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Contravvenzioni: sono detraibili?

16 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 agosto 2017



Breve excursus sul problema della detraibilità fiscale delle sanzioni amministrative.

Capita spesso che nello svolgimento della propria attività, un imprenditore o un professionista debba pagare delle sanzioni amministrative per infrazioni commesse. I casi più comuni sono quelli delle multe stradali e le trasgressioni tributarie. La funzioni di tali penalità è di natura afflittiva, cioè tendono a punire il soggetto che, commettendo un illecito, ha violando un interesse di carattere generale. Non esistono norme tributarie che vietano la detraibilità delle sanzioni amministrative dal reddito di impresa.L’Agenzia delle Entrate le ha sempre considerare non detraibili in quanto conseguenza di un comportamento illecito. Anche la giurisprudenza è quasi concordemente per la non detraibilità delle sanzioni. C’è però una vasta dottrina che apre le porte alla possibile detrazione.

La posizione dell’Agenzia delle Entrate: il rigore dell’indetraibilità

L’Agenzia delle Entrate ha affrontato in modo ufficiale la questione della detraibilità fiscale delle contravvenzioni esprimendosi in materia di sanzioni antitrust (violazioni di nome in materia di concorrenza tra le imprese).

L’Agenzia, chiamata a esprimere un parere sull’argomento, lo ha esteso in generale a tutte le sanzioni amministrative e si è espressa ritenendo indetraibili tutte le sanzioni amministrative.

La ragione dell’indetraibilità sarebbe la violazione del così detto principio di inerenza (cioè la diretta correlazione tra costi detraibili e ricavi imponibili generati dall’impresa). Secondo l’Agenzia dell’Entrate, il costo derivante dalla punizione di un comportamento illecito non è mai inerente e quindi non è mai detraibile.

Nel corso degli anni, l’Agenzia delle Entrate non si è mai discostata da questa interpretazione.

Gli orientamenti della giurisprudenza e della dottrina – le aperture alla detraibilità

Anche la giurisprudenza non ha mai manifestato un atteggiamento molto favorevole rispetto alla possibilità di considerare le sanzioni amministrative come oneri inerenti alla produzione del reddito e quindi deducibili.

Anzi, c’è un filone di pronunce della Corte di Cassazione, ormai consolidato, secondo il quale la deducibilità degli oneri in questione deve essere sempre esclusa per carenza del requisito dell’inerenza.

L’idea è che la deducibilità delle sanzioni non possa essere ammessa in quanto le stesse sono irrogate per punire un comportamento scorretto e rendere detraibili significherebbe ridurre di molto il loro potere punitivo e la loro forza dissuasiva.

Del parere opposto, parte della dottrina, secondo la quale mancando una legge che espressamente vieti la detraibilità delle sanzioni, è possibile la deducibilità delle sanzioni amministrative dal reddito d’impresa, sebbene sia necessario verificare, caso per caso, la sussistenza del requisito dell’inerenza alla produzione dell’utile.

Anche la dottrina esclude la possibilità di dedurre le sanzioni per violazioni tributarie, che sono la conseguenza di illeciti compiuti dall’imprenditore in veste di contribuente e non nello svolgimento dell’attività aziendale.

Sintetizzando, la tesi della deducibilità fiscale delle sanzioni amministrative poggia sulle seguenti argomentazioni:

  • nessuna norma fiscale prevede espressamente l’indeducibilità delle sanzioni dal reddito;
  • in mancanza di una disciplina specifica, il trattamento fiscale delle sanzioni deve essere valutato alla luce dei principi generali, primo fra tutti quello di inerenza, cosicché le sanzioni dovute dall’imprenditore per illeciti amministrativi commessi nell’esercizio dell’impresa rappresentano oneri deducibili se riferibili, anche indirettamente, ai ricavi d’esercizio;
  • la pretesa irrilevanza fiscale delle sanzioni comporterebbe un aggravio delle stesse, dal momento che l’impresa verrebbe colpita due volte: una prima volta, direttamente, mediante il pagamento della sanzione prevista per l’illecito compiuto; una seconda volta, in modo indiretto, per via della indeducibilità della sanzione stessa.

Vediamo nel dettaglio il caso più diffuso di sanzioni amministrative.

Le contravvenzioni al codice della strada

Il problema della detraibilità di queste sanzioni assume notevole importanza per quelle imprese in cui il loro costo rappresenta un voce di ammontare consistente (pensiamo agli autotrasportatori, agli agenti e rappresentati, ai taxisti, ecc,).

La funzione di queste sanzioni è sicuramente afflittiva e perciò, anche la dottrina tende a ritenerle non detraibili.

Tale posizione è d’altronde in linea con la giurisprudenza della Cassazione. La Suprema Corte, ormai nel 2000, ha stabilito che tali sanzioni non sono deducibili dal reddito d’impresa, in quanto la correlazione fra costo e produzione del reddito è da escludere.

Le motivazioni non sono diverse da quelle poste a utilizzate per sancire la generale indeducibilità delle sanzioni pecuniarie: anche in questo caso si contesta il difetto di inerenza all’attività d’impresa, che sarebbe riscontrabile con riguardo ad ogni onere derivante da un comportamento illecito, ancorché tenuto nell’ambito dell’impresa stessa.

In senso positivo circa la deducibilità delle sanzioni per infrazioni stradali si è espressa la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, in riferimento al caso di un autotrasportatore, imprenditore individuale, al quale, in occasione di un grave incidente stradale, era stato sequestrato il mezzo ed elevata una contravvenzione. In questo caso, così come è pacifica la deduzione degli oneri di dissequestro dell’automezzo e del maggior premio assicurativo dovuto alla penale applicata dalla compagnia assicurativa, “non si comprende perché non debba essere deducibile anche la contravvenzione che è una delle componenti relative all’intera vicenda nella quale è evidente che l’uso del mezzo di trasporto è avvenuto nell’ambito dell’attività d’impresa ordinariamente esercitata dall’imprenditore”.

Tra le contravvenzioni, però, ce ne sono alcune che sono sicuramente detraibili.

Le contravvenzioni per lo sforamento del tempo di sosta nei parcheggi a pagamento

In questo caso si tratta di penali per violazioni di obblighi di natura privatistica e non di sanzioni per violazioni di legge (o comunque per illecito amministrativo).

Il Ministero alle Infrastrutture e ai Trasporti (MIT) con un proprio parere si è espresso in questo senso.

Il Ministero riconosce, infatti, che l’evasione tariffaria per il prolungamento della sosta oltre il termine del “biglietto” non costituisce una violazione alle norme del Codice della strada, bensì una inadempienza contrattuale.

Secondo il Ministero, invece, la sanzione amministrativa rimane applicabile nei due casi previsti dal Codice della strada, cioè quando la sosta è permessa per un tempo limitato (come nelle strisce bianche con obbligo di esposizione del disco orario) e quando, in un parcheggio a pagamento, non viene fatto il “biglietto”.

Per il parcheggio nelle zone blu la “multa” (cioè la sanzione amministrativa) è quindi erogabile nella sola ipotesi di non aver pagato la tariffa o di non aver esposto la ricevuta sul cruscotto, e non, invece, per aver lasciato la vettura oltre l’orario prestabilito.

In questa seconda ipotesi (parcheggio oltre l’orario), i Comuni possono richiedere soltanto il recupero delle ulteriori somme dovute, magari aumentate delle penali previste con apposito regolamento comunale.

Per quanto concerne l’ambito fiscale, la penale per l’extratime sulle strisce blu è a tutti gli effetti detraibile, non trattandosi di una sanzione amministrativa, ma di una penale di natura privatistica.

Per quanto riguarda le penali per inadempimenti di obblighi di natura privatistica, riferibili allo svolgimento di una attività di impresa (o di lavoro autonomo), non ci sono, infatti, dubbi in merito alla inerenza del costo e quindi della relativa deducibilità.

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