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Aiutare il coniuge sul lavoro è lecito?

15 Agosto 2017


Aiutare il coniuge sul lavoro è lecito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 Agosto 2017



Consentito il lavoro gratuito tra moglie e marito a condizione che il coniuge cui si corre in soccorso non sia a sua volta lavoratore dipendente.

Cosa succede se il marito si fa aiutare dalla moglie sul lavoro (o viceversa)? Il lavoro gratuito è ammesso tra coniugi? Le situazioni che si possono configurare sono di due tipi: il coniuge “aiutato” è titolare dell’attività lavorativa (ad esempio un bar, un negozio, ecc.) oppure è a sua volta dipendente di un datore, il quale è all’oscuro che il proprio lavoratore si fa aiutare dalla moglie o dal marito. Per chiarire quindi se aiutare il coniuge sul lavoro è lecito dobbiamo tenere distinte le due ipotesi.

Aiutare il coniuge titolare di un’impresa o di un’attività di lavoro autonomo

L’ipotesi è quella del titolare del negozio che, di tanto in tanto, esce per sbrigare delle commissioni e lascia la moglie a sostituirlo alla cassa e nei rapporti coi clienti.

In questi casi la collaborazione occasionale tra coniugi è ammessa anche se gratuita e non “dichiarata” agli uffici del lavoro. Il coniuge che aiuta il marito o la moglie nell’impresa non si considera quindi un lavoratore in nero e non c’è il rischio di sanzioni. La legge riserva la possibilità di farsi assistere dai familiari solo al coniuge, ai parenti entro il terzo grado, agli affini entro il secondo grado e ai figli. Sono esclusi i fidanzati e i conviventi (anche se di norma gli ispettori del lavoro o dell’Inps, in tali situazioni, non sono così fiscali). Si deve trattare di lavoro prestato occasionalmente dai familiari conviventi con l’imprenditore per il funzionamento della famiglia, ossia fino a massimo 90 ore all’anno. Diversamente si rientra nell’ambito dell’impresa familiare e lì il discorso cambia notevolmente.

Aiutare il coniuge sul lavoro spontaneamente o per adempiere a doveri familiari (ad esempio, doveri reciproci tra i coniugi, dei genitori verso i figli e viceversa, obbligo agli alimenti) trova il proprio fondamento nel rapporto affettivo e di solidarietà che lega i membri della famiglia, in virtù di un’obbligazione “morale” ed “affettiva”, al di fuori di qualsiasi vincolo giuridico.

Si presumono «occasionali» le prestazioni svolte:

  • dai pensionati (parenti o affini dell’imprenditore);
  • da familiari impiegati a tempo pieno presso altro datore di lavoro.

Per «attività occasionale» si intende quella in cui i compiti espletati non sono né sistematici né stabili. Non si deve quindi trattare di comportamenti di tipo abituale e prevalente nell’ambito della gestione e del funzionamento dell’impresa. Per essere «occasionale» la collaborazione gratuita del coniuge deve essere di massimo 90 giorni (720 ore) nel corso dell’anno solare. Pertanto, in caso di controllo da parte degli ispettori è possibile dichiarare che la persona in quel momento dietro il banco, che non risulta iscritta nel libro paga dell’azienda, è il proprio marito o la propria moglie.

L’imprenditore non è tenuto né a retribuire il coniuge che lo aiuta sul lavoro, né a versargli i contributi all’Inps.

Gli obblighi assicurativi nei confronti dell’INAIL, invece, sussistono se la prestazione è ricorrente e non se è meramente accidentale (cioè resa una o due volte nell’arco dello stesso mese, a condizione che nell’anno le prestazioni complessivamente effettuate non siano superiori a 10 giornate lavorative).

Gli imprenditori artigiani possono avvalersi di collaborazioni occasionali di parenti entro il 3° grado, aventi anche il titolo di studente, per un periodo complessivo nel corso dell’anno non superiore a 90 giorni. Tali collaborazioni devono avere carattere di aiuto, a titolo di obbligazione morale e perciò senza corresponsione di compensi ed essere prestate nel caso di temporanea impossibilità dell’imprenditore artigiano all’espletamento della propria attività lavorativa. È comunque obbligatoria l’iscrizione all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.

Ma attenzione: quando il rapporto di lavoro si intreccia con la vita privata, non sempre fila tutto liscio: per fare un esempio, la Cassazione [1] ha accolto il ricorso della ex partner di un imprenditore la quale, finita la relazione tra i due, aveva rivendicato il trattamento economico derivante dal lavoro che fino ad allora aveva svolto a titolo gratuito nell’impresa.

Aiutare il coniuge dipendente di un’altra azienda

Diversamente dall’ipotesi precedente è vietato aiutare il coniuge dipendente di un’altra azienda. Si pensi al caso della commessa in un negozio che, lasciata sola dal titolare dell’attività, si faccia aiutare dal marito coi clienti. Si pensi anche alla moglie del portiere che, pur se non assunta dal condominio, aiuti il coniuge svolgendo la pulizia delle scale o recapitando la posta nelle abitazioni dei condomini.

In questo caso si può parlare di lavoro nero perseguibile penalmente, con conseguenti sanzioni per il datore di lavoro. Non c’è infatti alcun accordo formale tra il datore e il coniuge che aiuta il marito o la moglie, non essendo previsto alcun tipo di compenso economico. Se l’azienda si accorge che il proprio dipendente delega il coniuge ad alcune mansioni, anche se saltuariamente, dovrà prendere subito le distanze da tale comportamento, con una lettera di diffida rivolta al lavoratore, in cui gli viene comunicato il divieto di farsi sostituire da qualsiasi altra persona nelle sue mansioni.

note

[1] Cass. sent. n. 1833/2009.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. Scusate, ma nel secondo caso, come si fa a parlare di “lavoro in nero” se non c”è ua retribuzione versata?? Il lavoro in nero fa riferimento alla retribuzione su cui non sono state versate le rispettive tasse altrimenti può sempre essere una collaborazione a titolo gratuito per “affectionis vel benevolentiae causa”. L’importante è che, ad esempio, nel caso di una commessa in un negozio non suo, sia d’accordo il datore di lavoro (che è liberissimo di ricorrere al lavoro gratuito con i dovuti limiti e anche di avvalersi del coniuge della sua dipendente)!

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