ove la moglie uccideva il marito con una sega elettrica) e la cui scritta finale recitava «con un avvocato matrimonialista non sarebbe mai successo». Ci è stato, però, chi, indicando tra i propri settori di attività quello degli incidenti mortali, si è proposto di assistere i propri clienti anticipando o rimborsando tutte le spese funerarie!

Ora, vero è che la libertà di espressione è tutto. Non si dimentichi però che vale sempre il limite determinato dal rispetto dei principi della dignità e del decoro della professione, quali pietre miliari dell’Avvocatura.

Ecco, pertanto, entro che limiti l’avvocato può farsi pubblicità on line:

  • è pubblicità vietata tutto quanto riguarda la persona dell’avvocato e l’utilizzazione di dati equivoci e maliziosi.
  • l’ostentazione dei propri meriti viola i principi di decoro e dignità della professione.
  • in ogni caso, l’informazione non deve assumere i connotati della pubblicità elogiativa.
  • è vietato all’avvocato offrire una prestazione personalizzata, rivolta a persone determinate per uno specifico affare.
  • in ogni caso, l’informazione non deve assumere i connotati della pubblicità comparativa (che coinvolga, di conseguenza, altri studi legali in senso dispregiativo).
  • la pubblicità dell’avvocato non può fare leva sui prezzi: un prezzo “troppo basso”, tale da non consentire neanche il recupero delle spese crea, infatti, un effetto distorsivo della concorrenza (c.d. effetto dumping).

note

[1] Cfr. art. 35 del Codice Deontologico Forensemodificato con Delibera del Consiglio Nazionale Forense approvata il 22 gennaio 2016 (Gazzetta Ufficiale n. 102 del 3 maggio 2016) in vigore dal 2 luglio 2016.

[2] Consiglio Nazionale Forense, sentenza n. 56 del 23 aprile 1991.

[3] L’art. 17 del Codice Deontologico Forense vigente nel 1997 vietava recisamente qualsiasi forma di pubblicità per l’avvocato.

[4] L’evoluzione della normativa italiana in tal senso cominciò nel 2002.

[5] L. n. 247 del 31 dicembre 2012.

[6] Il leading case che vide contrapposti Consiglio Nazionale Forense e l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è il noto Caso Amica Card.

[7] Art. 101 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

[8] Con il provvedimento n. 25154 del 22 ottobre 2014 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha statuito che la condotta del CNF è stata perpetrata in aperta violazione dell’art. 101 del TUF, «mirando ad inibire l’impiego di un nuovo canale di diffusione delle informazioni relative all’attività professionale, anche stigmatizzando l’offerta di servizi professionali incentrata sulla convenienza economica» ed in seguito a ciò ha ritenuto applicabile al CNF una sanzione amministrativa pecuniaria di € 912.536,40.

[9] Tar Lazio , sent. n. 8778 del 01.01.2015.

[10] CdS, sent n. 1164 depositata il 22.03.2016.

[11] Attualmente le norme che disciplinano la pubblicità dell’avvocato sono – principalmente – l’art. 17 e l’art. 35 del Codice Deontologico (cit.).

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