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Mansioni dipendente: esiste un limite alle responsabilità assegnate?

26 agosto 2017


Mansioni dipendente: esiste un limite alle responsabilità assegnate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 agosto 2017



Lavoro in un negozio di abbigliamento come aiuto commessa addetta alle vendite, con contratto a tempo determinato a part-time di 30 ore settimanali.  Nel negozio siamo io e la responsabile, che a breve dovrà assentarsi per maternità.  Quest’ultima vorrebbe portare il mio contratto a 40 ore per coprire tutta la settimana lavorativa, con l’affiancamento di una commessa “a chiamata”. Già ora ho compiti pari alla mia responsabile (tranne il versamento della cassa), pur avendo livello e retribuzione più bassi.  Quando il negozio mi sarà affidato totalmente avrò anche delega per depositare gli incassi, oltre alla responsabilità della conduzione e della formazione della commessa. C’è un limite alle mansioni e responsabilità che possono essere assegnate ad una dipendente? Posso esigere un livello più alto?

Prima di rispondere al quesito è necessario esaminare la normativa vigente in materia di lavoro e di obblighi gravanti sul datore di lavoro nel caso in cui il dipendente venga assegnato a mansioni di grado superiore.

La norma di riferimento è l’art. 2013 cod. civ. modificato dal D. Lgs. n. 81/2015 attuativo della Legge n. 183/2014 cd. Job Act.

L’articolo ora richiamato, al primo comma, prevede espressamente il principio secondo cui “il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”.

Al successivo comma sette, in tema di assegnazione del lavoratore a mansioni di grado superiore rispetto a quelle per le quali era stato assunto, l’articolo in esame dispone che “Nel caso di assegnazione a mansioni superiori il lavoratore ha diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta, e l’assegnazione diviene definitiva, salva diversa volontà del lavoratore, ove la medesima non abbia avuto luogo per ragioni sostitutive di altro lavoratore in servizio, dopo il periodo fissato dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o, in mancanza, dopo sei mesi continuativi.

In altre parole il nuovo testo dell’art. 2103 cod. civ. prevede espressamente il diritto del lavoratore che sia stato assegnato a mansioni di grado superiore a quelle abitualmente esercitate a ricevere il trattamento economico corrispondente per tutto il periodo in cui ha svolto le mansioni indicate.

Peraltro, l’assegnazione all’inquadramento superiore non può protrarsi a tempo indeterminato ma deve avere un termine: nel caso contrario essa diviene definitiva.

Più in particolare, l’assegnazione diventa definitiva nelle seguenti ipotesi tra loro alternative:

– qualora il lavoratore svolga le mansioni di grado superiore per un periodo di tempo maggiore rispetto a quello previsto dai contratti collettivi di categoria;

– qualora il dipendente abbia svolto le mansioni di grado superiore per un periodo di sei mesi consecutivi.

È pur vero che alla regola adesso richiamata sono previste due eccezioni; di conseguenza il lavoratore non si vedrà riconosciuta l’assegnazione definitiva, nonostante il decorso dei termini temporali previsti, nelle due seguenti ipotesi:

– quando l’assegnazione alle mansioni di grado superiore ha avuto luogo per ragioni sostitutive di altro lavoratore in servizio;

– se il lavoratore assegnato alle mansioni di grado superiore rifiuta l’assegnazione definitiva.

Accanto alla disciplina normativa è opportuno ricordare quanto stabilito dalla più recente giurisprudenza in materia di prova dell’assegnazione – sia pur temporanea – a mansioni di grado superiore.

Nel caso in cui il lavoratore agisca in giudizio per ottenere il riconoscimento economico dell’attività lavorativa svolta deve dimostrare di essere stato realmente assegnato e di avere concretamente svolto l’attività di livello superiore rispetto a quella per la quale è stato assunto.

Più in particolare la Corte di Cassazione ha precisato che: ”nella valutazione relativa alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato il procedimento logico giuridico si articola in tre fasi successive: l’individuazione delle qualifiche e dei gradi previsti dal contratto collettivo di categoria, l’accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, e il raffronto dei risultati di tali due indagini”.

Gli Ermellini aggiungono che “Al fine di verificare se le mansioni svolte dal ricorrente siano corrispondenti a quelle del profilo formalmente assegnato ovvero a quello superiore invocato occorre quindi, in primo luogo, esaminare le declaratorie relative alla categoria ed alla qualifica attribuite al lavoratore nonché alla categoria ed alla qualifica richieste ex art. 2103 c.c.”.

Tanto premesso quanto alla normativa ed alla giurisprudenza vigenti in materia di assegnazione del lavoratore dipendente ad una qualifica di grado superiore rispetto a quella per la quale è stato assunto, è adesso possibile rispondere al quesito posto dalla lettrice.

Non vi sono dubbi che qualora la stessa dovesse essere assegnata allo svolgimento di mansioni di grado superiore in sostituzione della responsabile del negozio, oltre ad assumersi le responsabilità che le nuove mansioni comportano, avrà anche diritto a ricevere il corrispondente trattamento economico.

A tal fine, come già espresso nella presente consulenza, ciò che rileva è l’inquadramento professionale: l’assegnazione ad un livello superiore comporta l’obbligo per il datore di lavoro di liquidare al dipendente il relativo trattamento economico anche se questi è stato assunto con un contratto a tempo determinato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Giovanna Pangallo

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