HOME Articoli

Miscellanea Libertà di espressione, web, politica italiana e…

Miscellanea Pubblicato il 8 novembre 2012

Articolo di




> Miscellanea Pubblicato il 8 novembre 2012

Libertà di espressione su internet: chi meglio di Carlo Ruta ne può parlare? La libertà di espressione e la politica italiana si incontrano e scontrano sul web.

Ruta è un giornalista siciliano che ha avuto la disavventura di scontrarsi con le interpretazioni contraddittorie di alcuni tribunali: condannato in primo e secondo grado (per “stampa clandestina”) per aver gestito un blog senza registrarlo in Tribunale, è stato poi assolto dalla Cassazione perché il fatto non sussiste (ne avevamo parlato qua). Sono stati giorni in cui “la terra ha tremato”, giorni in cui tutti i possessori di un sito internet hanno temuto di dover sostenere i costi e gli oneri di una registrazione in tribunale. Poi, la Suprema Corte ha smentito i propri colleghi, magistrati siciliani, e ha ripristinato l’ordine delle cose.

Così, a qualche mese dai fatti appena raccontati, siamo andati a intervistare il giornalista per fare il punto della situazione.

La Legge per tutti: Caro Carlo, la tua recente vicenda, che ti ha visto indagato e condannato per stampa clandestina solo perché non avevi registrato in tribunale il sito Accadeinsicilia.net, e che poi ti ha visto (con l’esultanza di tutto il popolo della rete) vittorioso in Cassazione, ha risvolti paragiuridici?

Carlo Ruta: Oggi, pressoché tutti gli operatori della comunicazione dispongono di siti on-line. L’espressione attraverso internet è però un fatto sociale molto più ampio e in continua espansione. In questo senso si può parlare, evocando un noto concetto di Agnes Haller, di un bisogno radicale, nuovissimo, che attraversa il mondo contemporaneo, e che può avere effetti dirompenti sull’essenza stessa della comunicazione. È in atto in sostanza una vera e propria rivoluzione civile, pacifica, non priva di aspetti magmatici, ma in grado di porre in discussione molte sicurezze. Di qui i continui tentativi di limitare le libertà sul web, che si rincorrono non solo nelle dittature conclamate, ma anche nelle liberaldemocrazie occidentali, che ostentano di essere le culle del diritto.

Il caso Wikileaks, per dire di quello più emblematico di questi tempi, dimostra che l’Italia non è un’isola nel mondo cosiddetto libero. È del tutto chiaro che se Julien Assange venisse estradato negli USA correrebbe addirittura il rischio della pena capitale. In questo orizzonte di ombre, ma anche di conquiste, le sentenze favorevoli alla libertà sul web, del tutto coerenti con i principi democratici e di libertà civile garantiti dalle Costituzioni liberaldemocratiche, dovrebbero essere di buon auspicio. Tuttavia non è facile coltivare illusioni, trattandosi purtroppo di un percorso pericoloso. Si registrano, in Italia, in Europa e oltre l’Oceano manovre sempre più raffinate e sottili per limitare i diritti della comunicazione, con la sperimentazione di nuovi paradigmi. Per riferirci al nostro paese, pensiamo, ad esempio, al diritto all’oblio. Il senso di normative del genere, per la radicalità con cui in questi tempi esse sono trattate nelle sedi legislative, potrebbe essere quello di un condizionamento forte, di una cappa censoria sulla comunicazione on-line, in grado di oscurare pezzi non indifferenti di storia e cronaca. E questo è solo uno dei danni che si annunciano all’orizzonte. Si tratta insomma di una partita aperta.

LLPT: Come spieghi le errate interpretazioni dei tribunali di primo e secondo grado, che ti hanno condannato nonostante i ripetuti insegnamenti della Cassazione sul tema? Il problema dell’indipendenza della magistratura: una questione che, soprattutto nella tua terra, la Sicilia, resta delicatissimo. La storia del sud italiano è sempre un’altalena tra atti di eroismo e di corruzione. È un problema culturale, di leggi, di controlli?

C.R.: Il compito dei magistrati è, essenzialmente, quello di interpretare e applicare le leggi, ma sappiamo che lo sfondo civile in cui la prassi giudiziaria si colloca può esercitare su questo lavoro influenze significative. Il problema dell’indipendenza, sul piano della dialettica istituzionale e non solo, è in questo senso fondamentale.

Il contesto siciliano presenta in poi degli aspetti particolari. Sappiamo che il ceto dirigente di questa regione rimane, per temperamento e storia, tra i più conservatori del paese. È questo il motivo per cui, dopo la nascita della Repubblica, numerose iniziative di modernizzazione e riforma proprio nel sud, e in Sicilia soprattutto, hanno incontrato le opposizioni più tenaci. Ora, come si evince dai fatti, alcuni ambienti giudiziari dell’isola mantengono questi caratteri, sono parte attiva di questa tradizione, restando rigidamente conservatori. E continuano a svolgere il compito che si sono assegnati con zelo, talvolta, come nel caso di cui stiamo parlando, fino al paradosso. In definitiva, si tratta anche di un problema culturale, di costume, si direbbe di una tenace resistenza, rispetto alla quale anche i confini procedurali sanciti dalle leggi e il controllo esercitato dagli organi di autogoverno della magistratura, quando non si riduce a una consuetudine formale, possono rivelarsi insufficienti.

LLPT: Come è possibile che, nell’era della comunicazione telematica e multimediale, tribunali indipendenti e specializzati possano commettere ancora errori giudiziari di questo tipo?

C.R.:Potrei rispondere con un’altra domanda: come è possibile che in un Paese in cui la criminalità organizzata, in tutte le sue connotazioni, ha un’incidenza tra le più forti del globo, l’autonomia di pensiero e la libertà di ricerca siano percepite, in certi ambiti istituzionali, come un pericolo per l’ordine, quindi come un crimine? È uno dei paradossi della vita italiana, ma prescindendo dagli anacronismi di un territorio, pur significativi, credo che la problematica abbia una complessità superiore. Un grande pensatore italiano parlava del Novecento come dell’età dei diritti, riferendosi soprattutto alle conquiste civili delle “società aperte” dell’Occidente. Ma fino a che punto si può parlare oggi, in apertura del XXI secolo, di una età dei diritti? I poteri forti di questo tempo, economici, politici e istituzionali appaiono sempre più refrattari ai paletti del vivere civile e della giustizia, oltre che della razionalità e della logica. Mali tenebrosi, vecchi e nuovi, colpiscono a fondo le società, e anche le condotte della Giustizia finiscono per adeguarsi. Viene da pensare allora a una deriva, di sistemi e di poteri che si sentono minacciati dalle società in evoluzione che li circondano, e che reagiscono.

LLPT: Grazie Carlo, sei stato gentilissimo come sempre.

C.R.: Grazie a te e alla redazione di “La Legge per Tutti”.

 

 


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. NON SI TRATTA DI ERRORE GIUDIZIARIO MA DI CONSEGUENZE DEL GIUDICE POLITICO E CREATIVO, GIA’ ESISTENTE MASCHERATO NEL NOSTRO ORDINAMENTO GIURIDICO. LA FIGURA VA REGOLAMNETATA. Riporto:LE AVANGUARDIE DEL DIRITTO: IL GIUDICE CREATIVO PERCHE’ L’AVANGUARDIA DEL DIRITTOM di G. Francione
    Il termine avanguardia (dal fr. avant-garde) nasce in campo militare ed indica il reparto che precede a scopo di sicurezza un corpo di truppe in marcia con il compito di proteggere il grosso da improvvisi attacchi nemici, dandogli il tempo di apprestare le misure difensive.
    Trasferito nel campo figurato, il termine si è rovesciato e dalla sicurezza del ciò che è è passato a indicare la rivoluzione verso il quello che non c’è ancora. Infatti indica proprio ogni movimento, scuola, corrente artistica o ideologica che si pone fuori della tradizione propugnando concezioni nuove e rivoluzionarie. Ciò sia in campo letterario, artistico, culturale in genere, sia in campo politico e sociale dove il termine è nato alla metà dell’Ottocento per indicare le correnti della sinistra radicale e anarchica.
    Questa nuovo blog Avanguardie del diritto intende estendere il concetto a quelle visioni della legge legate sia a interpretazioni ardite di norme già esistenti, sia a progetti normativi de iure condendo.
    Ma prima di tutto vuole analizzare il concetto di giudice creativo che riesuma il movimento per il diritto libero (in ted. Freirecht), una corrente di pensiero giuridico-culturale sviluppatasi soprattutto in Germania, tra la fine dell’Ottocento
    e gli inizi del Novecento.
    Tale movimento, denominato anche del giusliberismo ed in cui possono ricomprendersi altri indirizzi, quali la giurisprudenza sociologica e la giurisprudenza degli interessi, annovera tra i suoi maggiori esponenti E. Fuchs, C.
    Schmitt, E. Ehrlich, F. Gény e H. Kantorowicz. Tali autori ritengono che in ogni ordinamento giuridico esistano, accanto alle norme di fonte legislativa, anche norme
    extralegali, che il giudice può applicare ogni volta che il testo legislativo si riveli non rispondente alle concrete esigenze del caso. Il giurista ha non solo il potere, ma anche il dovere di ricercare liberamente il diritto e di considerare fonte di quest’ultimo anche fatti (ad es. i rapporti sociali) che teorie piùrestrittive (formaliste o giuspositiviste) considerano non normativi.
    Il diritto libero si origina spontaneamente dall’attività dei consociati e dalle decisioni dei giudici e si colloca accanto al diritto dello Stato. In particolare, spetta al diritto libero il compito di colmare le inevitabili lacune del diritto positivo, quando esso si riveli inidoneo a fornire una guida certa per la risoluzione di una specifica controversia.
    Nell’attuale sistema italiano e non solo il formalismo giuridico impera.
    Il blog intende prima di tutto gettare la maschera: il giudice nell’applicare la legge la interpreta e, interpretandola, la crea nel caos semantico e numerico (ben 300.000 leggi in Italia).
    Si pone, allora, il problema di come ovviare ai background creativi e mascherati
    dei singoli giudici ad evitare che il tot capita, tot sententiae si risolva nel boomerang della disparità di trattamento dei cittadini davanti alla legge.
    Ciò tanto più perché nel vuoto legislativo la teoria della divisione dei poteri di
    Montesquieu va intesa in senso dinamico e non statico, con dovere del giudice di ovviare ai buchi legislativi e stemperare la forza delle leggi fatte per garantire
    situazioni di supremazia con danno dei cittadini deboli.
    E’ questa la via per l’attuazione concreta dell’art. 3 2° co. Cost. che impone allo Stato, ivi compresi i giudici, di rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano la libertà e l’uguaglianza di fronte alla legge dei cittadini. Se non tutti sono realmente eguali davanti alle norme, compito del magistrato creativo nella nuova società sarà forse interpretare la legge in modo da indebolire i forti e rafforzare i deboli?
    Per creare una società nuova bisogna dialogare con l’intellighenzia e convincerla che per una reale società aperta (la definizione è di Henry Bergson) è necessario non emarginare, demonizzare, incatenare le avanguardie normative ma al contrario cullarle e permettere loro di lievitare perché in esse c’è il germe del diritto giusto quale sarà nell’immediato futuro che è già l’oggi. http://www.antiarte.it/eugius/avanguardie_del_diritto.htm

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI