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Licenziamento: è valido se l’azienda non sta per chiudere?

8 agosto 2017


Licenziamento: è valido se l’azienda non sta per chiudere?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 agosto 2017



Valido il licenziamento al solo scopo di aumentare il profitto dell’azienda, ma è il giudice a dover valutare se la motivazione è reale.

Come licenziare un dipendente? Se non è per un motivo disciplinare, legato cioè a un illecito da questi compiuto, non può che attenere a ragioni relative all’organizzazione o alla produzione aziendale. Il che ricorre sicuramente quando l’impresa sta per chiudere i battenti, decide di cedere un ramo o intende trasferirsi altrove e i dipendenti non sono disponibili a cambiare sede di lavoro. Di recente però la Cassazione ha aperto le porte anche al licenziamento per aumentare i profitti, ossia quello giustificato da una maggiore redditività della distribuzione delle risorse lavorative. Visto che l’efficienza è – e deve essere – l’obiettivo primario dell’imprenditore (ne è della sua stessa sopravvivenza alla luce del mercato altamente competitivo che l’Europa impone), il datore deve essere anche libero di “tagliare i rami secchi” laddove le mutate condizioni della tecnica o del mercato lo impongano. Non è solo il caso di un licenziamento determinato dall’automatizzazione delle mansioni prima assegnate alla persona fisica (si pensi alla sostituzione del lavoratore con i robot), ma è anche l’ipotesi in cui l’iniziale scelta dell’assunzione si riveli, successivamente, non proficua. Insomma è valido il licenziamento se l’azienda non sta per chiudere?

Con una recente sentenza [1] la Cassazione, pur ribadendo che il licenziamento è giustificato anche quando è volto a una maggiore redditività dell’impresa, ricorda che il giudice è tenuto a verificare se davvero vi è un collegamento tra licenziamento ed efficienza gestionale; il tutto però senza interferire sull’insindacabile autonomia dell’imprenditore. Insomma, ampia facoltà di scelta a chi assume e licenzia, purché dietro le sue scelte non si nascondano motivi discriminatori o differenti da quelli dichiarati. Sembra quindi capovolta la tradizionale concezione che autorizzava il licenziamento nelle sole ipotesi previste dalla legge: oggi invece, è il contrario: il licenziamento è valido purché non rientri nei divieti. Per comprendere come stanno le cose facciamo un esempio.

Immaginiamo un datore di lavoro che, venuta meno una specifica commessa da parte di un importante cliente “fisso”, decide di sopprimere un intero reparto allo scopo di mantenere inalterato il profitto aziendale. Uno dei lavoratori contesta il licenziamento dimostrando che l’azienda non sta per chiudere e che, anzi, gode di ottima salute. Il datore però difende la propria scelta, motivata dalla necessità di aumentare l’efficienza gestionale e la redditività dell’impresa, pur ammettendo l’assenza di una situazione di crisi. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, non si può mettere in discussione la scelta dell’imprenditore: è infatti legittimo il licenziamento per ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento della stessa. Tali nozioni, prosegue la sentenza, includono anche le finalità di ottenere una migliore efficienza gestionale o produttiva e quelle dirette ad accrescere la redditività di impresa.

Se sussiste una di queste motivazioni, precisano i giudici di legittimità, la validità del licenziamento è condizionata solo all’effettiva esistenza del progetto di riorganizzazione che il datore di lavoro dichiara di aver adottato, e alla prova che vi è davvero necessità della soppressione del posto di lavoro del dipendente licenziato per attuare questo progetto.

Tale orientamento, per quanto consolidato [2], conosce anche precedenti di segno diverso [3] e più favorevole al lavoratore secondo cui il riassetto organizzativo finalizzato a una più economica gestione dell’impresa consente di licenziare un dipendente solo se risponde non solo all’esigenza di ottenere un incremento del profitto, ma serve anche a fronteggiare situazioni sfavorevoli che impongono una «effettiva necessità di riduzione dei costi».

note

[1] Cass. sent. n. 19655/17.

[2] Cass. sent. n. 25197/2013, 7474/2012 e 15157/2011.

[3] Cass. sent. n. 14871/2017 e n. 21282/2006.

Autore immagine: Pixabay.com

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