Diritto e Fisco | Editoriale

Spot di Vecchioni sulla scuola digitale che non c’è: “Profumo” di fiction

29 ottobre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 ottobre 2012



Uno spot sull’innovazione tecnologica della scuola pubblica italiana… innovazione che in realtà non c’è. 

Non è ancora cessato il coro di polemiche levatosi in Internet alla pubblicazione dello spot del Ministero dell’Istruzione dal titolo “Porta a scuola i tuoi sogni”. Il filmato, in cui ha prestato la voce Roberto Vecchioni, è un proclama sulla innovazione tecnologica della scuola pubblica italiana… innovazione tuttavia che non c’è. Una sorta di propaganda dell’Istituto Luce dell’epoca mussoliniana.

Quando studiavo io c’erano i libri di carta e le lavagne con il gesso” recita lo spot. “E imparavamo solo dalle maestre e dai professori. Oggi c’è Internet, ci sono i libri elettronici, le lavagne digitali…

A destare lo sdegno dei commentatori non è stato tanto il fatto che il video non sia stato girato in una scuola pubblica, bensì in una privata e per di più tedesca: una di quelle scuole dove tutto sembra perfetto, e non ci sono scritte sui muri o sui banchi, e non ci sono file disordinate, e non ci sono bidelli nervosi, e i ragazzi giocano a pallacanestro nel cortile della scuola, anch’esso perfetto. Non ci sono persino i professori, ma qualche mano-fantasma che scrive alla lavagna da sola.

La visione da Playmobil, affiancata all’idea dei nostri Istituti, ha il suono stridulo che potrebbe avere l’immagine di bambini del terzo mondo che mangiano tartine di caviale.

Magari il Ministero dell’istruzione dirà che sono “polemiche prive di fondamento”, come di fatto ha già detto. Ma – che Profumo lo voglia o no – la carta evidentemente ancora esiste, ed è quella delle leggi che rimangono tali, senza attuazione pratica.

Perché, come si è già detto in rete, esistono ancora scuole dove gli insegnanti portano il gesso da casa. E scuole dove, invece, l’austerity ha smantellato tutto. E scuole dove esiste appena un videoproiettore. E altre scuole dove ogni mattina i ragazzi spezzano una chiave dentro il lucchetto dei cancelli per perdere una mezz’ora di lezione. E che dire degli istituti dove “non funzionano i termosifoni” (ma questa è ormai una scusa logora) o dove non ci sono soldi a sufficienza per la pulizia dei bagni. E classi dove periodicamente bisogna fare la disinfestazione da animali che in molti credevamo essersi estinti.

Mentre qualcuno si chiede con quali soldi il MIUR abbia pagato lo spot e lo stesso Vecchioni, c’è da interrogarsi piuttosto su “a cosa serva” questo spot, cosa intenda comunicare. Non si tratta di pubblicità sociale, non pubblicizza un prodotto o un servizio, non aiuta la gente a scegliere né a comprendere. Si tratta invece di cosiddetta pubblicità istituzionale: uno spot autoreferenziale del Ministero fatto con i soldi dei cittadini e degli insegnanti precari, che ancora non riescono a trovare collocamento dopo anni di concorsi e trasferimenti. È una pubblicità fatta coi soldi tolti alla stessa innovazione che la pubblicità medesima decanta con ampio anticipo sui tempi.

Insomma, più che uno spot sembra uno sfot.

 

 

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