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Enti ecclesiastici e onlus

Pubblicato il 19 agosto 2017

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> Pubblicato il 19 agosto 2017

Gli enti ecclesiastici come onlus parziali: le incertezze di tale qualificazione.

Gli enti ecclesiastici delle confessioni religiose con cui lo Stato italiano ha concluso un accordo, nel caso della Santa sede facciamo riferimento ai Patti Lateranensi degli anni ‘20 riformati poi alle fine degli anni ‘80, possono esercitare l’opzione di qualificare una parte delle loro attività come quelle di una onlus in particolare di quelle definite come parziali.

La Legge sulle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale ha creato tre tipi di enti, distinzione rilevante ai soli fini tributari, le onlus ordinarie, quelle di diritto e quella parziali. Le prime sono quelle che ottemperano ai prerequisiti strutturali per ottenere la qualificazione tributaria. In particolare queste devono essere degli enti senza scopo di lucro gestiti in modo democratico. La seconde, quelle di diritto, sono delle associazioni come le ong o le associazioni di promozione sociale che per legge possono godere del titolo di onlus e del loro specifico regime fiscale. Infine ci sono le onlus parziali, una categoria composta da quegli enti ecclesiastici delle religioni con cui lo Stato abbia concluso accordo.

Per il Decreto 460/1997, la prima caratteristica dell’ente è quella di dover essere ecclesiastico ossia esso deve nascere in forza di un diritto che non sia quello proprio dello Stato italiano bensì un diritto religioso come, per esempio, il diritto canonico che al suo interno disciplina le modalità ed i requisiti di creazione degli enti ecclesiastici. La qualifica di ecclesiastico non è da sola sufficiente alla qualificazione di alcune attività dell’ente come onlus parziale, ad essere si deve aggiungere un accordo o intesa stipulata tra la religione e lo Stato italiano. L’ente ecclesiastico di una religione tra quelle con cui lo Stato italiano ha firmato un’intesa è esentato dal rispetto degli altri requisiti individuati dall’articolo 10 del Decreto 460/1997 come la necessaria organizzazione democratica ed il perseguimento esclusivo di obiettivi di finalità sociale.

Le attività che possono essere svolte sono limitate e suddivise in due categorie quelle in cui il fine solidaristico risulta provato ed quello in cui il fine solidaristico deve essere, invece, accertato caso per caso. Le prime sono le attività di assistenza sociale e socio-sanitaria, beneficenza, tutela promozione e valorizzazione delle cose di interesse storico artistico, tutela e valorizzazione delle natura e dell’ambiente, ricerca scientifica di particolare interesse sociale, cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale. Le altre quelle in cui il requisito solidaristico deve essere provato caso per caso sono quelle attinenti l’assistenza sanitaria, l’istruzione, la formazione, lo sport dilettantistico, promozione della cultura e dell’arte, tutela dei diritti civili. Queste distinzioni non risolvono i dubbi sul cosa una onlus possa fare o non fare, anzi, in alcuni casi le definizioni proposte rimandando una maggiore specificazione del loro contenuto alle circolari interpretative dell’Agenzia delle entrate ha molto spesso aumento l’indeterminatezza di certe previsioni.

Nel caso degli enti ecclesiastici onlus parziali hanno assunto una certa importanza la definizione di attività di beneficenza e l’individuazione di quegli elementi posta a distinzione tra le attività di religione e culto e quelle di utilità sociale. La questione è di vitale importanze poiché solo attraverso un’attenta definizione delle due fattispecie si possono distinguere i casi di elusione della normativa fiscali da quei casi in cui la disciplina agevolata è correttamente applicata. L’Agenzia delle entrate ha accettato che si potesse parlare di beneficenza sia nel caso in cui questa fosse effettuate direttamente a favore di persone in difficolta sia nel caso, forse più comune, di beneficenza indiretta ossia quelle situazioni in cui l’ente ecclesiastico finanzia, a seguito della presentazione di un progetto, un’associazione o un altro ente, senza finalità di lucro, che si fa carico di spendere il finanziamento realizzando il progetto per cui è stato ottenuto il finanziamento.

Nella circolare dell’Agenzia delle entrate 12/E del 09 aprile 2009, interpellata sulla definizione da dare all’attività di beneficenza, si afferma che oltre all’attività consistente direttamente nella concessione di erogazioni gratuite di somme di denaro o in natura a favore degli indigenti, anche l’attività di erogazioni gratuite di somme di denaro provenienti dalla gestione patrimoniale della onlus o da campagna di raccolta di donazioni, a favore di enti che abbiano i seguenti requisiti ossia siano senza scopo di lucro, devono operare prevalentemente e direttamente nei settori di attività previsti dal medesimo articolo 10 comma 1 lettera a. La prima caratteristica implica che l’Ente abbia il divieto di distribuzione, anche indiretta, di eventuali utili o avanzi di gestione nonché di fondi o riserve. I fondi donati dalla onlus a titolo di beneficenza indiretta non possono essere a loro volta donati ad altro enti da quello che li ha ricevuti. L’Agenzia delle entrate rinviene un obbligo a carico dell’ente ricevente i fondi dalla onlus consistente nel dovere spendere i soldi per le attività di beneficenza prospettate alla onlus.

Posto che molte attività indicate dall’articolo 10 del decreto 460/1997 possono avere un duplice obiettivo di utilità sociale o di religione e culto e che i benefici fiscali delle onlus sono utilizzabile solo per le attività che hanno la finalità di utilità sociale, si è resa necessaria una distinzione tra questi due settori che negli enti ecclesiastici molto spesso si possono sovrapporre. In tal senso, il criterio a discrimine è da rinvenire nella situazione di disagio oggettivo in cui il beneficiario della prestazione erogata dalla onlus si trova. Il soggetto che riceve un supporto, un contributo o un agevolazione deve trovarsi in una situazione di oggettiva difficoltà che può anche non essere circoscritta alla difficoltà economica ma può ricomprendere anche altri tipi di difficoltà come per esempio quelle attinenti alla salute, alla dipendenza da sostanze o anche altri disagi attinenti la sfera della socialità umana.

In questi casi il legislatore riconosce all’attività della onlus parziale l’utilità sociale delle proprie azioni e quindi può legittimamente utilizzare il regime fiscale agevolato. È quindi chiaro che per le attività di religione o culto, per esempio l’organizzazione di viaggi presso luoghi di culto o la gestione di strutture per l’erogazione di servizi di assistenza, possono essere legittimamente utilizzati i fondi raccolti attraverso la qualifica onlus se queste attività o servizi sono organizzate ed erogate a favore di persone in un qualsiasi stato di disagio. In ultimo, è lo stato in cui si trova il beneficiario del contributo o del servizio a determinare la legittima utilizzazione dell’etichetta onlus.

Claudio Cimarossa


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