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I debiti di gioco possono passare in eredità ai figli?

22 Agosto 2017


I debiti di gioco possono passare in eredità ai figli?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Agosto 2017



Nessuna legge obbliga di pagare un debito di gioco, ma una volta eseguito il pagamento questo non può più essere chiesto indietro.

Il gioco d’azzardo è quasi tutto online: le piattaforme digitali di poker e i casino su internet hanno messo in soffitta le vecchie carte francesi e napoletane. C’è però ancora chi ama il tradizionale tavolo verde e, come succedeva nel film di Alberto Sordi «Scopone scientifico», anche chi si gioca tutto: il conto in banca, la casa e, magari, anche la moglie. Ma cosa prevede la legge sui debiti di gioco? Che succede a chi non li paga? Ed ancora: i debiti di gioco possono passare in eredità ai figli? Di tanto cercheremo di occuparci nel seguente articolo.

 

Il codice penale stabilisce che il gioco d’azzardo costituisce reato [1]. Viene considerato «gioco d’azzardo» qualsiasi gioco, a carte, dadi, ecc., effettuato con fine di lucro e nel quale la vincita dipenda dalla fortuna. La pena consiste nell’arresto da 3 mesi a 1 anno e nell’ammenda non inferiore a 206 euro. Al di là però del reato – norma che non viene mai applicata a una partita tra amici – la legge stabilisce che il debito di gioco non è un debito vero e proprio. Esso infatti non scaturisce da una norma giuridica ma da un impegno morale e sociale. La conseguenza è che non è obbligatorio pagare i debiti di gioco, non almeno per la legge, atteso peraltro il fatto che, trattandosi di reato nel caso di gioco d’azzardo, ogni patto diverso sarebbe nullo. Ad esempio, se due amici firmano un contratto in forza del quale chi perde al gioco deve trasferire all’altro la propria casa, tale accordo è viziato e, quindi, come se non fosse mai stato sottoscritto.

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Che fare se una persona non paga i debiti di gioco, la legge chiama i debiti di gioco con il nome «obbligazioni naturali». Chi contrae un’obbligazione per aver perso una partita a carte (o a qualsiasi altro tipo di obbligazione naturale) non è tenuto a pagare. Se non lo fa, il vincitore non lo può perseguire né civilmente, né penalmente: non può fargli causa, non può notificargli un decreto ingiuntivo, non può neanche denunciarlo.

La conseguenza di quanto abbiamo appena detto è che i debiti di gioco non si possono passare in eredità ai figli.

Tuttavia, se il debitore paga spontaneamente il debito di gioco non può poi chiedere al vincitore la restituzione di quanto versatogli spontaneamente. Ciò, comunque, solo se il pagamento è avvenuto senza costrizioni fisiche o psicologiche. Altrettanto gli eredi non possono ottenere la restituzione dei beni e del denaro che il proprio parente ormai defunto ha pagato in ottemperanza a un debito di gioco, a meno che dimostrino che il vincitore si è approfittato dello stato di incapacità altrui (in tal caso bisognerà agire penalmente).

Per comprendere meglio la questione facciamo un esempio. Immaginiamo due persone che giochino a poker. I due, prima dell’inizio della partita, firmano un contratto con cui stabiliscono che chi perde dovrà cedere la propria casa all’altro. Il più giovane vince la partita, ma l’altro si rifiuta di dargli l’immobile. Cosa può fare il vincitore? Può andare in tribunale e chiedere che sia rispettato il contratto? La risposta è negativa perché la legge non accorda tutela a questo tipo di contratti (siano essi scritti o verbali): il debito di gioco può essere adempiuto solo spontaneamente e non tramite il ricorso alla giustizia. Se chi perde non paga spontaneamente, l’altro non ha strumenti per agire nei suoi confronti o nei confronti degli eredi.

Immaginiamo però che il più anziano rispetti l’accordo e accetti di eseguire il trasferimento di proprietà sulla propria casa. Dopo poco muore. I suoi eredi si rivolgono all’altro giocatore per chiedergli la restituzione dell’immobile. Possono farlo? No: un debito di gioco, per quanto non obbligatorio, una volta adempiuto non deve essere restituito.


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