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Bonus per rinuncia alla pensione di anzianità, a chi spetta?

23 settembre 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 settembre 2017



Beneficio contributivo per il dipendente che attende l’età pensionabile per uscire dal lavoro: come funziona, chi ne ha diritto.

Non molti sanno che la Legge Maroni [1], la norma in materia previdenziale nota per aver istituito l’Opzione donna, ha istituito anche un bonus per la rinuncia alla pensione di anzianità.

Il beneficio, in particolare, spettava, per il periodo 2004/2007, a seguito della rinuncia del lavoratore al trattamento di anzianità, sino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, e consisteva nell’accredito al dipendente della contribuzione dovuta all’Inps. A tutt’oggi, però, la spettanza del bonus fa ancora discutere, specialmente per quanto riguarda i lavoratori appartenenti a speciali categorie aventi diritto ad anticipare l’età della pensione di vecchiaia: sul punto è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione [2], che ha stabilito la non spettanza del bonus agli aventi diritto alla pensione di vecchiaia anticipata, nonostante la permanenza al lavoro sino alla maturazione dei requisiti per il trattamento di vecchiaia ordinario.

Ma procediamo per ordine e facciamo il punto della situazione sul bonus per la rinuncia alla pensione di anzianità.

Come funziona il bonus per rinuncia alla pensione di anzianità

Il bonus per la rinuncia al trattamento di anzianità, nel dettaglio, era previsto,  per il periodo 2004-2007, al fine di incentivare il posticipo del pensionamento: lo scopo del beneficio, chiaramente, era quello di contenere i costi della previdenza pubblica.

Il bonus poteva essere erogato ai lavoratori che avessero rinunciato, una volta maturati i requisiti per la pensione di anzianità, all’accredito dei contributi previdenziali. La rinuncia comportava il venire meno dell’obbligo di versamento dei contributi  da parte del datore di lavoro e il diritto del lavoratore a ricevere la somma corrispondente ai contributi da versare.

La spettanza del beneficio era prevista, come già esposto, per il periodo 2004-2007, e comunque non oltre la maturazione dei requisiti di età per la pensione di vecchiaia.

Lavoratori aventi diritto al bonus per rinuncia alla pensione di anzianità

I lavoratori aventi diritto al bonus per rinuncia al trattamento d’anzianità erano i dipendenti del settore privato in possesso dei requisiti minimi per l’accesso al pensionamento di anzianità, iscritti:

  • all’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti;
  • alle forme sostitutive della medesima.

Lavoratori aventi diritto alla pensione di anzianità e alla pensione di vecchiaia

Nel caso in cui il lavoratore abbia maturato, oltre ai requisiti della pensione di anzianità, anche i requisiti della pensione di vecchiaia, il bonus non spetta, come confermato dalla Cassazione.

È il caso, ad esempio, degli addetti ai lavori usuranti, che in passato avevano, oltre al diritto alla pensione di anzianità, anche il diritto di anticipare la pensione di vecchiaia: nessuna possibilità di ottenere il bonus può essere riconosciuta a questi lavoratori, in quanto tale beneficio,  finalizzato a posticipare il pensionamento, è destinato a coprire il periodo intercorrente tra il momento in cui l’interessato rinuncia alla pensione di anzianità e quello della maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, in cui si ripristina l’obbligo contributivo del datore di lavoro.

note

[1] L.243/2004.

[2] Cass. sent. 18663/2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 6 aprile – 27 luglio 2017, n. 18663
Presidente Mammone – Relatore Riverso

Fatti di causa

Con sentenza n.3940/2011 la Corte d’Appello di Roma rigettava l’appello avverso la sentenza di primo grado che aveva respinto la domanda proposta a titolo di bonus ex art. 1, comma 12 della L. n. 243 del 2004 da F.E. nei confronti di INPS e Trenitalia SPA.
A fondamento della decisione la Corte sosteneva che fosse inammissibile in quanto nuova la denuncia di illegittimità del D.M. 6.10.2004 il quale stabilisce espressamente che la facoltà di optare per il beneficio in argomento “ha effetto fino al 31 dicembre 2007 e comunque non oltre il conseguimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia”. Inoltre, secondo la Corte territoriale, non aveva rilievo che il ricorrente, in quanto addetto a lavori usuranti (per l’appartenenza all’area professionale del personale viaggiante di Trenitalia), avesse maturato il diritto a pensione di vecchiaia al 58 anno di età ed avesse optato per la prosecuzione del servizio fino al 65 anno di età, in quanto l’opzione rilevava sul piano del rapporto di lavoro con il datore e non del rapporto previdenziale, legato alla sussistenza dei requisiti minimi previsti dalla legge per la prestazione di vecchiaia. Non era vero in sostanza, secondo la Corte che, come preteso dall’appellante, con l’opzione sarebbe stato rimosso il limite previsto dalla legge nei termini sopraindicati.
Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione F.E. con tre motivi; resistono con controricorso Trenitalia e l’INPS. Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ..

Ragioni della decisione

1.- Con il primo motivo il ricorso deduce la violazione dell’articolo 360 numero 3 e 4 c.p.c. in relazione agli artt. 345, 113, 99 e 112 c.p.c., con riferimento agli artt. 4 e 5 della legge n. 2248 del 1865, allegato E, sulla rilevabilità d’ufficio della disapplicazione del D.M. 6/10/2004, lamentando la mancata disapplicazione anche d’ufficio del summenzionato decreto ministeriale. Violazione dell’art. 360 n. 3 in relazione al contrasto dell’articolo 1, comma 12 e seguenti, della legge 23 agosto 2004 n. 243 con il D.M. 6/10/2004.
2. Il secondo motivo deduce la violazione dell’articolo 360 n. 3 e 4 c.p.c. in relazione all’art. 1, comma 12 e seguenti della legge n. 243/2004 nella parte in cui consente di rimanere in servizio anche oltre il limite di età per il pensionamento di vecchiaia.
3. Il terzo motivo deduce la violazione dell’articolo 360 numero 3 e 4 c.p.c. in relazione al comma 5 dell’articolo 6 della l. 29 dicembre 1990 n. 407 come modificato dall’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 dicembre 1992 n. 503, circa l’irrilevanza del raggiungimento del 58 anno di età nel caso di opzione per il regime ordinario.
4. Le censure proposte con i tre motivi di ricorso – da valutare nella loro globalità e connessione – sono infondate per le corrette ragioni compiutamente esposte da questa Corte con la sentenza n. 15356/2014 e poi ribadite dalle sentenze 14948/2016 e 15442/2016, nelle quali si è affermato il seguente principio: “L’art. 1, comma 12, della legge 23 agosto 2004, n. 243, in base alla sua interpretazione letterale e logico-sistematica, va intesa nel senso che il bonus ivi previsto (consistente nella possibilità, per le categorie di lavoratori indicate, di ottenere in busta paga la somma corrispondente alla complessiva contribuzione per l’assicurazione generale obbligatoria per invalidità, vecchiaia e superstiti, che il datore di lavoro è tenuto a versare agli enti previdenziali, previa rinuncia all’ordinario accredito dei contributi stessi) non può essere attribuito a coloro che abbiano conseguito i requisiti per il pensionamento di vecchiaia, in quanto tale beneficio, espressamente finalizzato ad incentivare il posticipo del pensionamento, è destinato a coprire il periodo intercorrente tra il momento in cui l’interessato (in possesso dei requisiti per la pensione di anzianità) esercita la facoltà di ottenerlo e quello della maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, in cui si ripristina l’obbligo contributivo del datore di lavoro”.
5. Ne consegue che è da escludere qualsiasi illegittimità del D.M. 6/10/2004 (a cui l’art. 1, comma 15 della legge 243/2004 demanda le modalità di attuazione) nella parte in cui, riaffermando quanto già contenuto nella legge, stabilisce che “il diritto al bonus sussiste non oltre il conseguimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia”.
6. In base alla lettera ed alla ratio della legge occorre altresì escludere la fondatezza della tesi secondo cui l’esercizio dell’opzione di cui all’art. 6 della legge 407/1990 (in base al quale il lavoratore soggetto a lavori usuranti maturava il diritto al pensionamento di vecchiaia a 58 anni, salvo richiesta di posticipo fino al 65 anno di età valevole per tutti i lavoratori dipendenti) avrebbe determinato lo slittamento sino al 65 anno di età del termine finale di percezione del bonus. Sul piano letterale occorre infatti rilevare che la legge fissa il limite ultimo per il diritto al bonus alla data di conseguimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia onde a nulla rileva se dopo la maturazione di detto limite il lavoratore soggetto a lavori usuranti abbia deciso discrezionalmente di rimanere in servizio fino al raggiungimento dell’ulteriore termine di 65 anni stabilito per il conseguimento materiale e per il godimento della pensione di vecchiaia, di cui aveva già perfezionato i requisiti.
7.- Sul piano logico è del pari evidente, poi, che anche in tal caso esista la stessa ragione che porta ad individuare il fondamento del limite di godimento del diritto al bonus, per tutti i lavoratori, nel conseguimento dei requisiti per il diritto al pensionamento di vecchiaia, quale che sia la disciplina in base alla quale esso sia stato ottenuto. La ratio legis è quella di contenere, nel periodo 2004/2007, il ricorso alle pensioni di anzianità, con il duplice effetto, per la spesa pubblica, di differire la corresponsione della pensione attraverso il mantenimento in servizio dei dipendenti, incentivato dalla possibilità di ricevere direttamente la contribuzione previdenziale e di cristallizzare l’anzianità contributiva al momento dell’esercizio dell’opzione in favore del beneficio in oggetto. Ne consegue che sia incompatibile con l’anzidetta normativa il riconoscimento del beneficio a coloro che avessero già maturato i requisiti per il pensionamento di vecchiaia; in quanto una volta venuta meno la possibilità del verificarsi dell’evento che la norma aveva inteso scongiurare – ossia l’anticipazione del momento di collocamento in quiescenza con accesso alla pensione di anzianità con conseguente maggiore aggravio per la finanza pubblica – ed il lavoratore prosegua nel rapporto di lavoro (benché avesse maturato il diritto a pensione di vecchiaia) riprendono vigenza le disposizioni di carattere generale, senza che si giustifichi l’erogazione di bonus.
8.- La sentenza impugnata si è attenuta ai principi fin qui espressi e non può essere cassata. I motivi di ricorso si rivelano infondati e vanno quindi rigettati.
Le spese possono essere compensate in quanto l’orientamento di questa Corte è sopravvenuto alla presentazione del ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dispone la compensazione delle spese processuali.

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