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Cosa controlla l’Agenzia delle entrate?

18 agosto 2017


Cosa controlla l’Agenzia delle entrate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 agosto 2017



Come difendersi dai controlli automatizzati e formali dell’Agenzia delle Entrate sulla dichiarazione dei redditi: comunicazioni di irregolarità, processo verbale di constatazione, avviso di accertamento.

Franklin diceva che, al mondo, di sicuro ci sono solo due cose: la morte e le tasse. Anche chi percepisce un reddito di lavoro dipendente, o chi ha una misera pensione, o addirittura chi è disoccupato deve sempre fare i conti con il fisco, in un modo o nell’altro. Un’innocua richiesta di un’esenzione può implicare un rapporto con l’Agenzia delle Entrate e, quindi, un controllo. La domanda di gratuito patrocinio implica una dichiarazione di tipo fiscale. E così via.

È vero: chi paga le tasse (o chi non deve pagarle) non dovrebbe aver paura dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia, anche chi ha la coscienza pulita potrebbe ugualmente rimanere imbrigliato nella rete del fisco. In alcuni casi, infatti (l’esempio tipico sono i versamenti bancari), la legge presume in automatico che dietro determinati comportamenti del contribuente vi sia un’evasione, salvo che questi riesca a dimostrare il contrario. Ed è chiaro, quindi, che a farne le spese e a pagare le sanzioni non è solo chi è in malafede, ma anche chi non ha le carte per dimostrare le proprie ragioni, ossia chi ha agito senza un buon consulente alle spalle o non ha adottato precauzioni per eccesso di ingenuità o ignoranza. Ecco perché è bene che chiunque sappia cosa controlla l’Agenzia delle Entrate, con quali strumenti si muove, quali sono i suoi poteri e fin dove il cittadino rischia nel momento in cui commette un’elusione o una piccola infrazione delle norme.

Come esegue i controlli l’Agenzia delle Entrate?

Prima però di spiegare cosa controlla l’Agenzia delle Entrate, sarà bene parlare degli strumenti di cui questa dispone. L’Agenzia delle Entrate ha la possibilità di eseguire i controlli sui contribuenti attraverso due maxi archivi: l’Anagrafe tributaria e l’Anagrafe dei rapporti finanziari (o dei conti correnti). Nella prima sono elencati tutti i redditi percepiti dai cittadini, partendo dai lavoratori subordinati, passando per i professionisti e gli autonomi, per finire con pensionati e imprenditori. Vi si trovano anche eventuali redditi derivanti da investimenti (azioni, titoli, obbligazioni, ecc.) o da contratti di locazione (le pigioni dell’affitto).

Nell’Anagrafe dei conti correnti invece vi è l’analitica elencazione di tutti i rapporti intrattenuti con le banche e gli altri intermediari finanziari (ad esempio le Poste): depositi, libretti, saldi e movimentazioni. Il tutto per consentire i cosiddetti controlli sui conti.

Cos’è la tax compliance?

Di recente, l’Agenzia delle Entrate sta promuovendo la cosiddetta tax compliance, ossia un’adesione spontanea del contribuente alle censure mossegli, in modo da favorire la correzione volontaria delle dichiarazioni fiscali. Il tutto allo scopo di promuovere la collaborazione tra fisco e cittadini e ridurre al minimo le contestazioni. In pratica, tutte le volte in cui ravvisa un’anomalia, l’Agenzia invia una comunicazione all’interessato, al fine di sollecitare l’adeguamento e la modifica dei suoi comportamenti a quelle che sono, secondo l’amministrazione, le corrette interpretazioni delle norme fiscali.

Chi fa i controlli sui contribuenti?

Cerchiamo ora di capire cosa controlla l’Agenzia delle Entrate (leggi sul punto anche I controlli dell’Agenzia delle Entrate). Lo scopo dell’Agenzia delle Entrate è di verificare l’esatto adempimento degli obblighi fiscali da parte dei contribuenti. Se anche è vero che esistono dei compiti paralleli come, ad esempio, quello della guardia di finanzia di elevare le multe per violazioni del codice della strada, questo non toglie che il compito principale dell’amministrazione finanziaria è quello di contrastare l’evasione fiscale.

Possiamo disegnare la struttura dell’amministrazione finanziaria attraverso tre organi principali:

  • l’Agenzia delle Entrate, che è il “cervello”, l’organo che dirige tutta l’amministrazione, esegue i controlli e li dirige, intrattiene i rapporti con i contribuenti e commina le sanzioni;
  • la Guardia di Finanza che, invece, è l’organo esecutivo: esegue materialmente le indagini e i controlli nella sede delle imprese e delle attività lavorative dei contribuenti, almeno quando si tratta di controlli non effettuati tramite i computer dell’Agenzia delle Entrate (cosiddetti “controlli a tavolino”);
  • l’Agenzia delle Entrate Riscossione: dal 1° luglio 2017 questo ente pubblico ha preso il posto di Equitalia nella riscossione esattoriale. Si occupa di procedere al materiale recupero delle somme evase tramite i pignoramenti, i fermi auto e le ipoteche. Interviene solo a seguito di iscrizione a ruolo delle somme evase da parte delle altre amministrazioni.

Quali sono i controlli dell’Agenzia delle Entrate?

Per verificare il regolare adempimento degli obblighi fiscali, l’Agenzia delle Entrate ha diversi strumenti di controllo:

  • i controlli automatizzati e formali delle dichiarazioni fiscali;
  • gli inviti al contraddittorio e i questionari;
  • le attività istruttorie esterne (per esempio, controlli mirati e verifiche fiscali);
  • le indagini finanziarie;
  • l’attività di tutoraggio nei confronti delle imprese di più rilevante dimensione, ecc.

Utilizzando questi metodi spesso si giunge alla rettifica della posizione reddituale del contribuente che viene formalizzata attraverso l’avviso di accertamento; si tratta di un atto con il quale l’Agenzia delle Entrate chiude il controllo e rappresenta il risultato dell’attività istruttoria e dei singoli metodi accertativi utilizzati (per le persone fisiche, ad esempio, l’accertamento sintetico del reddito complessivo; per gli imprenditori, sempre in via esemplificativa, l’accertamento contabile o induttivo).

Cos’è il controllo formale e automatizzato della dichiarazione dei redditi?

Il controllo formale, consistente generalmente in un semplice riscontro cartolare delle dichiarazioni, è diretto alla verifica della correttezza degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione. Esso consente di correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai dichiaranti, senza precludere la possibilità di ulteriori accertamenti effettuati con il controllo di merito.

Il controllo avviene in 2 fasi:

  • operazioni di mera liquidazione delle imposte dovute in base alle dichiarazioni (controllo automatizzato):
  • controllo formale vero e proprio.

Controllo automatizzato dell’Agenzia delle Entrate

Gli Uffici, sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalle dichiarazioni presentate e di quelli in possesso dell’anagrafe tributaria, provvedono mediante procedure automatizzate ad effettuare le seguenti attività.

Attività di liquidazione delle imposte

  • correggere gli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nella determinazione degli imponibili, delle imposte, dei contributi e dei premi;
  • correggere gli errori materiali commessi dai contribuenti nel riporto delle eccedenze delle imposte, dei contributi e dei premi risultanti dalle precedenti dichiarazioni;
  • ridurre le detrazioni d’imposta indicate in misura superiore a quella prevista dalla legge ovvero non spettanti sulla base dei dati risultanti dalle dichiarazioni;
  • ridurre le deduzioni dal reddito esposte in misura superiore a quella prevista dalla legge;
  • ridurre i crediti d’imposta esposti in misura superiore a quella prevista dalla legge ovvero non spettanti sulla base dei dati risultanti dalle dichiarazioni;
  • controllare la rispondenza con la dichiarazione e la tempestività dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti a titolo di acconto e di saldo e delle ritenute alla fonte operate in qualità di sostituto d’imposta.

Controllo formale

Il controllo formale vero e proprio delle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d’imposta è finalizzato a verificare la conformità dei dati esposti nella dichiarazione a quelli desunti dal contenuto delle dichiarazioni dei sostituti d’imposta e forniti da enti previdenziali, banche ecc.

In particolare gli Uffici, sulla base dei criteri selettivi fissati dal Ministro delle Finanze e tenendo anche conto di specifiche analisi del rischio di evasione e delle loro capacità operative, possono svolgere le operazioni elencate nella tabella seguente.

Operazioni di controllo formale

  • escludere in tutto o in parte lo scomputo delle ritenute d’acconto non risultanti dalle dichiarazioni dei sostituti d’imposta, o dalle certificazioni richieste ai contribuenti ovvero delle ritenute risultanti in misura inferiore a quella indicata nelle dichiarazioni dei contribuenti stessi;
  • escludere in tutto o in parte le detrazioni d’imposta non spettanti in base ai documenti richiesti ai contribuenti o agli elenchi inviati dalle imprese di assicurazioni e dagli enti previdenziali;
  • escludere in tutto o in parte le deduzioni dal reddito non spettanti in base ai documenti richiesti ai contribuenti o agli elenchi menzionati nella lettera b);
  • determinare i crediti d’imposta spettanti in base ai dati risultanti dalle dichiarazioni e ai documenti richiesti ai contribuenti;
  • liquidare la maggiore IRPEF e i maggiori contributi dovuti sull’ammontare complessivo dei redditi risultanti da più dichiarazioni o certificati presentati per lo stesso anno dal medesimo contribuente;
  • correggere gli errori materiali e di calcolo commessi nelle dichiarazioni dei sostituti d’imposta.

In questa fase il contribuente o il sostituto d’imposta può essere invitato, anche telefonicamente o in forma scritta (corrispondenza ordinaria in busta chiusa) o in forma telematica, a fornire chiarimenti in ordine ai dati contenuti nella dichiarazione e ad eseguire o trasmettere ricevute di versamento e altri documenti non allegati alla dichiarazione o difformi dai dati forniti da terzi.

Quando dai controlli automatici eseguiti emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione, l’esito della liquidazione è comunicato con raccomandata al contribuente o, su opzione effettuata in dichiarazione dallo stesso e accettata dall’intermediario che l’ha trasmessa, con avviso telematico agli intermediari stessi tramite Entratel; questi ultimi poi avviseranno entro 30 giorni i contribuenti interessati.

A seguito della comunicazione, i contribuenti o gli intermediari incaricati, possono alternativamente:

  • rilevare eventuali inesattezze, e quindi fornire i chiarimenti necessari all’Agenzia delle Entrate entro i 30 giorni successivi al ricevimento della comunicazione cartacea o, in caso di avviso telematico, entro 90 giorni dalla data in cui esso è stato reso disponibile per l’intermediario;
  • effettuare la definizione in via breve evitando l’emissione del ruolo.

Controlli con ispezioni

L’attività di accertamento può prendere le mosse dall’acquisizione di elementi presso il contribuente (verifiche, ispezioni, accessi, richieste di documenti, questionari, ecc.) oppure dagli elementi in possesso dell’Agenzia delle Entrate (dichiarazioni, atti registrati, comunicazioni varie).

Le conclusioni di queste attività istruttorie vengono sempre portate a conoscenza del contribuente attraverso degli atti che, in maniera esaustiva, riportano la motivazione della pretesa, le maggiori imposte dovute, le sanzioni. In questi stessi atti vengono rese note le modalità per sanare le anomalie riscontrate e per chiedere, nelle ipotesi in cui il contribuente abbia fondate ragioni per ritenere non corretta la pretesa dell’amministrazione, un intervento dell’ufficio per l’annullamento dell’atto in autotutela oltre alle modalità e ai tempi per difendersi davanti al giudice tributario.

 

Cosa succede dopo il controllo dell’Agenzia delle Entrate?

A seconda del tipo di attività di controllo effettuata (controllo sulle dichiarazioni, verifica fiscale, eccetera), il contribuente può essere raggiunto dai seguenti atti:

  • comunicazione di irregolarità
  • processo verbale di constatazione
  • avviso di accertamento

Comunicazione di irregolarità

Dopo il controllo sulle dichiarazioni fiscali, sulla base dei dati dichiarati dal contribuente o, comunque, in possesso dell’Agenzia delle entrate (cosiddetto controllo automatizzato o liquidazione) viene inviata la comunicazione di irregolarità. Tale comunicazione può derivare da controlli diretti a verificare la correttezza dei dati indicati nelle dichiarazioni e dei versamenti delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti attraverso un riscontro con la documentazione richiesta al contribuente oppure incrociando i dati presenti nelle dichiarazioni presentate anche da altri soggetti o trasmessi per legge all’Agenzia (cosiddetto «controllo formale»).

Il contribuente può aderire alla contestazione mossagli dall’Agenzia delle Entrate: in tal caso può regolarizzare la sua posizione con il pagamento, entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, di una sanzione ridotta (10% per le comunicazioni da controllo automatizzato, 20% per quelle da controllo formale), oltre che dell’imposta oggetto della rettifica e dei relativi interessi.

Se invece il contribuente ritiene non fondata la pretesa dell’Agenzia delle Entrate contenuta nelle comunicazioni può rivolgersi:

  • all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate, fornendo gli elementi comprovanti la correttezza dei dati dichiarati
  • in caso di comunicazioni di irregolarità derivanti dal controllo automatizzato, al Centro di assistenza multicanale (numero 848.800.444) oppure può avvalersi dei servizi Pec (posta elettronica certificata) e Civis (utile anche per la presentazione dei documenti in caso di controllo formale), senza la necessità di doversi recare presso gli sportelli degli uffici.

Processo verbale di constatazione

In caso di verifica fiscale presso la sede del contribuente, l’attività di controllo svolta dagli uffici dell’Agenzia o dalla Guardia di finanza si conclude con la consegna di un processo verbale di constatazione (pvc) in cui sono indicate le eventuali violazioni rilevate e i relativi addebiti.

Avviso di accertamento

E’ l’atto mediante il quale l’ufficio notifica formalmente la richiesta di pagamento di tributi e sanzioni al contribuente a seguito di un’attività di controllo sostanziale.

L’avviso di accertamento deve essere sempre motivato, a pena di nullità, e deve indicare:

  • gli imponibili accertati e le aliquote applicate
  • le imposte liquidate, al lordo e al netto delle detrazioni, delle ritenute di acconto e dei crediti d’imposta
  • l’ufficio presso il quale è possibile ottenere informazioni nonché il responsabile del procedimento
  • le modalità e il termine del pagamento
  • l’organo giurisdizionale al quale è possibile ricorrere.

A partire dal 1° ottobre 2011 gli avvisi di accertamento diventano immediatamente esecutivi e, quindi non necessitano dell’invio della cartella di pagamento di Agenzia Entrate Riscossione.

Una volta ricevuto l’avviso di accertamento, il contribuente ha la possibilità di rinunciare a presentare ricorso al giudice: in tal caso ottiene una riduzione delle sanzioni. Si ha così la cosiddetta acquiescenza. Essa comporta infatti la riduzione delle sanzioni amministrative irrogate, sempre che il contribuente:

  • rinunci a impugnare l’avviso di accertamento
  • rinunci a presentare istanza di accertamento con adesione
  • provveda a pagare, entro il termine di proposizione del ricorso, le somme complessivamente dovute tenendo conto delle riduzioni.

Un’altra azione che il contribuente può intraprendere dopo aver ricevuto la notifica di un avviso di accertamento non preceduto dall’invito al contraddittorio, è la richiesta all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate della formulazione della proposta di accertamento con adesione (in questo caso, a seguito del contraddittorio e della definizione della pretesa tributaria, le sanzioni si applicano nella misura di 1/3 del minimo previsto dalla legge).

Che fare se l’avviso di accertamento tributario è stato emesso prima dei 60 giorni (*)?

Nell’ambito della propria attività, l’amministrazione finanziaria può porre in essere una serie di azioni volte al controllo delle attività del contribuente, dalle quali può successivamente generarsi una vera e propria attività impositiva.

In particolare il nostro ordinamento tributario stabilisce che il fisco, una volta esaurita la propria attività di controllo, deve redarre il cosiddetto processo verbale di constatazione, rilasciandone copia al contribuente.

Il processo verbale di constatazione è, quindi, quell’atto con cui il fisco documenta e sintetizza gli esiti delle proprie attività di controllo tributario, indicando al contribuente i c.d. rilievi, ovverosia le presunte infrazioni da quest’ultimo compiute.

Cosa prevede la legge

Secondo il nostro ordinamento tributario tra la fase di chiusura delle operazioni di verifica effettuate dal fisco nei confronti del contribuente e l’emissione dell’avviso di accertamento, il contribuente può esercitare il proprio diritto di difesa. L’amministrazione tributaria, prima di emanare l’avviso di accertamento, qualora il contribuente eserciti i propri diritti difensivi ha l’obbligo di vagliare quanto prodotto, senza poter emettere l’avviso di accertamento prima di 60 giorni.

L’art. 12 dello Statuto dei diritti del contribuente, infatti, stabilisce espressamente che, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle oeprazioni da parte degli organi tributari, il contribuente può comunicare entro 60 giorni osservazioni e richieste in merito, che vengono valutate da parte dell’amministrazione tributaria. In particolare la suddetta norma prevede espressamente che l’avviso di accertamento non possa essere emanato prima della scadenza di tale termine (salvi casi di comprovata e motivata urgenza).

Cosa fare se, invece, l’avviso di accertamento dovesse essere emesso senza che sia scaduto il suddetto termine? Ecco la soluzione delle Sezioni Unite.

Superato il tradizionale orientamento che escludeva la nullità dell’avviso di accertamento notificato prima della scadenza del citato termine, le Sezioni Unite hanno recentemente risolto la questione. Queste ultime hanno infatti sancito [1], che l’inosservanza del termine di 60 giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento dal rilascio di copia del processo verbale di chiusura delle operazioni al contribuente costituisce un vizio dell’atto impositivo emesso, che può essere fatto valere dal contribuente in sede processuale per ottenere l’annullamento dell’atto stesso.

In particolare i giudici rilevano come già il fatto che la norma in esame sia inserita nello Statuto dei diritti del contribuente assume una particolare rilevanza, in quanto già all’art. 1 dello stesso viene stabilito che le disposizioni dello Statuto costituiscono principi generali del diritto tributario, ragion per cui possono essere derogate o modificate unicamente da leggi speciali.

Si è quindi ormai consolidato il principio secondo cui l’inosservanza del predetto termine, salvo che ricorrano specifiche e motivate ragioni di urgenza, determina l’illegittimità dell’atto impositivo, poichè in mancanza di un effettivo contraddittorio tra amministrazione e contribuente verrebbe a configurarsi una vera e propria lesione di quella collaborazione tra stato e cittadino cui auspica lo Statuto stesso.

Come difendersi in caso di avviso di accertamento emesso prima del termine di 60 giorni

Appare ora utile indicare una serie di rilievi difensivi utili a contrastare un’eventuale azione accertativa da parte dell’amministrazione tributaria.

Anzitutto si evidenzia come la giurisprudenza ricomprenda nel concetto di “casi di particolare e motivata urgenza“, idonei a giustificare l’emissione anticipata dell’avviso di accertamento, unicamente le suddette circostanze:

  • Accertamenti legati alla commissione di reati tributari;
  • Rischi di perdita del credito erariale.

Ciò premesso, quindi, sarà possibile impugnare l’avviso di accertamento per farne dichiarare l’illegittimità qualora:

  • vi sia una totale mancanza dei motivi di urgenza idonei a giustificare l’emissione anticipata del provvedimento. Non rientra in tale caso, invece, il caso in cui essi invece sussistano ma semplicemente l’amministrazione abbia omessa di indicarli;
  • l’amministrazione abbia emesso l’avviso indicando quale grave motivo l’imminente scadenza del termine di decadenza utile per gli accertamenti tributari, qualora ciò sia dovuto esclusivamente ad inerzia o negligenza del fisco stesso.

Cosa fare in caso di indagini bancarie da parte del Fisco?

Il nostro ordinamento permette al fisco di eseguire dei controlli ed i relativi accertamenti fiscali utilizzando anche le movimentazioni bancarie del contribuente. L’amministrazione tributaria può avvalersi di tale facoltà sia a fini dell’accertamento delll’Iva [2], sia dell’Irap [3] che delle accise [4]. In particolare, per poter eseguire tali operazioni, l’amministrazione deve ottenere preliminarmente apposite autorizzazioni, secondo un procedimento disciplinato in modo dettagliato dalla legge.

Recentemente, peraltro, la Cassazione ha anche affermato [5] che «in materia di accertamento induttivo fondato sulle risultanze di movimenti bancari, la Sezione tributaria della Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui si deve tenere conto, in ossequio al principio di capacità contributtiva, non solo dei maggiori ricavi ma anche della incidenza percentuale dei costi, che vanno comunque detratti dall’ammontare dei prelievi non giustificati».

I risultati di tali indagini bancarie rientrano in quelle che la legge definisce presunzioni legali: in altre parole, il loro valore probatorio è tale da poter essere utilizzati dal fisco senza dover indicare i requisiti di “gravità, precisione e concordanza“ che la legge richiede che l’amministrazione tributaria debba sempre indicare qualora esegua accertamenti analtici-induttivi.

Su chi incombe l’onere della prova?

Qualora vengano eseguiti i suddetti controlli bancari, il nostro ordinamento impone una vera e propria inversione dell’onere della prova: in altre parole, spetterà al contribuente stesso provare che ha tenuto conto, nelle proprie dichiarazioni, dei dati segnalati dalle banche e società finanziarie, e posti alla base degli accertamenti del fisco, oppure che tali dati non riguardano operazioni soggette ad imposte.

Se il contribuente non dovesse riuscire a dimostrare di aver tenuto conto, nell’ambito delle proprie dichiarazioni fiscali, dei dati raccolti dal fisco, questi utlimi potranno essere automaticamente utilizzati dall’amministrazione tributaria nei propri atti di imposizione fiscale.

In materia di accertamento su conti correnti bancari la Cassazione ha precisato più volte [6] che il contribuente può vincere la suddetta presunzione unicamente qualora fornisca la prova analitica della provenienza del denaro contestato, e ciò non viene a concretizzarsi in presenza di una generica dimostrazione non legata alle circostanze concrete.

In materia di imposte sui redditi, inoltre, la legge stabilisce un’ulteriore presunzione legale secondo cui sono considerati ricavi o compensi utilizzabili a fini di accertamento fiscale anche i prelievi o gli importi riscossi non risultanti dalle scritture contabili. Anche in tal caso la legge pone sempre a carico del contribuente la dimostrazione dell’eventuale prova contraria.

Come difendersi concretamente dalle indagini fiscali bancarie?

Ecco quindi alcuni consigli riferimenti utili tratti da vari casi concreti affrontati dalla giurisprudenza tributaria per poter vincere le presunzioni su cui si basano le indagini fiscali eseguite presso banche e società finanziarie:

  • è sempre opportuno tenere una contabilità delle movimentazioni riguardanti il proprio conto corrente, di modo da poterla utilizzare quale mezzo difensivo [7];
  • in caso di prestiti, eseguiti mediante versamenti da parte di terzi sul conto corrente bancario del contribuente, e non aventi corrispondenza con fatture emesse da quest‘ultimo, è possibile allegare dei prospetti per dimostrare la consequenzialità tra le date in cui i terzi hanno eseguito i citati prelievi e le date dei versamenti sul conto corrente del contribuente [8];
  • è generalmente consigliabile utilizzare bonifici anzichè assegni, poichè i primi prevedono l’inserimento di una causale a loro giustificazione che funge da prova del pagamento [9];
  • in caso di accertamenti bancari relativi ad imposte sui redditi, il contribuente potrà sempre difendersi indicando chi sia il beneficiario del prelievo [10].

(*) a cura dell’avv. Sara Scapin

note

[1] Cass. SU. Sent. n. 18184/2013.

[2] Art. 51 d.p.r. n. 633/1972 ed art. 32 d.p.r. n. 600/1973

[3] Art. 24 d. lgs. n. 446/1997.

[4] Art. 18 d. lgs. n. 504/1995.

[5] Cass. S.U. sent. n. 3777/2015.

[6] Cass. sent. n. 22920/2014.

[7] Cass., sent. n. 6947/2017.

[8] Ctp Reggio Emila sent. n. 240/2014.

[9] Cass. sent. n. 7258/2017.

[10] Cass. sent. n. 4829/2015.

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