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Finanza islamica in Italia: problemi e prospettive

19 Agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Agosto 2017



Particolari sitemi di governance degli istituti finanziari: la governance nelle banche islamche.

La finanzia islamica, nata con le crisi del petrolio degli anni ‘70, è oggi guardata con molto interesse dalle economie occidentali che vedono in questo mercato finanziario sia il modo attraverso cui attrarre i redditi dei molti immigrati di religione musulmana che alla partecipazione al mercato finanziario/bancario occidentale preferiscono osservare i dogmi della propria religione, sia per i tassi di crescita positivi avuti da questo mercato negli ultimi anni.

In Europa gli esprimenti di Islamic Banking non sono ancora molti ma Paesi come la Germania ed il Regno Unito sono all’avanguardia nella diffusione di questo tipo di finanza. In questi Paesi non vi sono dubbi sulla possibilità di definire quella islamica come attività di credito disciplinata dalla legge, permettendo quindi ad un eventuale istituto Islamic Finance di richiedere ed ottenere le autorizzazione dal Ba.Fin, l’autorità di controllo tedesca. La situazione in Italia è differente perché l’articolo 14 del Tub non sembra, diversamente dalla legge tedesca, lasciare molto spazio alle attività diversa dall’attività bancaria tradizionale. Uno dei punti nevralgici rimane la necessità di adattare l’organizzazione della banca islamica alle regole imposte dal mercato finanziario occidentale.

Le banche islamiche hanno assunto nel tempo diversi sistemi di organizzazione ed oggi abbiamo diverse forme in cui questo tipo di attività bancaria può organizzarsi. L’organizzazione delle banche islamiche può, ad oggi, essere suddivisa in due gruppi, il primo composto dalle banche per il grande pubblico le cui attività sono principalmente di raccolta e di gestione; ci sono poi le banche che non si rivolgono ai privati ma sono delle vere e proprie società d’investimento.

Oltre a questi due tipi di banche propriamente islamiche ci sono delle banche occidentali che hanno aperto degli sportelli di finanza islamica o islamic windons. La questione della governance è stata riconosciuta come l’elemento di successo di questo tipo di finanza poiché è proprio grazie ad una specifica organizzazione, rispettosa dei principi contenuti nella shari’a, che si è creato un senso di affidamento della popolazione musulmana nei confronti di questi istituti. Il problema consisteva principalmente nel dare sostanza a quel mondo, definito invisibile, composto dalle norme di origine religiosa. Ogni istituto bancario si dotò di board che si occupassero di verificare l’aderenza ai principi finanziari islamici dell’operato della banca. Questi due gruppi sono lo Shari’a Board o lo Zakat Board. I due board composti da persone di alto rilievo nel mondo religioso, la cui conoscenza della Shari’a è indubia, risolveva il problema della legittimità di queste istituzioni che comprendendo la necessità di non considerare l’attività bancaria come una mera transazione dotandosi di queste personalità legittimava il proprio operato.

La modalità operativa delle banche occidentali è completamente differente. Esse hanno creato delle così dette Islamic Windonws che rimangono degli sportelli delle banche occidentali ma che propongono specificatamente prodotti di raccolta e di investimento di finanza islamica. La critica principale a questi sportelli muove proprio dalla questione della legittimazione, di cui questi sportelli non godono. Infatti, la critica principale che si muove a questi sportelli consiste nella serietà dell’impegno di essere shari’a compliance o essere invece un espediente per le banche finalizzato ad attrarre solo altri capitali.

La posizione di Nazim Yaqubi, uno dei maggiori giuristi islamici, non è di totale chiusura. In una sua fatwa, egli riconosce la legittimità di questo modus operandi se supportato da un comportamento dell’istituto bancario o società d’investimento che effettivamente rifletta i principi della shari’a. La dottrina islamica individua cinque elementi come fondamentali al fine di conoscere la legittimità di questi sportelli. È necessario che ci sia una completa separazione dei fondi raccolti dagli sportelli shari’a compliance o dagli sportelli dell’istituto. Vi deve essere un board, chiamanto Shari’a Supervisory Board il cui compito è quello di controllare che l’attività della banca sia rispettosa della legge islamica. I fondi degli investitori musulmani devono essere salvaguardati da eventuali problemi di solvibilità che possono coinvolgere la banca. L’istituto deve adattarsi agli standard dell’Accounting and auditing organization for Islamic. Il Giurista afferma che lo sportello debba avere un’indipendenza tecnica rispetto all’istituto che lo ha creato.

La possibilità di creare uno strumento del genere anche in Italia sembra veramente molto circoscritta. Non è escluso che si possa considerare come bancaria l’attività degli istituti rispettosi del diritto islamico bensì rimane il dubbio su come possano agire ed imporre le proprie decisioni dei comitati che non trovano alcun riscontro nella legislazione italiana ed europea, come lo shari’a board, ma che sono senza alcun dubbio l’unico elemento legittimante un istituto ad operare come shari’a compliance.

Claudio Cimarossa


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