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Da al-Qaeda all’Isis: nuove tattiche, nuovi obiettivi

22 agosto 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 agosto 2017



L’attentato a Barcellona dimostra che c’è un nuovo modo di attaccare l’Occidente. Ma chi sono i jihadisti di oggi e quali sono i loro obiettivi?

Come si diventa terrorista? Che cosa succede nella testa di quello che viene definito «un bravo ragazzo» quando si trasforma in un feroce carnefice disposto a morire per uccidere? E com’è cambiato il modo di colpire dell’Isis?

L’attentato di Barcellona ha confermato quello che si era già capito in quelli precedenti che hanno insanguinato mezza Europa: oggi il terrorismo fondamentalista non è più nelle mani di gente addestrata nei campi del Nord Africa o del Medio Oriente (come succedeva ai tempi d’oro di al-Qaeda), ma in quelle di principianti del terrore, di aspiranti martiri, del ragazzo della porta accanto, apparentemente pulito. E’ uno dei modi in cui l’Isis cerca di raggiungere il suo obiettivo: seminare paura, cambiare le abitudini dell’Occidente, far penetrare nel corpo «dell’infedele» la consapevolezza di non poter essere mai tranquillo. Perché in qualsiasi momento, in qualsiasi posto (un teatro, un bar, un aeroporto, una passeggiata lungo il mare o in centro città), può essere colpito da un insospettabile. Da uno che nemmeno la sua famiglia conosce fino in fondo.

Chi è il terrorista dell’Isis

Esistono due categorie di terroristi: quelli che sono veramente affiliati al sedicente Stato Islamico e quelli che con l’Isis non hanno mai avuto dei contatti ma sposano la loro ideologia fanatica. In ogni caso di tratta di giovani, a volte giovanissimi (uno degli appartenenti al commando di Barcellona era addirittura minorenne).

I primi entrano in contatto con l’Isis prevalentemente via Internet, attraverso siti, blog, forum, canali video. Oppure vengono contattati via chat o via Skype da chi è già all’interno dell’organizzazione. Naturalmente, Facebook e Twitter restano un vivaio irrinunciabile per chi vuole reclutare dei giovanissimi alla causa jihadista. Fuori dalla Rete, alcuni imam fondamentalisti predicano l’odio nelle loro moschee (è il caso di Barcellona). Un odio che, per qualcuno, risulta facilmente contagioso.

Il gioco è semplice: gli istigatori alla violenza, i procacciatori di terroristi fanno un vero e proprio lavaggio del cervello a questi ragazzi. Li spingono a rifiutare scuola, lavoro, affetti. Persino la propria famiglia. Il tutto in cambio di ideali e di cause da difendere. La promessa di un paradiso in cui, probabilmente, i reclutatori nemmeno credono. Chi cerca nuovi assassini non vuole sporcarsi le mani: manda avanti dei giovanissimi al macello, li convince ad uccidersi loro, ad immolarsi per la causa, mentre si gode lo spettacolo in poltrona davanti alla tv.

La seconda categoria di terroristi è quella di chi è già fragile di suo e, a forza di vedere e di sentire discorsi contro l’Occidente, si convince che anche lui deve agire. Come gli altri, anche questi si allontanano dalle proprie famiglie e dagli amici, si isolano, cambiano perfino le abitudini alimentari, frequentano sempre più spesso siti o reti sociali che inneggiano l’estremismo ed il fanatismo. Finiscono per bersi il cervello da soli. E, alla fine, agiscono.

Da al-Qaeda all’Isis è cambiato qualcosa?

Come ci racconta la storia di questi ultimi anni in Europa, il modus operandi del terrorismo fondamentalista è cambiato in modo sconvolgente.

Negli anni 2000 (New York, Madrid, Londra, Sharm el Sheikh), i terroristi di al-Qaeda ricorrevano agli aerei, alle bombe o ai kamikaze per compiere gli attentati. Erano terroristi addestrati, chi a fare il pilota di un aereo, chi al combattimento. Quando i controlli negli aeroporti si sono intensificati, si è passati all’azione armata, quasi militare (vedi gli attacchi negli hotel di Mumbai e Mali o l’attentato sulla spiaggia di Susa, in Tunisia, o, ancora, al Museo tunisino del Bardo, solo per citarne alcuni). I terroristi, armati fino ai denti, entravano in alberghi o in luoghi di aggregazione di turisti e sparavano all’impazzata nel tentativo di fare il maggior numero possibile di vittime. E’ la stessa tecnica usata al Bataclan di Parigi o all’aeroporto di Bruxelles nel 2016.

Per fare questo tipo di attentati, però, occorrono delle armi. Armi che devono arrivare a destinazione, nelle mani dei jihadisti. Il che suppone (per loro) un certo rischio: devono avere la certezza che le armi arrivino davvero nelle mani degli attentatori e che questi le sappiano usare. Non a caso, l’imperizia dei terroristi di Barcellona (le bombole a gas che volevano fare esplodere in città sono scoppiate a loro mentre preparavano l’attacco), ha evitato – per fortuna – che la strage de Las Ramblas avesse delle conseguenze catastrofiche. E allora, ai jihadisti non è rimasto che ricorrere a delle soluzioni più semplici.

Nizza, Berlino e Barcellona, infatti, ci hanno insegnato che la tecnica è cambiata. Che non serve più un kalashnikov o una cintura esplosiva per compiere una strage. E non serve più insegnare ad un ragazzino come utilizzare una cintura esplosiva o come caricare un fucile mitragliatore. Oggi serve soltanto una patente di guida per poter fare un contratto di noleggio di un’auto o di un furgone. E, dove il mezzo non lo si può noleggiare, basta rubarlo.

Un Tir o un Van si sostituiscono alle armi. E’ impossibile pretendere di abolire i contratti di noleggio di un mezzo a chi ha la fedina penale pulita, si chiami come si chiami o arrivi da dove arrivi. E questo i terroristi lo sanno.

Non è solo una questione di mezzi ma anche di tattica. Uno dei loro obiettivi, come dicevamo, è quello di seminare paura ovunque, non solo negli aeroporti, nelle stazioni, allo stadio o nei posti di aggregazione di massa, come un villaggio turistico. I jihadisti, con questo nuovo modo di colpire l’Europa, vogliono che la gente abbia paura ad uscire di casa per fare una passeggiata, per mangiare un gelato, per andare in pizzeria.

L’Isis cerca anche lo scontro religioso

C’è, infine, un altro obiettivo che l’Isis vuole perseguire con il suo nuovo modus operandi, che non consiste soltanto nell’usare un Tir o un furgone al posto delle bombe ma nell’inneggiare Allah prima di agire. E’ un modo, scelto non a caso, per sottolineare il legame che loro vogliono creare tra il terrorismo e l’Islam. A quale scopo? Allo scopo di diffondere nei Paesi occidentali un odio radicale contro il mondo musulmano, in modo da coinvolgere le comunità islamiche in un’assurda guerra di religione. «Tu mi odi, tu mi attacchi, io mi difendo», questa è la logica.

La realtà dimostra che l’Isis, finora, sta perdendo questa battaglia. Sempre più comunità musulmane si stanno ribellando al terrorismo, condannando apertamente le stragi. Non guasta segnalare, ad esempio, che a Londra, dopo l’attacco del 22 marzo 2017 a Westminster, tutti gli imam della capitale britannica si rifiutarono di celebrare i funerali dei tre terroristi uccisi. Altro che eroi, insomma.

Anche se, in certi settori della società occidentale, la tattica dell’Isis sta funzionando, laddove si pensa che sia in atto una guerra tra il mondo musulmano e l’Occidente, in particolare l’Europa. Forse bisognerebbe ricordare che, finora, il 95% delle vittime dell’Isis è musulmano e la maggior parte degli attacchi terroristici dello Stato islamico avvengono nei Paesi arabi. Pensare che ce l’hanno solo con noi, dunque, non solo potrebbe risultare assai riduttivo: sarebbe anche fare il gioco di chi vuole lo scontro ovunque e a qualsiasi prezzo.

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