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Lo sai che? Pensione anticipata, assegno più basso

Lo sai che? Pubblicato il 10 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 agosto 2017

Il presidente dell’Inps mette in guardia sull’uscita anticipata dal lavoro: meno contributi versati, assegno più basso.

Il blocco dell’età pensionabile, del quale si sta discutendo in questi giorni, produrrebbe effetti deleteri non soltanto per le finanze pubbliche, con una maggiore spesa di 141 miliardi da qui al 2035, ma anche sulle pensioni dei lavoratori: è quanto sostiene il presidente dell’Inps, Tito Boeri, secondo il quale far uscire anticipatamente i lavoratori comporterebbe, per loro, una pensione più bassa.

I sindacati, dall’altro lato, sostengono che il prossimo aumento dell’età pensionabile, che dovrebbe scattare nel 2019, sarebbe socialmente insostenibile: in Italia, difatti, l’attuale età necessaria per ottenere la pensione di vecchiaia è già molto elevata (nel 2018 sarà pari a 66 anni e 7 mesi per tutti, uomini o donne).

Ma quanto incide l’anticipo della pensione sul futuro assegno? Quali penalizzazioni comporta uscire prima dal lavoro?

Per capirlo, dobbiamo innanzitutto comprendere come si calcola la pensione; inoltre, dobbiamo conoscere le regole particolari che operano nei casi in cui l’uscita dal lavoro avvenga prima della maturazione dei requisiti per il trattamento.

Come funziona il calcolo della pensione

Il calcolo della pensione è molto complesso e non ha, per la maggior parte dei lavoratori, un metodo unico, perché coesistono due sistemi, il contributivo e il retributivo. Sono poi previste specifiche regole per gli iscritti a gestioni particolari, come quella dei lavoratori agricoli, l’ex Enpals e le casse dei professionisti.

Per calcolare la pensione non basta conoscere l’ultimo stipendio: questo può essere, eventualmente, di limitata utilità per stime molto approssimative, che considerano una situazione irreale in cui il lavoratore continui a percepire sempre la stessa retribuzione per tutta la carriera. Proiezioni simili si trovano, solitamente, nelle applicazioni gratuite offerte da banche e assicurazioni, finalizzate a spingere l’utente ad aderire a un piano di previdenza integrativa. Queste stime, però, non considerano certamente tutte le variabili che determinano la pensione.

Come si calcolano i contributi per la pensione

Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, i contributi da versare sono calcolati dal datore di lavoro o dall’amministrazione, nel caso dei dipendenti pubblici. L’azienda/amministrazione paga un’aliquota complessiva (cioè una percentuale sul reddito imponibile, a titolo di contributi), che comprende, però, non solo i contributi utili alla pensione, ma anche quelli assicurativi, che servono a garantire al lavoratore una prestazione in caso di malattia, infortunio, maternità, nonché i contributi per gli assegni familiari.

Generalmente, per i lavoratori dipendenti l’aliquota contributiva è pari al 33%: ciò significa che, se in un anno il lavoratore ha percepito 30.000 euro di stipendio, i contributi accantonati ai fini della pensione ammontano a 9.900 euro.

Le aliquote sono diverse per i lavoratori autonomi, i liberi professionisti e gli imprenditori, a seconda della gestione di appartenenza, così come possono differire i sistemi di calcolo applicati.

Quali sono i sistemi di calcolo della pensione

La legge prevede tre sistemi di calcolo della pensione, secondo l’anzianità del lavoratore alla data del 31 dicembre 1995: il metodo retributivo, il metodo contributivo  ed  il metodo misto, che comprende entrambi i sistemi di calcolo. Per artigiani e commercianti esiste poi il metodo reddituale, molto simile al sistema retributivo.

Calcolo retributivo della pensione

Il calcolo retributivo si applica ai lavoratori che possiedono almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Si basa sugli ultimi stipendi o redditi del pensionato ed è diviso in due quote:

  • la quota A, che tiene conto degli ultimi 5 anni di retribuzione, rivalutati, e delle settimane possedute al 31 dicembre 1992;
  • la quota B, che tiene conto degli ultimi 10 anni di retribuzione, rivalutati, e delle settimane possedute al 31 dicembre 2011.

In particolare, per il calcolo della quota A si deve:

  • rivalutare la retribuzione degli ultimi 5 anni secondo la variazione dell’indice annuo del costo della vita, calcolato dall’Istat ai fini della scala mobile delle retribuzioni dei lavoratori dell’industria;
  • dividere per 260 la retribuzione media rivalutata degli ultimi 5 anni: ottieni così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • moltiplicare la Rms per il numero di settimane di contributi al 31 dicembre 1992 e per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della stessa Rms;
  • si ottiene così la quota A di pensione.

Per il calcolo della quota B si deve:

  • rivalutare la retribuzione degli ultimi 10 anni secondo la variazione dell’indice annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’Istat (indice Foi), con l’incremento dell’1% per ogni anno solare preso in considerazione;
  • dividere per 520 la retribuzione media rivalutata degli ultimi 10 anni: ottieni così la retribuzione media settimanale (Rms);
  • moltiplicare la Rms per il numero di settimane di contributi dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 2011 e per un’aliquota di rendimento, che varia a seconda dell’ammontare della Rms.;
  • si ottiene così la quota B di pensione.

Si può anche utilizzare, per il calcolo col sistema retributivo, un metodo più veloce ma più approssimativo:

  • individuare la retribuzione media pensionabile rivalutata degli ultimi anni;
  • moltiplicare per un’aliquota di rendimento del 2%, che a sua volta si deve moltiplicare per il numero di anni di contributi.

In pratica, se il lavoratore ha una retribuzione media pensionabile di 1.000 euro e 40 anni di contributi, deve effettuare queste operazioni:

  • 000 x 40 x 2%;
  • cioè 1.000 x 80%;
  • si otterranno pertanto 800 euro di pensione.

Il metodo reddituale, utilizzato per i lavoratori autonomi, si basa sullo stesso sistema di calcolo, ma considera nella quota A gli ultimi 10 anni e nella quota B gli ultimi 15 anni.

Il metodo retributivo non può essere utilizzato per i periodi dal 1° gennaio 2012, in quanto da tale data si applica il calcolo contributivo anche ai contribuenti  soggetti al calcolo interamente retributivo.

Calcolo misto della pensione

Il calcolo misto della pensione si applica ai lavoratori che possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Per i conteggi si devono seguire le stesse procedure del calcolo retributivo, ma nella quota B sono incluse soltanto le settimane di contributi possedute dal 1° gennaio 1993 al 31 dicembre 1995, anziché al 31 dicembre 2011.

Dal 1° gennaio 1996 ai contribuenti misti si applica il calcolo contributivo.

Calcolo contributivo della pensione

Devono utilizzare il calcolo contributivo:

  • i lavoratori che hanno meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, per i periodi dal 1° gennaio 1996 (cioè i contribuenti che applicano il metodo misto);
  • i lavoratori che non hanno contributi versati prima del 1996;
  • i lavoratori che optano per la pensione anticipata con: Opzione Donna, Opzione contributiva Dini, Computo nella Gestione Separata;
  • i lavoratori che hanno più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, per i periodi dal 1° gennaio 2012 (cioè i contribuenti che applicano il metodo retributivo).

Come funziona il calcolo contributivo dell’assegno

Il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni, ma sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Questi contributi vengono accantonati, rivalutati e trasformati in pensione da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Anche il calcolo contributivo si divide in due quote:

  • la quota A, che comprende i periodi sino al 31 dicembre 1995;
  • la quota B, dal 1° gennaio 1996 in poi.

Calcolo contributivo della  quota B di pensione

Per stabilire l’assegno di pensione corrispondente alla quota B, bisogna:

  • calcolare, per ogni anno, il 33% dello stipendio (inteso come retribuzione imponibile previdenziale), a partire dal 1996, per i dipendenti; diversamente, si deve considerare l’aliquota prevista dall’ente previdenziale per la propria categoria;
  • rivalutare i contributi accantonati ogni anno, secondo la variazione media quinquennale del Pil (prodotto interno lordo) nominale;
  • sommare i contributi rivalutati, ottenendo così il montante contributivo;
  • moltiplicare il montante contributivo per il coefficiente di trasformazione, che varia in base all’età, ottenendo così la quota B di pensione.

Bisogna prendere in considerazione, ai fini del calcolo, tutti gli importi percepiti, se facenti parte dell’imponibile previdenziale, non solo le voci fisse e continuative dello stipendio.

 

Calcolo contributivo della quota A di pensione

Per calcolare la quota A, il procedimento è più complicato: questa quota, relativa ai periodi precedenti al 1996, va calcolata solo da chi ha optato per il sistema contributivo (Opzione Donna, Opzione Dini o computo nella Gestione Separata). Per chi ha versato il primo contributo dopo il 1° gennaio 1996, ovviamente, non esiste alcuna quota A.

Per ottenere il montante contributivo riferito alla Quota A bisogna:

  • considerare le 10 retribuzioni annue (o le retribuzioni 1993-1995 per i dipendenti pubblici) che precedono il 1996;
  • applicare l’aliquota contributiva riferita all’epoca del versamento (quella del 1995, ad esempio, era pari al 27,12%);
  • rivalutare i contributi così ottenuti, sulla base della media quinquennale del PIL;
  • ricavare una media annua di contribuzione dividendo il totale della somma del periodo per 10 (o per 3, per i dipendenti pubblici);
  • moltiplicare il risultato ottenuto per il numero complessivo degli anni di contributi, valutati però ponderandoli con il rapporto tra l’aliquota contributiva vigente in ciascun anno e la media delle aliquote vigenti nei 10 (o 3) anni precedenti quello in cui viene esercitata l’opzione per il contributivo;
  • si ottiene, così, il montante contributivo della quota A, che deve essere moltiplicato per il coefficiente di trasformazione per trasformarsi in quota A di pensione.

In alternativa, si possono sommare i due montanti contributivi, della quota A e della quota B, per trovare il montante contributivo totale, che si trasformerà in rendita utilizzando il coefficiente di trasformazione corrispondente all’età pensionabile.

Coefficiente di trasformazione: dai contributi alla pensione

I coefficienti di trasformazione da utilizzare per chi si pensiona nel 2017 sono:

  • 4,246% per chi ha 57 anni;
  • 4,354% per chi ha 58 anni;
  • 4,468% per chi ha 59 anni;
  • 4,589% per chi ha 60 anni;
  • 4,719% per chi ha 61 anni;
  • 4,856% per chi ha 62 anni;
  • 5,002% per chi ha 63 anni;
  • 5,159% per chi ha 64 anni;
  • 5,326% per chi ha 65 anni;
  • 5,506% per chi ha 66 anni;
  • 5,700% per chi ha 67 anni;
  • 5,910% per chi ha 68 anni;
  • 6,135% per chi ha 69 anni;
  • 6,378% per chi ha 70 anni.

Quando l’età, alla data del pensionamento, non corrisponde a “cifra tonda” (ad esempio, 57 anni e 6 mesi), bisogna aggiungere al coefficiente le relative frazioni di anno.

Ad esempio, se il lavoratore si pensiona a 60 anni e 8 mesi, per stabilire il coefficiente di trasformazione deve:

  • sottrarre il coefficiente per chi si pensiona a 60 anni(4,589 ) dal coefficiente vigente per chi si pensiona a 61 anni (4,719): in questo caso ottieni 0,13;
  • dividere il risultato per 12 mesi, ottenendo 0,01083 circa;
  • moltiplicare il nuovo risultato per le frazioni di anno, in questo caso 8 mesi, ottenendo 0,087, arrotondando;
  • sommare quanto ottenuto al coefficiente per chi si pensiona a 60 anni, arrivando così al coefficiente esatto per chi si pensiona a 60 anni ed 8 mesi, cioè 4,676.

Per arrivare alla pensione annuale, bisogna poi moltiplicare, in misura percentuale, il coefficiente al montante contributivo,; dividendo la pensione annua per 13, si ottiene l’assegno mensile.

Ad esempio, se il  montante contributivo totale(eventuale quota A più quota B) è di 300.000 euro, e il lavoratore si pensiona, col calcolo interamente contributivo, a 60 anni esatti nel 2017, ha diritto a:

  • una pensione annua di 13.767 euro (300.000 per 4,589%);
  • una pensione mensile (assegno annuo diviso 13 mensilità) di 1.059 euro.

Meno contributi, pensione più bassa

In base a quanto esposto in merito al sistema di calcolo contributivo della pensione, è facilmente comprensibile capire come mai, andando in pensione prima, l’assegno sia più basso: chi va in pensione prima, difatti, versa meno contributi, quindi ottiene un montante, o capitale, più basso, oltre a un minore coefficiente di trasformazione dovuto alla minore età.

Questo vale per il sistema contributivo, in quanto tale metodo di calcolo della pensione basa principalmente l’assegno sulla contribuzione versata e sull’età pensionabile.

Per quanto riguarda il sistema retributivo, invece, sono determinanti, nel calcolo, oltre alle settimane versate sino al 1992 e al 2011 (1995 per il calcolo misto), gli ultimi 5 e 10 anni di stipendio. Ad ogni modo, non esistono più pensioni sottoposte al calcolo interamente retributivo, in quanto dal 2012 l’unico sistema utilizzabile è il contributivo: l’età pensionabile e l’ammontare dei contributi versati, dunque, incidono su tutti gli assegni, anche se in maniera diversa, a seconda dell’anzianità del lavoratore.

Bisogna infine considerare che alcune possibilità di anticipare la pensione, come l’Ape, o anticipo pensionistico volontario (che consente di pensionarsi a 63 anni di età), comportano una penalizzazione percentuale sull’assegno.

In definitiva, non è possibile generalizzare e determinare una penalizzazione uguale per tutti, corrispondente all’anticipo della data di pensionamento, anche se è possibile affermare che, nella maggioranza dei casi, permanere più a lungo al lavoro determina una pensione maggiore. È bene, dunque, valutare con attenzione caso per caso la convenienza dell’uscita dal lavoro in una determinata data, considerando la carriera lavorativa e l’intera contribuzione versata.


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