Diritto e Fisco | Articoli

Offese su Facebook: che fare?

2 settembre 2017


Offese su Facebook: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2017



Se mi arriva un messaggio offensivo sulla chat privata di Facebook, come è possibile agire e in che modo può essere interessata la polizia postale?

Oggi l’ingiuria non è configurabile più come reato, ma come illecito civile, punibile con una multa (di cui beneficerà esclusivamente lo Stato) e con l’eventuale risarcimento dei danni nei confronti della vittima dell’offesa. Pertanto, oggi l’unico modo per tutelarsi da un’offesa ricevuta è quello di adire l’autorità giudiziaria competente (il giudice di pace) e di chiedere il risarcimento dei danni morali subiti dall’offesa ricevuta.

Uno dei grossi problemi sorti sul punto è quello della prova dell’offesa subita, poiché nel civile – a differenza di quanto accadeva nel penale – la testimonianza della persona offesa non può valere come prova e, pertanto, nel caso in cui non ci fossero altre testimonianze (o prove) dell’insulto, la causa di risarcimento potrebbe non avere un esito positivo. Tuttavia, nel caso della lettrice, sembra di poter capire che ci sia già una prova documentale (la chat privata di Facebook), pertanto l’illecito sarebbe più che sufficientemente provato. Ovviamente, la liquidazione del danno sarà in via equitativa, sulla base dell’apprezzamento del giudice chiamato a decidere la causa che dovrà valutare l’importanza e la gravità dei fatti accaduti, rapportandola al caso concreto. In più, il giudice potrà condannare il “reo” al pagamento di una multa in favore delle casse statali che oscilla tra i  200 ai 12.000 euro a seconda della gravità della violazione, della reiterazione, delle possibilità economiche e degli altri fattori valutabili nella fattispecie. La lettrice deve verificare inoltre, se l’offesa includa anche delle minacce poiché, in questo caso, ritorneremmo nell’alveo del penalmente rilevante, non essendo stato depenalizzato il reato di minaccia. Pertanto, nel caso in cui le frasi in oggetto avessero un contenuto minatorio, potrà depositare una querela presso la procura, la caserma dei carabinieri o la Polizia postale e denunciare l’accaduto. Questo ovviamente entro i tre mesi dall’accaduto, termine oltre il quale scatta la decadenza processuale per i reati, come questo, proponibili solo a querela della persona offesa. Oltre a ricevere l’eventuale denuncia (in caso di presenza di minacce o altri reati), la Polizia postale potrà servire a ben poco in quest’occasione. Difatti, senza l’ausilio di essa, la lettrice potrà direttamente bloccare dal portale la persona dalla quale ha ricevuto l’insulto. Tuttavia, laddove quest’insulto dovesse provenire da un profilo falso e, pertanto, non riuscisse a rilevare la vera identità, allora qui la Polizia postale potrebbe intervenire e, tramite l’indirizzo Ip della pagina Facebook, riuscire a risalire all’effettivo titolare di quel profilo. In conclusione, ad oggi, prove alla mano sia dell’effettivo insulto che della provenienza dello stesso, l’unico modo per poter avere una valida tutela giuridica (tramite una richiesta di risarcimento) è quello di intentare una causa civile davanti all’autorità giudiziaria competente per valore e territorio.

 

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Salvatore Cirilla

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI