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Comodato: l’usucapione non è possibile

24 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 agosto 2017



Il contratto di comodato: caratteristiche. La cosa in comodato non può essere usucapita.

Il contratto di comodato è assai frequente: si pensi alla casa di proprietà dei genitori data “in uso” al proprio figlio o al terreno/orto adiacente un fabbricato. Ebbene, poiché tali rapporti giuridici, spesso e volentieri si protraggono nel tempo, ci si chiede se lo stato di detenzione della cosa in comodato possa consentire l’usucapione della stessa: la risposta è negativa.

Il contratto di comodato

Con il contratto di comodato, il proprietario di un immobile, ad esempio, consegna all’altra parte il bene, affinché questi lo utilizzi per i propri scopi e per un determinato uso, con l’obbligo di restituire l’immobile ricevuto [1]. Si tratta di un contratto di norma a titolo gratuito (di regola, il comodatario, cioè colui che riceve la cosa, non versa alcun corrispettivo al proprietario).

La restituzione del bene ricevuto avviene alla scadenza del termine contrattuale, ferma restando la possibilità per il proprietario di richiederne l’immediata riconsegna ove mai ci fosse un urgente bisogno di riaverla [2].

Tra gli obblighi che caratterizzano il contratto di comodato e che sono a carico della parte comodataria, si riscontrano:

  • l’obbligo di restituzione del bene alla scadenza del termine convenuto;
  • l’obbligo di custodire la cosa diligentemente, ma soprattutto di usarla secondo la natura della stessa e l’utilizzo concordato;
  • l’obbligo di non concedere l’utilizzo del bene in comodato a soggetto terzi, senza il consenso del proprietario (detto anche comodante).

Se il comodatario viola alcuni dei suddetti obblighi deve restituire la cosa ricevuta a richiesta del proprietario, ed è tenuto al risarcimento del danno a favore di quest’ultimo[3].

Il contratto di comodato non necessita della forma scritta per la sua validità. Pertanto, l’accordo tra il proprietario/comodante e l’utilizzatore/comodatario può essere anche di natura verbale. Tuttavia, è buona regola quella di formalizzare in un atto scritto il comodato pattuito, allo scopo di precisare puntualmente gli aspetti del contratto stesso.

È bene, inoltre, chiarire che il diritto di utilizzazione del comodatario non è di natura reale (come ad esempio potrebbe essere quello dell’usufruttuario) ma di natura semplicemente obbligatoria. Si tratta, quindi, di un diritto di natura personale (questa caratteristica è importante per escludere l’usucapibilità del bene oggetto del comodato).

Il comodatario non può usucapire il bene utilizzato

Il comodatario è tecnicamente definito come un semplice detentore della cosa ricevuta e non un possessore della stessa, così come potrebbe definirsi il proprietario o colui che vorrebbe usucapire il bene in esame.

In altre parole, il comodatario utilizza, ad esempio, il terreno ricevuto alla luce degli accordi presi e sulla base della disponibilità concessa dal proprietario, in tal modo pienamente riconoscendo il diritto di quest’ultimo e non avendo, quindi i presupposti per usucapire il bene utilizzato. A tal proposito, la Suprema Corte di Cassazione ha precisato che il rapporto con il bene del comodatario non può essere qualificato come idoneo ai fini dell’usucapione, poiché esso è derivato non da un atto volontario di apprensione, ma da un iniziale atto o fatto del proprietario-possessore [4].

Affinché, pertanto, il comodatario possa usucapire il bene è necessaria quella che, tecnicamente, viene definito come un interversione del possesso. In termini più poveri, l’utilizzatore deve assumere dei comportamenti in opposizione alla posizione ed al possesso del proprietario, ad esempio mutando la destinazione urbanistica dell’immobile ricevuto oppure semplicemente rifiutandosi formalmente di consegnarlo a richiesta del proprietario comodante. In mancanza della descritta interversione del possesso, il potere di fatto sulla cosa, resterà quello di una semplice detenzione ed il comodatario non potrà vantare diritti sul bene, a titolo di usucapione.

Tale conclusione è stata ribadita, sempre dalla Cassazione, secondo la quale ….la presunzione di possesso utile “ad usucapionem”, …… opera dunque se e in quanto non si tratti di rapporto obbligatorio e presuppone quindi la mancanza di prova che il potere di fatto sulla cosa sia esercitato inizialmente come detenzione, in conseguenza non di un atto volontario di apprensione, ma di un atto o un fatto del proprietario possessore. In tal caso l’attività del soggetto che dispone della cosa non corrisponde all’esercizio di un diritto reale, occorrendo per la trasformazione della detenzione in possesso utile “ad usucapionem” il mutamento del titolo ex art. 1141 [6], secondo comma, c.c., che deve essere provato con il compimento di idonee attività materiali in opposizione al proprietario….

note

[1] Art. 1803 cod. civ.

[2] Art. 1809 cod. civ.

[3] Art. 1804 cod. civ.

[4] Cass. civ. sent. n. 5551/2005.

[5] Cass. civ. sent. n. 21690/2014 – 7271/2003.

[6] Art. 1141 cod. civ.

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