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Consenso informato: l’amministratore di sostegno può negarlo?

15 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 agosto 2017



Se il rifiuto di determinate terapie è il frutto di una precedente decisione cosciente del malato, anche l’amministratore di sostegno potrà negare il consenso

Con riguardo al problema delle cure mediche si aprono numerosi interrogativi relativamente al consenso informato ed alla libertà di sottoporsi o meno a trattamenti sanitari. Ciò per un semplice motivo: molte volte, nel momento in cui il paziente è chiamato a prestare il proprio consenso o il proprio dissenso a ricevere le cure mediche non è (o non è più) in grado di farlo. In tali casi, il più delle volte, è chiamato a  decidere l’amministratore di sostegno, vale a dire una sorta di rappresentante legale espressamente autorizzato ad assumere queste decisioni in favore del malato. Ma l’amministratore di sostegno quali decisioni può adottare? Può negare il consenso alle cure mediche?

Scopriamolo insieme, ma prima chiariamo cos’è il consenso informato.

Cos’è il consenso informato?

Con l’espressione consenso informato si intende una sorta di autorizzazione del paziente a ricevere un determinato trattamento sanitario alla luce di una dettagliata informazione da parte del medico proponente.  Il malato, infatti, prima di decidere se sottoporsi ad una terapia o ad un esame diagnostico ha il diritto (e anche il dovere) di assumere ogni informazione chiarificatrice. Tale consenso deve essere espresso in maniera scritta quando il trattamento o l’esame potrebbero avere gravi conseguenze sulla salute del paziente. Il consenso scritto è inoltre obbligatorio in particolari circostanze come nei casi di trasfusione di sangue, di sperimentazione di farmaci, di trapianto di organi, di interruzione volontaria di gravidanza, ecc.

Tale previsione, certamente di garanzia per il paziente e per il suo diritto di libertà di cura, incontra dei problemi nei casi in cui il malato, proprio in ragione della sua condizione di salute, non sia in grado di fornire direttamente tale consenso e lo debba fare per interposta persona. In proposito la giurisprudenza ammette pacificamente che lo possa fare per il tramite dell’amministratore di sostegno [1], vale a dire una sorta di rappresentante legale espressamente autorizzato ad assumere queste decisioni in favore dell’ammalato.

L’amministratore di sostegno può negare il consenso alle cure mediche?

Il ruolo dell’amministratore di sostegno è certamente più complesso nel caso in cui la persona malata non abbia manifestato in precedenza alcuna decisione in ordine al trattamento terapeutico che si rende necessario nel caso concreto. In tali ipotesi, pertanto, si renderà necessario tentare di “ricostruire” la volontà del malato in proposito, al fine di prendere la decisione più giusta.

Più agevole, sebbene sempre molto delicato, è il ruolo dell’amministratore di sostegno nel caso in cui il paziente abbia già redatto una “dichiarazione anticipata”. Sul punto è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione [2]. Nel caso di specie, una donna, moglie e amministratrice di sostegno del proprio marito malato ed incosciente, si opponeva alle cure trasfusionali in suo favore perché lo stesso, testimone di Geova, in un documento scritto aveva dato specifiche direttive in ordine alle terapie cui non si sarebbe voluto sottoporre anche in caso di pericolo di vita. Secondo la Corte, la volontà del paziente, validamente espressa e frutto di scelte sanitarie e convinzioni religiose [3] doveva ritenersi sufficiente a consentire all’amministratore di sostegno di negare il consenso alle terapie trasfusionali.

Alla luce di quanto detto, può ritenersi che, qualora il diniego di determinate terapie sia il frutto di una precedente statuizione del malato (validamente e coscientemente espressa), anche l’amministratore di sostegno ben potrà negare il consenso.

 

note

[1] Cass., sent. n. 21748 del 16.10.2007; Trib. Reggio Emilia, ord. del 24.07.2012.

[2] Cass., sent. n. 14158 del 07.06.2017.

[3] Artt. 8 e 9 Cedu; artt. 5 e 9 della Convenzione di Oviedo, recepita in Italia con la l. n. 145 del 28.03.2001.

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