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Cosa fare se il prezzo esposto di un prodotto è sbagliato?

15 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 settembre 2017



La legge tutela l’acquirente se il commerciante sbaglia ad esporre il prezzo della merce. Ma solo a determinate condizioni. Eccole.

È capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di imbattersi in un prodotto il cui prezzo esposto ci abbia invogliati ad acquistarlo, salvo poi scoprire (amaramente) che il prezzo di vendita indicato fosse errato e che quello corretto fosse, in realtà, ben più alto.

Cosa fare in questi casi? Bisogna accettare di pagare il “prezzo giusto” più elevato o bisogna insistere affinché ci venga applicato il prezzo esposto? Cosa dice la normativa?

La normativa

In base a quanto previsto dalla normativa che detta i principi e le regole generali sull’esercizio di un’attività commerciale (in particolare, il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114), i prodotti esposti nelle vetrine esterne dei negozi, all’ingresso dei locali, nelle immeditate vicinanze dell’esercizio commerciale, devono indicare – in modo chiaro e ben leggibile – il prezzo dei prodotti in vendita, attraverso l’uso di cartelli o di qualsiasi altra modalità idonea a raggiungere lo scopo di far conoscere sia il prodotto che il relativo prezzo ai possibili acquirenti.

In questo modo, quello che si realizza è una vera e propria offerta al pubblico (disciplinata all’articolo 1336 del codice civile), ossia: il venditore propone la vendita di un dato bene a fronte del pagamento del prezzo esposto.

L’offerta che il venditore fa è completa, cioè contiene tutti gli elementi necessari per realizzare la compravendita, per la conclusione della quale sarà sufficiente la dichiarazione di accettazione dell’acquirente.

In pratica, l’acquirente, una volta visto il prodotto e conosciuto il prezzo, è libero di scegliere se acquistarlo o meno; nel momento in cui esprime la volontà di procedere all’acquisto, il contratto di vendita si perfeziona.

Questo significa che non può trovare spazio la successiva richiesta del commerciante di far pagare, alla cassa, un prezzo diverso e più alto rispetto a quello esposto in vetrina e conosciuto dal compratore.

Qualora il prezzo maggiorato venga pagato, il consumatore ha diritto a che gli sia rimborsata la differenza di prezzo. Tale rimborso deve avvenire in contanti, attraverso la restituzione dell’eccedenza versata e non può, ad esempio, avvenire attraverso “buoni spesa” da utilizzare per l’acquisto di altri prodotti.

Quanto detto è espressione di un principio civilistico (il cosiddetto principio consensualistico): affinché il contratto di compravendita produca i suoi effetti è necessario e sufficiente l’incontro di due volontà uguali, ossia l’accettazione, da parte del cliente, della proposta fatta dal venditore attraverso l’esposizione del prezzo per una data merce.

Qualora questo non accada e il commerciante si rifiuti di concludere la vendita – facendo leva sul fatto che il prezzo esposto sia errato – il comportamento di quest’ultimo configurerà un’ipotesi di inadempimento contrattuale (ai sensi degli articoli 1515 e seguenti del codice civile) e, quindi, il cliente non deve pagare il prezzo maggiore, ma il prezzo esposto.

Eccezioni

A quanto appena detto, fanno eccezione due ipotesi.

1. Il comportamento inadempiente del venditore è, però, da considerarsi tale solo fintanto che l’errore non sia “riconoscibile” dall’acquirente attraverso l’uso della normale diligenza.

Questo cosa significa? Che prezzi esageratamente bassi rispetto al valore dei beni a cui si riferiscono (valore di cui è facile avere conoscenza), sono idonei ad insinuare il dubbio, nel compratore medio, sull’errore in cui il venditore è incorso e, quindi, ad escludere l’inadempimento di quest’ultimo qualora lo stesso si rifiuti di concludere la compravendita se non al prezzo più alto.

2. Vi è poi una seconda ipotesi che esclude il diritto del consumatore di pagare il prezzo esposto più basso rispetto al prezzo corretto di vendita: nei casi di e-commerce.

In questi casi il processo di compravendita è “a parti inverse”, ossia è strutturato in modo tale che a fare l’offerta di vendita sia l’utente nel momento in cui conclude la procedura on-line di acquisto; sarà poi il venditore a doverla accettare affinché la vendita si realizzi.

Va da sé che in queste ipotesi non residuano margini per far valere l’errore di cui si discute.

Livia Cherubino

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4 Commenti

  1. Ho comprato un paio di stivali online di cui il prezzo sul sito era 155 euro. Mi e arrivata la notifica via sms dalla banca e poi la fattura del venditore di 186 euro… Venditore insiste che il prezzo 186 euro e quello giusto e io mi domando a chi chiedere la verifica …ci sara un ente che si occupa delle fregature online… Se qualcuno mi sa rispondere sarò grata

  2. Come si procede qualora sussistano i requisiti (al di fuori del campo di applicazione delle eccezioni), ma il negoziante si rifiuti di cedere il bene al prezzo esposto?

  3. Venditore che ha stabilito un prezzo, ricevuto l’ordine scritto che fissa il prezzo, dopo un mese si accorge di aver sbagliato a calcolare il prezzo e sostiene che il semplice fatto di essersi sbagliato lo legittima a pretendere la differenza perché compratore doveva accorgersene che era troppo basso…il realtà per una serie di motivi il cliente non se ne è accorto ha ricevuto la fattura con il prezzo pattuito, ha pagato. Ora il cliente è disposto a pagare la differenza perché si è reso conto dell’errore in buona fede del venditore ma ne è uscita una disputa su chi avrebbe ragione di fronte alla legge: il cliente sostiene che lui non conosceva il prezzo di mercato del prodotto ha chiesto il prezzo ha trasmesso l’ordine peraltro accettato dal venditore. Il venditore sostiene che trattandosi di un errore non è responsabile.

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