HOME Articoli

Lo sai che? I diritti degli animali

Lo sai che? Pubblicato il 8 agosto 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 8 agosto 2017

Come tenere un animale in casa: cosa dice la legge su disturbi in condominio, cani al parco, castrazione, sterilizzazione, abbandono, maltrattamento, vacanze.

Dire che un animale domestico non è un giocattolo può sembrare una banalità. Ma per alcuni esseri umani, tenere in casa un gatto, un cane, un coniglio, talvolta un animale esotico, può essere una moda o un rimedio alla solitudine che si porta tra le quattro mura di casa o in giardino senza badare alle conseguenze.

Tenere un animale in casa comporta impegno per curarlo ma anche rispetto per il vicinato, che non è tenuto a sopportare odori, rumori, cani che abbaiano di notte, gatti che sconfinano nel giardino altrui, galline che quando fanno le uova sembra che stiano cantando la Tosca. Esistono i diritti degli animali come esistono i diritti dei vicini. Come far convivere entrambi?

Ma il tema dei diritti degli animali è molto più ampio e riguarda proprio loro, gli amici a quattro zampe (o a due, se si tiene un pappagallo). Quando possono correre e giocare in un parco frequentato da bambini o da altre persone? Che cosa si rischia quando li si maltratta o li si abbandona perché stanchi di loro o perché diventati scomodi? Quando è il caso di provvedere alla castrazione o alla sterilizzazione? Quando e dove possono andare in vacanza all’estero con il loro padrone?

In questa guida daremo risposte a queste e ad altre domande sui diritti degli animali, a cominciare, proprio, dalla legge che li tutela.

I diritti degli animali nella legge italiana

La sensibilità verso gli animali domestici è via via aumentata nel tempo e, così, anche il legislatore e la giurisprudenza accompagnano questa tendenza.

Un esempio, l’introduzione nel nostro ordinamento del divieto di pignoramento degli animali da compagnia, oltre a quelli che hanno una funzione terapeutica o di assistenza.

Ma quali sono (ufficialmente) gli animali di compagnia? Secondo il Regolamento comunitario in materia [1] sono:

  • cani
  • gatti
  • furetti
  • invertebrati (escluse le api ed i crostacei)
  • pesci tropicali decorativi
  • anfibi e rettili
  • uccelli (esclusi i volatili previsti dalle direttive europee)
  • roditori e conigli domestici

Sul fronte della tutela degli animali, invece, è stata la Cassazione [2] a sancire che il maltrattamento non deve essere considerato solo da punto di vista fisico ma anche psichico, dato che la legge ritiene gli animali «esseri viventi capaci di percepire con dolore comportamenti non ispirati a simpatia, compassione ed umanità» [3]. La pena per chi, per crudeltà o senza necessità, provoca una lesione ad un animale o lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a lavori insopportabili è la reclusione da tre a 18 mesi o la multa da 5.000 a 30.000 euro. Pena che incombe anche sulla testa di chi somministra a quelle povere bestie delle sostanze stupefacenti o vietate e che raddoppia se da uno di questi comportamenti deriva la morte dell’animale.

Di leggi sui diritti degli animali in Italia non mancano. Ecco le più importanti.

Legge in materia di tutela degli animali d’affezione e lotta al randagismo

E’ la prima normativa al mondo (e siamo nel 1991) che riconosce il diritto alla vita e alla tutela dei randagi [4]. Possono essere soppressi soltanto se hanno gravi malattie o per comprovata pericolosità. Il principio generale di questa legge è quello di promuovere la tutela degli animali d’affezione, di vietare la crudeltà verso di loro ed il loro abbandono e di favorire la convivenza tra uomo e animali, tutelando, comunque, l’ambiente e la salute pubblica;

Accordo tra Ministero della Salute, le Regioni e le Province autonome

Gli enti sovracomunali hanno competenza per agire nel loro territorio, ma rispettando i princìpi di questa intesa che, per la prima volta, definisce l’animale domestico «quello tenuto, o destinato ad essere tenuto, dall’uomo, per compagnia o affezione senza fini produttivi o alimentari, compresi quelli che svolgono attività utili all’uomo, come il cane per disabili, gli animali da terapia, da riabilitazione, e impiegati nella pubblicità» [5].

Vengono fissati, inoltre, alcuni diritti degli animali, ovvero i doveri di chi se li prende in cura, e cioè:

  • rifornirlo di cibo e di acqua in quantità sufficiente e con tempistica adeguata;
  • assicurargli le necessarie cure sanitarie ed un adeguato livello di benessere fisico e etologico;
  • consentirgli un’adeguata possibilità di esercizio fisico;
  • prendere ogni possibile precauzione per impedirne la fuga;
  • garantire la tutela di terzi da aggressioni;
  • assicurare la regolare pulizia degli spazi di dimora degli animali.

L’accordo, inoltre, ha imposto l’obbligo, dal 1° gennaio 2005, del microchip come sistema di identificazione dei cani al posto del vecchio tatuaggio.

Legge sul maltrattamento degli animali e combattimenti clandestini

Questa legge [6] ha introdotto nuove fattispecie di reato [7], tra cui il divieto di produrre e commercializzare pelli e pellicce di cane e gatto e disposizioni che riguardano l’uccisione o il maltrattamento di animali, gli spettacoli o le manifestazioni vietate, il divieto di combattimento tra animali e la confisca.

Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia

L’Italia [8] ha ratificato nel 2010 [9] la Convenzione approvata dall’Ue a Strasburgo che riguarda il traffico illecito e l’introduzione illecita di animali da compagnia.

La legge vieta esplicitamente di causare inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale di compagnia e punisce il suo abbandono. Ribadisce i diritti degli animali ad essere curati e mantenuti ma sancisce che, se il cane o il gatto non si adattano ala cattività, non deve essere tenuto come animale di compagnia. Insomma, sarebbe una sorta di «sequestro di animale», giusto per alleggerire il concetto.

Viene fissato, inoltre, a 16 anni il limite minimo di età per adottare una mascotte a quattro zampe e impone il divieto di intervenire chirurgicamente sull’animale se non per curarlo o sterilizzarlo. Sembra obsoleto dirlo, ma quello che non si può fare è:

  • tagliarli la coda o le orecchie (il lifting teniamocelo per noi umani, per cortesia);
  • recidergli le corde vocali (non lo facciamo con certi cantanti, perché farlo con loro?);
  • asportargli unghie o denti.

Infine, la legge specifica la procedura per l’eutanasia dell’animale domestico. Che non può avvenire per annegamento, asfissia, avvelenamento ed elettrocuzione se non sono preceduti da anestesia profonda. Ma anche in questo caso, una punturina è più che sufficiente, oltre che più dignitosa che far affogare un cane o far morire un gatto attaccandogli addosso la corrente. Altro che dolce morte.

I diritti degli animali in condominio

E’ nel condominio dove nascono, a volte, le discussioni più banali (l’odore di fritto, il bucato bagnato steso che gocciola su quello quasi asciutto della vicina di sotto, il rumore che fa il giovanotto quando rientra tardi la sera). Figuriamoci quando c’è di mezzo un cane che abbaia o un gatto che va i versi.

A fare ordine sui diritti degli animali in condominio ci pensa una legge del 2012 [10] che introduce due concetti importanti. Il primo, la modifica all’articolo 1138 del codice civile con cui si stabilisce che un regolamento condominiale non può vietare di possedere o detenere animali domestici. Il secondo, l’abbiamo appena detto: il concetto di «animali domestici» e non più «animali da compagnia». In questo modo, si amplia il parterre di animali che si possono tenere in casa, oltre al cane o al gatto.

Abbiamo già accennato in precedenza che i diritti degli animali equivalgono ai doveri dei loro proprietari. Sono questi ultimi, infatti, a rispondere del comportamento del loro cane, gatto o furetto che sia. E quando si ha un animale in casa, specialmente in un condominio, i problemi di convivenza con i vicini non mancano.

La puzza di animale: cosa può succedere?

Se Fido o Micio sono abituati a farla nella ciotolina sistemata sul balcone o nel piccolo giardino condominiale, è facile che, prima o poi, il cattivo odore diventi insopportabile. Il diritto dell’animale è quello di farla dove gli dicono di farla, ma il dovere del proprietario è quello di pulirla dopo che l’animale l’ha fatta. Altrimenti, se il vicino decide di denunciare la situazione, il padrone del cane o del gatto (o del coniglio nano) dovrà rispondere del reato di «getto pericoloso di cose» [11], punito con l’arresto fino a un mese o l’ammenda fino a 206 euro. Non basta difendersi dicendo che la cacca è stata fatta nel proprio balcone e che, quindi, non ha sporcato la proprietà altrui: basta che l’odore penetri dalla finestra del vicino (magari all’ora di pranzo) superando la cosiddetta soglia di normale tollerabilità [12] (leggi «Puzza di animali: cosa fare?»).

Si può arrivare a chiedere l’allontanamento dell’animale dal condominio in caso di odori sgradevoli [13] se il vicino che non ne può più del voltastomaco presenta una richiesta al Giudice di Pace. Sarà lui a chiedere una perizia tecnica e, se possibile, a prendere i dovuti provvedimenti per risolvere il problema. Ma raramente l’animale verrà allontanato.

Il cane che abbaia

Can che abbaia non morde ma dà parecchio fastidio, soprattutto di notte ed in un condominio. Tra i diritti dei cani c’è quello di esprimersi come meglio sa, ma il diritto del vicino è quello di poter riposare e il dovere del proprietario del cane è quello di farlo tacere (di far tacere il cane, non il vicino).

Ecco perché la Cassazione [14] ha recentemente deciso che il reato di disturbo della quiete pubblica esiste eccome quando un cane abbaia insistentemente, purché il fastidio sia avvertito da tutto il condominio o al circondario. Insomma, se a lamentarsi è solo il vicino di pianerottolo o gli anziani del piano di sopra, questi potranno soltanto chiedere al giudice civile un risarcimento del danno. Ma il reato penale scatta solo quando c’è una lamentela generale di tutti i condòmini o dei vicini delle case adiacenti. A quel punto si può parlare di disturbo del riposo e delle attività delle persone [15], punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309 euro.

Il diritto dell’animale a non essere minacciato

La tipica scena: quando il vicino non ne può più dell’animale domestico del dirimpettaio, cosa fa? Gli offre un’appetitosa polpetta avvelenata. Guai a lui se lo fa, però: la legge vieta di maltrattare o uccidere un animale anche se reca fastidio dalla mattina alla sera. Il padrone dell’animale, se se ne accorge, può presentare denuncia alle Forze dell’ordine. Il malintenzionato rischia fino a due anni di reclusione.

I doveri dei padroni

Come evitare, dunque, che i diritti degli animali si trasformino nell’incubo dei vicini? Basta che i padroni di cani e gatti rispettino i loro doveri, e cioè:

  • non lasciare liberi gli animali nelle aree comunisenza le dovute cautele. Se si tratta di un cane, deve essere sempre tenuto al guinzaglio e, se aggressivo, indossare la museruola;
  • garantire che gli animali non compromettano la quiete e l’igiene degli altri condòmini;
  • non abbandonare gli animali per lungo tempoin casa o sul balcone (si rischia l’omessa custodia [16], punita con la sanzione amministrativa da 25 a 258 euro).

Il diritto degli animali a correre nel parco

Gli animali di compagnia hanno diritto a correre, passeggiare e giocare in un parco pubblico, purché non siano in corso delle emergenze sanitarie o di igiene pubblica a livello esclusivamente locale.

Tuttavia, la giurisprudenza (quasi una decina i tribunali amministrativi regionali che si sono pronunciati in questo senso) ha stabilito che il divieto di accesso dei cani nei parchi pubblici, anche accompagnati dai loro padroni, è illegittimo.

Secondo i giudici, un’ordinanza comunale che vieti nel modo più assoluto l’ingresso dei cani in un parco risulta essere «eccessivamente limitativa della libertà di circolazione delle persone ed è comunque posta in violazione dei princìpi di adeguatezza e proporzionalità» [17]. Quello che, invece, i proprietari dei cani sono tenuti a fare per poter andare al parco con il proprio animale è tenere l’amico a quattro zampe al guinzaglio e portare in tasca la museruola, da utilizzare in caso di necessità [18].

Ad ogni modo, il Comune può vietare di avvicinare i cani alle aree attrezzate per i bambini o decidere di multare chi non raccoglie gli escrementi lasciati dal cane nei giardini pubblici.

La castrazione e la sterilizzazione degli animali

Capitolo particolarmente «doloroso»: quello della castrazione degli animali. Viene praticata in ambito veterinario e zootecnico, con obiettivi diversi.

Nel caso di cani e gatti, le Asl si occupano della castrazione di questi animali per contenere il randagismo e la riproduzione, nel rispetto della legge sulla tutela degli animali domestici.

In altri casi, invece, come negli allevamenti, viene praticata per ottenere della carne più tenera da mettere in vendita nelle macellerie (pensiamo, ad esempio al cappone, che non a caso si chiama così) oppure per modificare le caratteristiche caratteriali dell’animale (è il caso, ad esempio, del bue: dicono sia mansueto, ma solo «dopo»). O, ancora, per servire i testicoli dell’animale a tavola (chi non ha sentito parlare delle famose «palle di toro»?).

Ma perché castrare un animale di compagnia? Questo intervento lo si fa, soprattutto sui gatti. L’odore della loro urina, quando raggiungono la maturità, diventa particolarmente fastidioso, in quando la minzione contiene delle sostanze dall’odore penetrante, utile ai gatti per «segnare il territorio». Il problema è che l’urina va sul divano, sul mobile o sulla tenda e non tutti i proprietari ne sono felici. L’unico modo per evitarlo è quello di procedere alla castrazione, un intervento che – secondo gli esperti – non comporta danni alla salute fisica o psichica dell’animale. Ma che, naturalmente, priva il gatto degli ormoni che aumentano il suo desiderio sessuale, evitando, in questo modo, il suo senso di frustrazione per non potersi accoppiare.

Dove fare la castrazione? Da un veterinario. Sarà lui a valutare quando è il momento di farla e quanto farà spendere per l’intervento.

La castrazione degli animali di compagnia è prevista dalla normativa vigente dettata dal Ministero della Salute per il controllo delle nascite. Il Governo ha delegato a Regioni e Province di dare priorità a questi piani destinando una quota non inferiore al 60% delle risorse stanziate per la lotta al randagismo.

A tale fine, accanto alla castrazione, viene praticata la sterilizzazione, vivamente raccomandata dal Ministero su cani e gatti.

La sterilizzazione è un intervento chirurgico di routine, che viene effettuato in anestesia generale e con piccoli accorgimenti per il controllo del dolore. L’animale ha un totale recupero in breve tempo.

Mentre la sterilizzazione dei maschi viene fatta attraverso la castrazione, quella delle femmine viene praticata attraverso:

  • l’ovarioisterectomia, cioè l’asportazione chirurgica delle ovaie e dell’utero;
  • l’ovariectomia: asportazione chirurgica solo delle ovaie.

La sterilizzazione viene consigliata non solo per il controllo delle nascite ma anche per prevenire dei tumori o altre malattie dell’apparato genitale degli animali.

L’abbandono degli animali

E’ il capitolo più triste: quando il padrone abbandona il proprio animale perché stanco di lui o perché diventato troppo impegnativo. Il codice penale, però, punisce questo gesto vigliacco [19] con l’arresto fino ad un anno o l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La stessa pena viene applicata quando un animale viene tenuto in stato di cattività ma in condizioni che contrastano con la sua natura, generando sofferenza.

Questo reato comune è di competenza del Tribunale monocratico e perseguibile d’ufficio.

La Corte di Cassazione si è pronunciata più volte in materia. Tra le ultime sentenze, quella secondo cui «costituiscono maltrattamenti, idonei ad integrare il reato di abbandono di animali, non soltanto i comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione» [20].

Il diritto degli animali all’espatrio

Tra i diritti degli animali c’è anche quello di farsi una bella vacanza con il suo padrone? Certamente. Ma dipende dove. Perché le leggi dei vari Stati vietano l’ingresso di alcune specie e di razze di cani nel proprio territorio.

Su cani e gatti, ad esempio, esiste un Regolamento comunitario che impone l’obbligo di fare una sorta di «passaporto» per animali in cui venga indicata la razza. Ma – per quanto riguarda Fido – è necessaria anche la vaccinazione antirabbica in validità e l’identificazione dell’animale tramite microchip.

Per sapere quali sono i cani che possono accompagnare in vacanza i loro padroni, leggete qui.

Si può avere un animale selvatico in casa?

La normativa vieta la detenzione in cattività di mammiferi e rettili selvatici o provenienti da riproduzioni che, in particolari condizioni ambientali e/o comportamentali, possano arrecare effetti mortali o invalidanti per l’uomo, o che, se non sottoposti a controlli sanitari o a trattamenti di prevenzione, possano trasmettere malattie infettive all’uomo.

L’elenco degli animali pericolosi è contenuto nell’allegato al decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 aprile 1996 e comprende circa 10 ordini e 54 famiglie della classe dei mammiferi. Ad esempio vi rientrano il pitone reticolato, l’anaconda, il cobra, la mamba, il serpente corallo, la vipera ed serpente a sonagli.

Chi non rispetta questo divieto rischia l’arresto da 3 mesi a 1 anno o l’ammenda da 7.747 a 103.291 euro. Vi è la possibilità di ottenere autorizzazione prefettizia alla detenzione di questi animali, purché in possesso di idonee strutture di custodia.

In Italia, l’acquisto di un animale esotico deve essere sempre accompagnato da documenti particolari di «identità» che permettano di dimostrare l’origine legale.

La detenzione di animali esotici è poi soggetta ad autorizzazione da parte del Comune. I possessori di animali esotici sono tenuti a inoltrare la domanda di autorizzazione alla detenzione al sindaco tramite il Servizio veterinario dell’Asl competente per territorio, corredata dai documenti atti a consentire l’esatta identificazione degli animali e dimostrarne la legittima provenienza (ad esempio denuncia di nascita in cattività) e, per le specie per le quali è prevista, copia autentica della denuncia di possesso al Servizio Certificazioni Cites.

note

[1] Regolamento CE n. 998/2003.

[2] Cass. pen. sent. n. 46291/2003.

[3] Art. 544-ter cod. pen.

[4] Legge n. 281/1991.

[5] Accordo del 6 febbraio 2003.

[6] Legge n. 189/2004.

[7] Art. 544 cod. pen.

[8] Convenzione Ue del 14 agosto 1991.

[9] Legge n. 201/2010.

[10] Legge n. 220/2012.

[11] Art. 674 cod. pen.

[12] Cass. sent. n. 35566/2017.

[13] Art. 844 cod. civ.

[14] Cass. sent. n. 5613/2017.

[15] Art. 659 cod. pen.

[16] Art. 672 cod. pen.

[17] Tar Lazio, sent. n. 5836/2016.

[18] Min. Salute, ordinanza del 6 agosto 2013.

[19] Art. 727 cod. pen.

[20] Cass. sent. n. 46560/2015.

Autore immagine: 123rf.com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI